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Moments in Time

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Aisha andò ad aprire la porta e sorrise nel vedere Miriam e i due bambini. Robin e Isabella erano aggrappati alle mani della madre e salutarono l’anziana signora, allegramente.
- Buongiorno Miriam, ciao piccoli. Oggi tornano a scuola?
- Sì, sono guariti entrambi. - Disse Miriam. - Infatti volevo chiedere a Fatma se oggi pomeriggio può andare lei a prenderli.
- Ne sarò felice. - Intervenne la ragazzina, apparendo accanto alla nonna, poi guardò Miriam, con un bagliore divertito negli occhi scuri. - Guy non sarà malato di nuovo?
Miriam fece un piccolo sospiro, alzando gli occhi al cielo.
- Indovina.
Aisha scosse la testa.
- Povero caro, ogni volta che i bambini hanno qualche malanno, lo prende anche lui. Mal di stomaco o raffreddore questa volta?
- Febbre, tosse e mal di gola.
- Allora più tardi gli preparerò il pranzo e Fatma glielo porterà non appena tornerà da scuola. Vuoi che vi prepari anche qualcosa per cena?
Miriam lasciò andare per un attimo le mani dei figli e abbracciò la vecchietta.
- Grazie Aisha, se non ci fossi tu, quando Guy è malato, rischieremmo di morire di fame. Ma stasera penso che ordineremo una pizza. La prendo anche per voi?
Fatma ridacchiò.
- Affare fatto. La nonna direbbe di no per educazione, ma ci va matta. Ora vado, o farò tardi a scuola. A stasera, Miriam! Ciao, bambini!
- Mia nipote è un’impertinente. - Disse Aisha, senza nascondere l’affetto che provava per la ragazzina.
- È una brava ragazza, Robin e Isabella la adorano.
- Vuoi che più tardi vada a controllare come sta Guy?
- No, è meglio che non rischi il contagio, e poi Alicia ha detto che durante la pausa pranzo verrà a visitarlo.
- Digli che spero che guarisca presto. Povero caro, è sempre così gentile con noi.
- Lo farò, grazie. Ora dobbiamo andare anche noi. A stasera, Aisha, grazie ancora.

Guy guardò la tazza piena d’acqua che girava all’interno del forno a microonde e sorrise tra sé pensando a cosa avrebbe detto il se stesso di sei anni prima davanti a un prodigio del genere.
Recuperò la tazza dal forno, vi aggiunse un’abbondante dose di miele e la bustina del tè, poi si trascinò fino al divano, si avvolse in una coperta morbida e calda e accese il televisore, scegliendo un canale a caso. Prese un libro dal tavolino e bevve qualche sorso di tè bollente, augurandosi che almeno il mal di gola che gli rendeva doloroso anche solo deglutire passasse un po’.
Sorrise nell’infilare una mano nella tasca della tuta che indossava e trovarvi un pupazzetto di peluche, un cagnolino marrone dall’aspetto vissuto.
Prima di uscire per andare a scuola, Isabella era saltata sul letto matrimoniale, aveva dato un bacio al padre e gli aveva lasciato il suo giocattolo preferito perché gli tenesse compagnia.
Guy sorrise tra sé, un po’ commosso, e sfiorò il pupazzo con un bacio prima di appoggiarlo accanto a sé sul divano.
Guardò l’appartamento con i giochi dei bambini sparsi sul pavimento, i disegni attaccati alla porta del frigorifero e i due alberi di Natale che occupavano la maggior parte del soggiorno.
Il più piccolo dei due alberi era quello che Miriam gli aveva regalato la prima volta che avevano cenato insieme e, oltre alle luci e alle decorazioni natalizie, ai rami erano appesi bigliettini, disegni e pupazzetti dei bambini, mentre quello più grande, tanto alto da sfiorare il soffitto, era l’albero di Natale vero e proprio che veniva montato verso l’inizio di Novembre e riposto un mese o due dopo la fine delle feste. Il primo invece restava sempre montato e solo le decorazioni cambiavano a seconda del periodo dell’anno.
