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Consequences

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Marian sorrise tra sé, segretamente soddisfatta di se stessa.
Le sue azioni, le sue parole, avevano il potere di salvare una vita.
Per una volta, Marian si sentiva potente e non solo una donna in balia di un mondo di uomini.
Robin avrebbe intercettato Guy e portato in salvo Lambert, salvandolo dalle torture dello sceriffo, e sarebbe stato tutto merito suo. Robin avrebbe voluto seguire un piano diverso, convincere Lambert a dargli il diario con le istruzioni per fabbricare la polvere nera perché Robin potesse nasconderlo, ma Marian lo aveva dissuaso.
Lei conosceva lo sceriffo meglio di Robin e sapeva che se Lambert non avesse più avuto informazioni importanti, Vaisey lo avrebbe sicuramente ucciso. Aveva convinto Robin ad aspettare e a seguire il suo piano, poi aveva incoraggiato ancora Guy a portare il suo amico all’abbazia di Kirklees.
Gisborne la ascoltava, Marian se ne era resa conto mentre gli parlava, dava davvero peso alle sue parole invece di liquidarla come una sciocca dama senza cervello, e si era lasciato persuadere a correre il rischio di liberare e portare in salvo Lambert in cambio del diario. Quello che non poteva immaginare era che Robin avrebbe portato al sicuro Lambert e diario, in modo che lo sceriffo non potesse usare la polvere nera per far del male alla gente.
Tante vite salvate e sarebbe stato principalmente merito di Marian.
Con una fitta di rimorso pensò che Vaisey se la sarebbe presa con Guy per quel fallimento, ma la sua rabbia sarebbe stata rivolta principalmente a Robin Hood e comunque, dopo una sfuriata, sarebbe tornato tutto come prima. In ogni caso era stato Guy ad avere l’idea di commissionare a Lambert la polvere nera, avrebbe dovuto immaginare le cattive intenzioni dello sceriffo, perciò non meritava troppa pietà. E se lo sceriffo si fosse dimostrato particolarmente sgradevole, Marian pensava che qualche parola di conforto sarebbe stata sufficiente a risollevare il morale di Gisborne.
Sapeva di avere quel potere su di lui e ne era segretamente lusingata.
Non aveva il minimo dubbio sulla riuscita del suo piano e sapeva che Robin avrebbe avuto successo, perciò non era particolarmente preoccupata.
Si preparò per assistere al consiglio dei nobili ed entrò nella sala grande, sorridendo tra sé nel notare che Guy non era presente e che quindi doveva aver seguito il piano. Con la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta, ascoltare gli sproloqui di Vaisey fu meno noioso e irritante del solito e, una volta finito il consiglio, la ragazza decise di andare a visitare il mercato per fare qualche acquisto.
Era appena uscita in cortile, quando vide rientrare il carro che Guy aveva usato per trasportare Lambert. I cavalli procedevano a passo lento e la guardia seduta a cassetta aveva un’aria tetra, segno che l’agguato di Robin doveva aver avuto successo.
Marian pensò che Guy doveva essere ancora più di malumore di quella guardia e lo cercò con lo sguardo, decisa a consolarlo un po’ per addolcirgli quella sconfitta. In fondo aveva acconsentito a fare la cosa giusta e si era comportato in modo onorevole, meritava qualche parola di conforto.
La ragazza scorse lo stallone nero di Guy, ma si accigliò nel vedere che era senza cavaliere, condotto per le redini da una guardia malconcia.
Si avvicinò al carro.
- Cosa è successo? Dov’è Sir Guy?
Il soldato a cassetta non si fermò per risponderle e Marian fu costretta a seguire il carro a passo svelto per avere una risposta.
- Mi spiace milady, devo portare i feriti al castello, non posso fermarmi.
Marian impallidì. Non aveva calcolato che ci potessero essere dei feriti, anche se avrebbe dovuto immaginarlo.
Vedere il cavallo di Gisborne senza cavaliere la riempì di inquietudine.
Corse dietro al carro.
- Dov’è Guy?! È il mio promesso sposo, dovete dirmelo!
Il soldato fece un cenno verso il retro del carro.
- Mi dispiace, milady.
Marian salì sul carro in movimento con un’agilità che sorprese il soldato alla guida ed entrò nella parte posteriore, chiusa da pannelli di legno e in penombra.
La ragazza si lasciò sfuggire un grido di angoscia: in un angolo erano stesi i corpi di alcuni soldati morti, ammassati l’uno sull’altro per lasciare più spazio a quelli feriti e gli altri erano stesi sul pianale, gemendo di dolore. Alcuni erano stati trafitti da frecce e Marian sapeva che non tutti i feriti avrebbero visto un’altra alba.
Gisborne era in fondo al carro, girato su un fianco, e per un attimo Marian pensò che fosse morto nel vedere il pallore spettrale del suo viso, poi Guy si lasciò sfuggire un gemito tremolante e lei corse a raggiungerlo, inginocchiandosi accanto a lui per cercare di aiutarlo.
