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All the Time of the World

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- Sono libero.
Guy sussurrò quelle ultime parole e fu libero davvero. I suoi pensieri scivolarono in un abisso scuro, ma stranamente quel buio non lo terrorizzava più come un tempo: non erano le profondità gelide dell’inferno, ma un’oscurità calda e accogliente che prometteva un riposo eterno e tranquillo.
Il terrore, le colpe e il dolore che lo avevano accompagnato per tutta la vita erano rimasti indietro e lui era finalmente libero.
Forse quello non era il paradiso, ma nemmeno l’inferno che aveva temuto così tanto e Guy si abbandonò a quell’oblio.

Jonathan Archer, il custode del castello, sbadigliò mentre entrava nel suo minuscolo ufficio. Accese la luce e appoggiò il caffè sul piano della scrivania, poi aprì l’armadietto in cui erano riposte ordinatamente tutte le chiavi e prese quelle del cancello dei sotterranei.
Quella parte del sottosuolo di Nottingham era chiusa al pubblico e il cancello impediva l’accesso alle gallerie e alle stanze scavate nella roccia. Nel corso dei secoli erano state utilizzate nei modi più disparati; come rifugi antiaerei durante la guerra, come depositi o anche come abitazioni improvvisate, ma da anni ormai nessuno poteva accedervi, a parte gli studiosi o gruppi di turisti guidati lungo percorsi ben definiti e ritenuti sicuri.
Il custode bevve un lungo sorso di caffè e si chiese perché quel gruppo di archeologi atteso a momenti avesse sentito l’esigenza di iniziare il proprio lavoro così presto, quando il sole era appena sorto. Del resto laggiù, in fondo alle gallerie, l’orario perdeva di importanza, la luce del sole non arrivava in fondo ai tunnel e cominciare un’ora prima o un’ora dopo non avrebbe cambiato nulla se non costringere lui ad alzarsi dal letto in anticipo.
Pazienza, mi pagheranno gli straordinari e una volta che avrò accompagnato giù gli archeologi potrò fare un sonnellino nel mio ufficio prima che sia ora di aprire il museo del castello.
Finì di bere il caffè e finalmente il gruppo di studiosi arrivò, con macchine fotografiche, riflettori e attrezzature varie.
Jonathan li accompagnò lungo le gallerie, facendo attenzione al percorso da percorrere per arrivare al punto che volevano esaminare. I tunnel potevano confondere le idee e lui di certo non voleva rischiare di perdersi nelle gallerie.
- Cosa state cercando? - Chiese a uno degli studiosi e l’uomo lo guardò, un po’ sorpreso che quel custode dall’aspetto un po’ rozzo fosse interessato al loro lavoro.
- Affreschi e reperti del dodicesimo secolo. Abbiamo ragione di credere che questa sezione dei sotterranei sia rimasta intatta da allora. La scansione con il laser ha rivelato degli ambienti nascosti dietro il muro e abbiamo avuto l’autorizzazione ad aprire un varco per esplorarli. Venerdì scorso finalmente il passaggio è stato liberato dai detriti e oggi potremo entrarvi.
Jonathan annuì. Era rientrato dalle ferie proprio il giorno prima, dopo aver passato qualche settimana con moglie e bambini in visita ai suoceri. Rispetto a quella convivenza forzata, quella alzataccia era quasi piacevole e poi le scoperte archeologiche lo interessavano.
Era un uomo semplice e non aveva proseguito gli studi, ma la cultura lo affascinava e nei turni di notte aveva letto pian piano tutti i libri del negozio del museo, facendo attenzione a non rovinarli.
Su uno, quello che parlava della leggenda di Robin Hood, aveva versato del caffè, perciò era stato costretto ad acquistarlo, ma quella spesa imprevista non gli era dispiaciuta poi tanto: teneva il libro nel suo armadietto e ogni tanto lo rileggeva, lasciandosi trasportare nelle avventure dell’allegra banda di fuorilegge.
Uno degli archeologi attraversò il passaggio che portava alle cripte e gridò di spavento.
- C’è un uomo qui! Sembra morto!
Il custode accorse, preoccupato, pensando che doveva trattarsi di qualche senzatetto che si era perso nelle gallerie ed era morto di fame e di sete senza riuscire a trovare l’uscita. Si fece largo tra gli studiosi spaventati e guardò l’uomo steso a terra, restando sorpreso dal suo aspetto.
Non sembrava un senzatetto, ma il suo abbigliamento era decisamente insolito: lo sconosciuto indossava una giacca di pelle intarsiata, decorata con fibbie e borchie di metallo e inserti di cotta di maglia sulle maniche, pantaloni di pelle e stivali di cuoio nero. Al suo fianco, da una cintura legata in vita, pendeva il fodero vuoto di una spada.
L’uomo era steso sulla schiena con una gamba piegata sotto di sé e i capelli lunghi e scuri sparsi sulle pietre del pavimento. Sotto di lui si allargava una pozza di sangue e il suo volto era di un pallore cadaverico.
Jonathan si fece coraggio e si avvicinò allo sconosciuto, inginocchiandosi a terra accanto a lui. Gli premette una mano sul collo e non riuscì a sentire alcun battito, ma la pelle dell’uomo era ancora calda: se era morto doveva essere successo da poco e forse era ancora possibile rianimarlo.
Gridò a uno degli archeologi di tornare di corsa nel suo studio e chiamare i soccorsi, poi cercò di ricordare quello che aveva imparato al corso di pronto soccorso molti anni prima e iniziò a slacciare in fretta la strana giacca dell’uomo per iniziare il massaggio cardiaco il prima possibile.
Uno degli archeologi si inginocchiò a terra anche lui per aiutarlo.
- Quando uno segue questi corsi di primo soccorso non si aspetta mai di doverli usare davvero… - Commentò, appoggiando una mano sulla fronte e due dita sotto il mento dell’uomo privo di sensi per spostargli la testa all’indietro e liberargli le vie aeree.
- Beh, buon per lui che sappiamo cosa fare. - Disse il custode, poi i due uomini si concentrarono sul tentativo di rianimare lo sconosciuto, mentre uno degli altri studiosi, terrorizzato e quasi più pallido del ferito, premeva un tampone improvvisato sulla ferita che attraversava l’addome dell’uomo.