Gisborne si ritrovò a sorridere: un tempo aveva pensato che per essere felice avrebbe avuto bisogno di potere e di grandi ricchezze, ma ora sapeva bene che bastava la vista di quelle piccole cose a scaldargli il cuore e che l’unica cosa davvero importante era l’amore della sua famiglia.
Tossì e si coprì meglio con la coperta. Aveva di nuovo i brividi di freddo e si sentiva stanco e dolorante e sospirò chiedendosi perché ogni leggera malattia dei bambini, su di lui avesse un effetto più forte. Isabella e Robin avevano avuto solo qualche linea di febbre e un po’ di mal di gola, mentre lui faticava a reggersi in piedi e si sentiva a pezzi.
Alicia diceva che dipendeva dal suo sistema immunitario che non si era ancora abituato del tutto alle malattie del ventunesimo secolo, ma Guy non era sicuro di capire cosa volesse dire e in fondo non era così importante: Miriam e i bambini erano tutto ciò che aveva sempre desiderato, la felicità che non aveva mai sperato di trovare e tutto il resto non contava.
Se quello era il prezzo per vivere in quel tempo che era stato così generoso con lui, Guy era disposto a pagarlo senza lamentarsi.
Finì di bere il tè e lesse ancora un po’, poi, quando iniziarono a fargli male gli occhi, mise da parte il libro e si stese sul divano, cercando di dormire un po’.

Alicia entrò nell’appartamento senza fare rumore e sorrise nel vedere i due alberi di Natale carichi di luci, poi si avvicinò al divano e guardò con tenerezza Guy che dormiva con il pupazzo della figlia stretto al petto e i capelli lunghi e arruffati che gli coprivano il viso.
La dottoressa evitò di inciampare in un’automobilina, raccolse il telecomando da terra e spense la televisione. Guy aprì gli occhi, svegliato da quel silenzio improvviso e le sorrise.
- Oh, Alicia. È già l’ora della tua pausa pranzo? Devo aver dormito per un bel pezzo.
- Ciao Guy. Come ti senti?
Gisborne si alzò a sedere.
- Sono stato meglio.
La donna gli prese un polso.
- Hai ancora la febbre piuttosto alta, ha preso qualcosa per farla abbassare?
- Sì, questa mattina.
- Prendine subito un’altra.
Alicia gli porse una pillola e un bicchiere d’acqua e attese che l’avesse mandata giù prima di passargli il termometro.
- Mettilo. E intanto fammi vedere la gola.
Guy le obbedì docilmente e Alicia lo visitò con cura, controllò il termometro e sorrise, dandogli una carezza sulla guancia.
- Stavolta non hai bisogno degli antibiotici, resta a riposo e tra qualche giorno starai meglio. Ti lascerò qualche medicina per la febbre e per la tosse, ma non è nulla di grave. Hai fame? Quando sono arrivata ho incontrato Fatma che stava venendo a portarti il pranzo e lo ha lasciato a me.
Guy annuì.
- Tu hai mangiato, Alicia?
- Non ancora, prenderò qualcosa in mensa più tardi.
- Resta qui, le porzioni di Aisha sono sempre enormi e non riuscirei mai a mangiare tutto da solo.
Alicia sorrise.
- Con piacere, lo sai che sono sempre contenta di passare del tempo con te. Vorrei solo non vederti così spesso perché sei malato.
Guy sorrise, rassegnato.
- Pensa che nel dodicesimo secolo non mi ammalavo quasi mai. E le poche volte che succedeva, di certo non era così piacevole.
- Piacevole?
- Ora, quando non sto bene, sono circondato da persone che si preoccupano per me, che mi ricoprono di cure e attenzioni e posso restare a riposare al caldo finché non mi sento meglio. Senza contare che non devo più temere che una semplice febbre possa essere letale.
