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La Sfortuna del Quadrifoglio

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                                                                                                                                                               by HilaryC


 

 

Parte I







«Se potessi esprimere un desiderio, vorrei che tutte le persone fossero infinitamente felici. Così il mondo sarebbe un
posto migliore, non trovate?».

            Si alzò un vociare concitato, ma Stiles non ascoltò ed entrò nello spogliatoio come se avesse il Diavolo in persona alle calcagna. «SCOOOTT! Aiutami!».
            «Cos-?!». Il giovane Beta dai dolci occhi da cucciolo afferrò il primo asciugamano disponibile e coprì le proprie grazie, perché okay essere migliori amici fin dall’asilo, ma c’era un limite a tutto. «Stiles!», ringhiò, tra lo scioccato e lo sdegnato. «Che diamine fai?! Non puoi entrare qui!».
            Stiles sventolò una mano provvista di guantoni in aria. «Come se non ti avessi già visto il pendolo, amico. O forse dovrei dire pendolino?», ridacchiò scioccamente.
            Scott assottigliò le palpebre e afferrò un paio di boxer e i pantaloni morbidi della tuta, infilandoseli in fretta e furia. «Be’, Simpatia in persona, che cosa diamine stai combinando?!».
            «Devi-Aiutarmi», scandì Stiles, per poi saltellare sul posto. «Voglio entrare nella squadra di Lacrosse, voglio dimostrare di andare bene».
            Il giovane Licantropo roteò gli occhi al cielo perché sul serio? Quella era la tredicesima volta dall’inizio dell’anno, ed erano solo a Dicembre. Di questo passo, Stiles gli avrebbe provocato un’emicrania che avrebbe scalfito i suoi poteri sovrannaturali. Dio.
            «Stiles», cercò di usare il suo miglior tono condiscendente, posando le mani sulle spalle munite di protezioni. «Come posso spiegarti, senza ferire i tuoi sentimenti, che non puoi entrare nella squadra?». Ricevette solo uno sbattere di palpebre imperturbabile dietro la griglia del casco; Stiles riprese a saltellare sul posto come se non avesse sentito una sola parola dell’amico.
            «E dààài! Dài, dài, dài, dài, dài, dài, dài!».
            «Ci rinuncio…», bofonchiò, portandosi due dita su ogni tempia nell’attesa che la super emicrania lo colpisse senza pietà. «Che cosa devo fare?», si arrese.
            Stiles sorrise raggiante, i suoi grandissimi occhi da cerbiatta presero a brillare come due piccoli soli e batté le mani con rumori ovattati per via degli spessi guantoni. «Grazie, sei il migliore dei migliori amici!».
            «Già, ma non venire a lagnarti da me quando riceverai un due di picche da Finstock».
            «Oh, mio buon Scottie! Mi sai per una persona che si arrende? Per una persona lagnosa e pappamolle?».
            Di questo bisognava dargliene atto, pensò Scott tra sé: Stiles non piagnucolava di certo per futilità come il non essere ammessi nella squadra di Lacrosse, anzi! Era il tipo di persona che più riceveva rifiuti, più s’ intestardiva a provarci. Ne stava avendo la dimostrazione proprio in quel momento.
            «Come posso aiutarti?», ripeté, un po’ più convinto di prima.
            Stiles prese un gran respiro gonfiando il petto. Poi… «Dovrai ricoprirmi di complimenti dicendo che sono una fuoriclasse e dovrai stare in porta così da fingere di non riuscire a parare nessuno dei miei attacchi micidiali, AW YESSS!». Disse tutto senza prendere respiro una sola volta, lasciando Scott con espressione vacua per qualche secondo. «Bene, lascerò che l’eco delle mie parole ti rimbombi nelle parti vuote del cervello, così rielaborerai ciò che ho detto».
            Scott aggrottò le sopracciglia. «Ehi!».
            «Ti voglio bene, Scottie».
            Poi, il Beta rielaborò sul serio ed esclamò un sentito e sincero: «Aspetta, col cazzo!».
            «Andiamo, solo tu puoi aiutarmi!».
            «Non se ne parla, Stiles. Non ci sarò io nelle porte avversarie durante una gara, sempre che Finstock decida di prenderti!».
            Stiles lo liquidò ancora con uno sventolio della mano, perché McCall era un grande scemo che non vedeva mai oltre. «Per quel momento avrò già accumulato esperienza. Seguirò tutti gli allenamenti che farete, lo prometto, mi serve solo una spintarella per entrare nel giro, poi sarà tutta in discesa!».
            «Parli come se si trattasse di qualcosa di losco», borbottò il Beta.
            Incrociò le braccia al petto, la racchetta stretta nella piega di un braccio, con l’espressione più offesa e altezzosa di questo millennio. «Se voialtri la smetteste di comportarvi come se fosse un fottuto club segreto in cui solo pochi eletti possono farne parte, potrei anche prendere in considerazione l’ipotesi di mettermi l’anima in pace».
            Scott, malgrado tutto, sorrise, perché Stiles era un’idiota impossibile da digerire, ma aveva una grinta e una determinazione da ammirare.
           