- Dottor Track! - Esclamò Jack Robinson, porgendo all’altro uomo una tazza di caffè.
Alec si voltò e sorrise al collega.
- Grazie.
Jack bevve dalla propria tazza, poi si servì, pescando una ciambella dalla scatola di cartone appoggiata sul tavolo.
- Allora, cosa ne pensi della nostra sede di Nottingham? Più tranquilla di Londra, eh?
- Decisamente. Sono qui da un giorno e l’intervento dell’elicottero è stato necessario solo tre volte.
- E pensa che interveniamo in due contee. Forse troverai noioso questo posto, ma sono certo che la tua esperienza ci aiuterà a rendere ancora più efficienti i nostri interventi. Quando tornerai a Londra alla fine del mese, potremo garantire un servizio ancora migliore.
Alec alzò le sopracciglia al suono dell’allarme che preannunciava un intervento dell’elicottero.
- Noioso? - Chiese con un sorriso ironico, poi si voltò verso il collega che si stava dirigendo verso di loro e tornò serio, iniziando a prepararsi. - Cosa abbiamo?
- Un uomo ferito all’addome nei sotterranei del castello di Nottingham. Segni vitali assenti, due civili stanno tentando una rianimazione cardiopolmonare.
I tre medici si affrettarono a salire sull’elicottero e il velivolo si alzò in volo.
- Quanto tempo all’arrivo? - Chiese Alec.
- Tre minuti.

Jonathan concluse l’ennesimo ciclo di compressioni del torace e attese che l’archeologo insufflasse l’aria nella bocca del ferito prima di riprendere il massaggio cardiaco. Era sudato ed esausto e gli dolevano sia le braccia che le spalle, ma non voleva fermarsi prima dell’arrivo dei soccorsi e nessuno degli altri presenti era in grado di dargli il cambio. Lui e l’altro archeologo si erano scambiati di posizione un paio di volte ed erano entrambi affaticati, ma sapevano che la vita dello sconosciuto poteva dipendere dalle loro azioni.
Improvvisamente il ferito iniziò a tossire e il suo petto riprese a sollevarsi da solo. Jonathan gli toccò il collo e riuscì a individuare un battito, debole e affrettato, ma presente.
Nello stesso momento arrivarono i soccorritori e presero il controllo della situazione. Il custode e l’archeologo sedettero in un angolo per riprendere fiato, sfiniti, e guardarono i dottori che si affannavano intorno al ferito.
- Jonathan Archer. - Si presentò il custode, porgendo la mano all’archeologo e l’altro gliela strinse debolmente, svuotato da ogni energia.
- Peter Edwards. Secondo te ce la farà?
Il custode alzò le spalle.
- Non lo so, lo spero, ma mi sembra messo male. Guarda quanto sangue.
- Come avrà fatto ad arrivare qua sotto? Credevo che gli accessi fossero chiusi.
- In teoria lo sono. Probabilmente esiste qualche passaggio nascosto di cui nessuno sospettava l’esistenza.
I due uomini rimasero seduti a guardare i soccorritori che lavoravano.