- Non avevi nessuno che ti curasse?
- I servitori, ma solo se la malattia era tanto grave da essere pericolosa, e in ogni caso non avevano il minimo rispetto per me, lo facevano solo per paura delle conseguenze. Mentre lo sceriffo si aspettava che facessi il mio dovere in ogni caso.
Alicia gli mise una mano sulla spalla e gli diede una leggera stretta.
- Non pensarci più, ora è diverso. Quel tempo è passato per sempre.
Guy pensò al teschio dello sceriffo, fragili ossa esposte in una teca del museo, e annuì.
- Sì, lui non può più farmi del male, ormai.
Alicia iniziò ad apparecchiare il tavolo della cucina e mise la teglia in forno per riscaldarla. Nel frattempo Guy sfilò una fotografia dalle pagine del libro che stava leggendo e la mostrò alla donna.
- Te l’ha mandata Peter?
- Sì, poco fa. L’avevi già vista?
La dottoressa sospirò, alzando gli occhi al cielo.
- È già tanto che mio marito si ricordi la strada per tornare a casa alla sera. Ogni tanto mi mostra qualcuno dei suoi ritrovamenti, ma se ne ricorda solo se non c’è nient’altro che lo distrae. È una delle iscrizioni di Robin?
- Sì. In questa Robin ha scritto la data di nascita e il nome del loro primogenito. Lo hanno chiamato Edward, come il padre di Marian.
- Sono contenta che Peter non si dimentichi di mostrartele.
- Non appena ne trova una la fotografa e me la spedisce sul telefono. Credo che sia merito anche di Jonathan che glielo ricorda. Io poi la stampo e la aggiungo alle altre.
Guy prese un grosso quaderno ad anelli dalla libreria e lo sfogliò, cercando il punto giusto in cui inserire la nuova fotografia: su ogni pagina erano incollate immagini e appunti che si riferivano alle varie iscrizioni incise nei sotterranei del castello e in cima a ogni foglio era scritta una data in inchiostro rosso.
Guy incollò l’immagine su un foglio bianco, scrisse la data e inserì la nuova pagina al punto giusto, poi richiuse gli anelli con uno scatto e tornò a riporre il quaderno sullo scaffale.
- Forse è strano, ma così ho l’impressione che siano solo lontani e non morti da otto secoli.
- Non è strano, è normale che tu senta la loro mancanza.
Alicia tirò fuori la teglia dal forno e divise il cibo in due parti, poi lei e Guy sedettero insieme per mangiare.
- È da un po’ che non vengo a vedere il tour. - Disse Alicia, cercando di ricordare l’ultima volta che lo aveva fatto. - La tua parte è sempre uguale?
- Sì, anche se sto cercando di far aggiungere qualche battuta per far diventare alleati Guy e Robin, ma a quanto pare il pubblico si diverte di più se faccio il cattivo e basta. Adorano quando arrivo a cavallo, tutto vestito di nero sul mio stallone nero ed estraggo la spada, puntandola verso Robin. Peccato che la loro parte preferita sia quella in cui Robin sconfigge me e lo sceriffo e ci caccia dalla città. - Guy fece un sospiro rassegnato, ma sorrise. - Però c’è una novità: mi stanno facendo imparare anche la parte di Robin Hood perché vogliono che io sia il suo sostituto in caso di necessità.
- Vuol dire che apprezzano il tuo lavoro.
Guy le rivolse un sorriso compiaciuto.
- Già. Anche se mi sembra difficile immaginare un’occasione in cui sia ammalato l’attore che interpreta Robin e non io.
Alicia ridacchiò.
- Quando i bambini saranno un po’ più grandi si ammaleranno di meno, e anche tu.
Finirono di mangiare e Alicia guardò l’orologio con un sospiro.
- Devo tornare in ospedale, ora. Come ti senti?
- Un po’ meglio. Credo che la febbre stia calando.