Chinandosi su di lui, capì perché era girato di lato: dalla sua schiena sporgevano le aste spezzate di tre frecce. Marian si portò una mano alla bocca e la morse per soffocare il grido che le era salito alle labbra.
Perché Guy era ferito?! E anche gli altri soldati, trafitti da altre frecce e sfigurati da ferite da lama…
Non era possibile, non doveva andare così. Robin doveva solo portare in salvo Lambert e tutto si sarebbe sistemato, nessuno doveva restare ferito o perdere la vita!
- Guy… - Sussurrò, senza azzardarsi a toccarlo per timore di fargli ancora più male.
Gisborne doveva aver riconosciuto la sua voce perché le sue palpebre si mossero con un fremito mentre lui si sforzava di aprire gli occhi.
- Marian… - Sussurrò a fatica, tanto piano che la ragazza fu costretta a chinarsi verso il suo viso per sentirlo. - Ho provato a salvarlo… Ci ho provato…
Marian si sentì gelare: Guy era così sofferente e ferito, eppure cercava la sua approvazione, la benedizione della donna che lo aveva spinto in quella trappola.
Con le lacrime agli occhi, gli accarezzò una guancia, piano per non provocargli dolore.
- Lo so, Guy. Lo so.
Il carro sobbalzò e Gisborne chiuse gli occhi con un gemito. Marian gli prese una mano e la tenne tra le sue, sinceramente addolorata.
Aveva paura che Guy potesse morire. Aveva visto abbastanza ferite di freccia per sapere che se anche una sola delle punte fosse arrivata a toccare i polmoni, non ci sarebbero state speranze e che anche se si fossero fermate tutte e tre più superficialmente, la febbre provocata dall’infezione avrebbe potuto comunque ucciderlo in pochi giorni.
Improvvisamente si rese conto che non voleva vederlo morto, che in qualche modo teneva a lui e che non si sarebbe potuta perdonare la sua morte. Aveva giocato con i suoi sentimenti, provando piacere nell’esercitare la propria influenza su di lui, ma non aveva mai pensato che le conseguenze potessero essere così tragiche.
- Resisti, Guy. - Disse piano. - Ti prego, non ti arrendere.

Marian avrebbe voluto fuggire lontano per non vedere. Per non sentire.
Ma le dita di Guy erano strette tra le sue mani e non le avrebbe lasciate andare, per timore che anche la vita del cavaliere scivolasse via in un attimo.
Il guaritore aveva fatto portare Gisborne sul tavolo della sala grande e due soldati erano chini su di lui per tenerlo fermo mentre l’uomo estraeva le frecce e ricuciva le ferite.
Guy era debole e pallido e la sua mano era fredda tra le dita di Marian, ma era cosciente e la ragazza poteva vedere la sofferenza nel suo sguardo.
Non aveva la forza di gridare e forse si sarebbe sforzato di non farlo di fronte a lei, ma Marian sapeva che il dolore doveva essere quasi insopportabile e non riusciva a perdonarselo.
Se Guy stava soffrendo così tanto era perché aveva dato ascolto alle sue parole e ora lei non poteva fare nulla per aiutarlo se non tenergli la mano mentre il guaritore lo curava.
Improvvisamente lo sentì diventare inerte e guardò il guaritore, terrorizzata.
- È…
- Ha perso i sensi. È un bene, devo pulire a fondo le ferite ed è meglio per lui che sia privo di conoscenza.
- Guarirà?
- Non possiamo saperlo. Le frecce non sono penetrate a fondo, le ossa le hanno fermate, ma questo tipo di ferite è facile all’infezione. È nelle mani di Dio. O del diavolo, considerando quello che si dice di lui.
Marian rimase in silenzio a guardare il viso di Guy, mentre il guaritore finiva il suo lavoro e pensò che non era giusto. Gisborne aveva fatto tante cose orribili agli ordini dello sceriffo e rischiava di morire proprio ora che per una volta aveva scelto di fare la cosa giusta…
Il cavaliere era immobile, il viso contratto in un’espressione di dolore anche nel sonno ed era sporco di sangue secco su una guancia, una macchia scura sulla pelle troppo pallida.
È colpa mia.
La ragazza portò alle labbra la mano di Guy per deporvi un bacio delicato. C’era sangue anche lì, sul palmo e sotto le unghie, a riempire le pieghe della pelle e lei si ritrovò a pensare che era tutto assurdo e sbagliato perché di solito quelle mani erano sempre pulite e curate. Se chiudeva gli occhi poteva vedere le dita di Guy che facevano scivolare l’anello sulla sua mano, lo sguardo appassionato e pieno di emozione con cui le aveva detto che il loro fidanzamento significava tutto per lui.
Marian si lasciò sfuggire un singhiozzo.
Lei era innamorata di Robin, ma non sopportava l’idea che Guy potesse morire.
Perdonami, ti prego, perdonami, non volevo.
La cosa peggiore era la consapevolezza che lui l’avrebbe fatto: Gisborne l’avrebbe perdonata.