Guy aprì gli occhi, strappato da quel buio così tranquillo e pieno di pace per piombare in una confusione fatta di voci concitate e di dolore straziante.
- Ha aperto gli occhi! - Disse una voce, e qualcuno gli puntò una luce sul viso, più intensa di quella di qualunque candela. - Reagisce agli stimoli luminosi.
Il volto di un uomo si sostituì alla luce e lo fissò negli occhi.
- Riesci a sentirmi?
Guy provò ad annuire, ma qualcuno gli stava tenendo ferma la testa e lui era troppo debole per ribellarsi a quel trattamento. Si sentiva confuso e spaventato e il dolore gli impediva di pensare coerentemente.
Un attimo prima si era abbandonato all’oblio, sostenuto dalle braccia di Robin Hood, e ora un gruppo di sconosciuti vestiti con abiti di un arancione assurdamente acceso si affannavano per strapparlo a quella pace.
Sono diavoli venuti a trascinarmi all’inferno.
Eppure il volto di quei diavoli non era minaccioso, e le loro parole erano gentili.
- Sei in grado di dirmi il tuo nome? - Chiese uno di loro e Gisborne si sforzò di parlare.
- Guy… - Sussurrò, troppo debole per riuscire a pronunciare il suo nome completo.
- Ricordi dove ti trovi e cosa è successo?
- La cripta… Mi hanno ucciso… -
Uno degli uomini vestiti di arancione gli rivolse un sorriso rassicurante.
- Non esageriamo. Hai delle ferite piuttosto serie, ma il dottor Track se ne sta occupando. Hai vinto un viaggio in elicottero, ma te la caverai.
Guy non rispose. Forse era la sua mente a essere confusa, ma aveva l’impressione che almeno metà delle parole pronunciate da quell’uomo, sempre che fosse un uomo e non una creatura sovrannaturale, non avessero senso.
Ha detto che sono ferito… Ma io sono morto.
- Andrà tutto bene, Guy. - Disse ancora l’uomo. - Tra poco ti daremo qualcosa per il dolore e che ti farà dormire, ma al tuo risveglio ti sentirai molto meglio.
L’uomo gli mise qualcosa sulla bocca, una specie di mascherina trasparente, e gli disse di restare tranquillo e respirare normalmente. Guy avrebbe voluto togliersi quello strano oggetto dal viso, ma non ne aveva le forze, perciò si costrinse a obbedire alle istruzioni di quell’uomo. Che fossero strani guaritori o demoni venuti a trascinarlo all’inferno, non aveva comunque molta scelta se non fare quello che gli dicevano.
Dopo un po’ gli sembrò di riuscire a respirare meglio e i suoi pensieri si fecero un po’ meno confusi.
Aveva freddo e le ferite facevano terribilmente male, ma ormai era abbastanza sicuro di essere ancora vivo, anche se quella situazione era talmente strana e confusa da fargli pensare che probabilmente era in preda al delirio.
Se quelli erano guaritori, c’era qualcosa di terribilmente importante che avrebbe dovuto dire loro, ma non riusciva a concentrarsi abbastanza per ricordarsi di cosa fosse.
Se chiudeva gli occhi poteva vedere fin troppo chiaramente il ghigno dello sceriffo che lo trafiggeva con la spada e poi il dolore acuto alla schiena, la pugnalata che, pur meno profonda, gli aveva fatto più male perché inferta dalla mano di sua sorella.
Quando riaprì gli occhi, non riusciva a vedere bene i volti degli uomini vestiti di arancione sia perché le luci erano troppo intense e poi perché la sua vista era offuscata dalle lacrime.
Uno dei guaritori gli prese una mano.
- Resisti, Guy. So che stai provando molto dolore, ma questo ti farà dormire.
La cosa importante gli venne in mente all’improvviso.
- Il veleno.. - Disse a fatica, lottando contro un’improvvisa sonnolenza.
- Quale veleno?
- Sulla lama.
- Guy, stai dicendo che la lama che ti ha ferito era avvelenata?!
- Sì.
- Conosci il tipo di veleno?
- Aconito. - Sussurrò, poi chiuse gli occhi, sfinito per aver pronunciato quelle poche parole.
Jack Robinson guardò il paziente, chiedendosi se il suo fosse stato solo un delirio provocato dal trauma.
- Cosa ne pensi, Alec?
- Improbabile, ma impostiamo le terapie come se fosse vero, in attesa di una conferma data dall’esame tossicologico.
- Possiamo spostarlo, ora?
- È stabile, portiamolo all’elicottero.