- Riposati e aspetta di essere completamente guarito prima di pensare di tornare al lavoro.
- Lo farò, Alicia, grazie.
- Adesso vado, ti chiamo stasera per sentire come stai.
La dottoressa si affrettò a uscire e Guy tornò a sedersi sul divano, sorridendo tra sé. Forse era un po’ dolorante e malandato, ma si sentiva amato e quel calore gli scaldava il cuore.

Miriam si affrettò a tornare a casa, un po’ preoccupata per Guy. Ormai Fatma doveva aver riaccompagnato a casa i bambini da almeno un paio di ore e lei sapeva quanto potessero essere impegnativi.
Forse, pensò, avrebbe dovuto chiedere a Fatma e Aisha di tenerli con loro fino al suo ritorno, ma non voleva essere un peso per le loro vicine. Nonna e nipote erano già tanto gentili con la loro famiglia, che Miriam si sentiva un po’ in colpa a chiedere altri favori.
Quando aprì la porta, i suoi timori si placarono nel vedere che Robin era tranquillamente seduto sul pavimento e guardava un cartone animato alla televisione, mentre giocava con i suoi pupazzetti preferiti, mentre Guy e Isabella erano seduti sul divano a guardare le pagine di un libro illustrato, le teste così vicine che i capelli ricci della bambina si confondevano con quelli del padre, così simili ai suoi.
Tutti e due alzarono la testa nel sentirla entrare e la guardarono con un identico sguardo gioioso, mentre Robin abbandonò cartone animato e giocattoli e le corse incontro, tendendole le mani per essere preso in braccio.
Miriam lo sollevò e gli fece il solletico, facendolo ridere, poi sedette anche lei sul divano, tra Guy e Isabella che nel frattempo avevano messo da parte il libro per farle spazio. La bambina si aggrappò alla madre per ottenere anche lei un bacio e qualche coccola, e Miriam la accontentò, prima di rivolgersi al marito con amorevole preoccupazione.
- Ti hanno fatto stancare molto? Come ti senti?
Guy lasciò che Miriam gli toccasse la fronte per controllare la febbre e che lo esaminasse con attenzione per capire se fosse troppo pallido o sofferente, poi si toccò una guancia.
- Credo di avere qualcosa di strano qui. Una specie di bollicina, credo.
La ragazza lo guardò, allarmata.
- Cosa?! Ma Alicia ti ha vaccinato per tutte le malattie di quel tipo e i bambini hanno avuto solo febbre e raffreddore… Non vedo niente…
- Guarda meglio.
Miriam si avvicinò di più e Guy la prese tra le braccia, ridendo, per rubarle un bacio.
- Stavo scherzando. - Disse, stringendola a sé e Miriam protestò, fingendosi indignata.
- Sciocco e bugiardo! E io che mi stavo preoccupando!
Guy la guardò con aria innocente.
- Scusa. Sto meglio, davvero.
Miriam scosse la testa , ridendo, e gli concesse un altro bacio.
- Stasera pizza?
- La pizza va sempre bene, lo sai.
- Papà, ci leggi un’altra storia? - Chiese Isabella, tirando una manica della tuta di Guy e mettendogli un libro in grembo, mentre Robin si divincolò dalle braccia della madre e tornò a guardare la televisione e a giocare con i suoi pupazzetti.
- Tuo padre ha mal di gola, ora lascialo riposare. - Intervenne Miriam e Isabella le porse il libro.
- Leggilo tu allora, anche se papà è più bravo.
Guy ridacchiò, compiaciuto e tenne strette a sé sia la moglie che la figlia.
Miriam si appoggiò a lui, rannicchiandosi nel suo abbraccio con un sospiro di gioia.
La sua stretta era calda e sicura e, come sempre, Miriam pensò che quello era il posto a cui apparteneva e che tra le braccia di Guy non poteva succederle nulla di male.
Sorridendo, aprì il libro e iniziò a leggere.