Il suo “magnifico piano” consisteva nell’intrufolarsi in campo senza che nessuno se ne accorgesse – aveva sgraffignato la divisa di Scott per camuffarsi per bene – ed esibirsi in alcune magnifiche azioni che avrebbero fatto restare tutti quanti a bocca aperta, cosicché il Coach avrebbe smaniato per avere “il tipo misterioso” in squadra. Solo a quel punto avrebbe rivelato la sua vera identità.
            Purtroppo, però, non andò affatto come previsto: Finstock l’intercettò in meno di uno schiocco di dita e l’afferrò per la collottola della divisa. «Due McCall? È un incubo che diventa realtà o devo pensare che qui sotto ci sia qualcun altro?».
            Oh, dannazione! Stiles rivolse un’occhiata allarmata al suo migliore amico, che restituì uno sguardo smarrito e si strinse nelle spalle. «Coach! Come va, oggi? Bella giornata per provare qualche tiro, eh?», esclamò, cercando di rendere la propria voce più profonda e naturale possibile.
            Finstock si esibì nella sua migliore espressione annoiata. «Fuori di qui, Stilinski». Senza troppe cerimonie, prese a camminare verso gli spalti con un suo braccio stretto tra le dita.
            Stiles provò a protestare e fare resistenza. «Ahia, auh, oh, faccia piano!».
            «Ti sto a malapena sfiorando», disse con tono antipatico l’uomo. «Se ti fai male così, immagina cosa ti succederebbe in una partita».
            «Andiamo, Coach! Mi dia una possibilità!».
            L’uomo arrivò alla prima fila di seggiole di plastica rossa sbiadita e ce la schiaffò di sopra. «Negativo, Stilinski. Le donne non sono ammesse nella squadra», affermò perentorio.
            Stiles si levò il casco e sciolse l’arruffata coda bassa che aveva fatto per fermare i capelli, ora appiccicati tutti dietro al collo per via del caldo, e fissò il Coach con espressione offesa e allibita. «È bene che lei sappia che se si fosse trattato di Quiddich avrei potuto giocare eccome!».
            «Spiacente di deluderti, ma qui non siamo in un’opera fantasy. Ora, se vuoi scusarmi, devo andare ad allenare i tuoi compagni di scuola».
            Stiles lo guardò allontanarsi e soffocò tra i denti un’imprecazione davvero poco femminile.




«Dài, non prendertela! Infondo non è niente di che!», tentò consolarla Scott circa due ore dopo, mentre si dirigevano al parcheggio.
            «Feste meravigliose, birra a volontà, Jackson Whittemore sudato e a petto nudo, tanti addominali in bella vista e tu dici che non è niente di che?».
            Il Beta roteò gli occhi al cielo, tenendo il passo svelto e impettito della sua migliore amica. «Okay, magari per te sarà anche il paradiso, ma fidati: di feste meravigliose ce ne sono anche per chi non gioca a Lacrosse – poi tu sei astemia, quindi scordati la birra –, e Jackson da sudato puzza esattamente come chiunque altro. E per ultimo, non credo che ti lascerebbero entrare nei nostri spogliatoi, anche se dovessi avere un posto in squadra».
            L’umana, perché era una personcina matura e sapeva accettare i fallimenti, si mise a fare delle smorfie e scimmiottare il Licantropo ciondolando la testa da un lato all’altro. Scott soffocò una risata e, insieme, giunsero fino al catorcio color puffo che Stiles si ostinava a chiamare “macchina” o “bambina”, secondo l’umore che aveva al momento.
            «Io comunque non mi arrendo», esclamò.
            «Lo so, purtroppo».
            «E se mi facessi crescere la barba? Forse così Finstock mi accetterebbe».
            «Stiles, se ti facessi crescere la barba nessuno ti vorrebbe nella squadra».
            La ragazza lo guardò a lungo, giudicandolo a labbra strette e sguardo severo. «Maschi stronzi e primordiali», sbottò poi, dandogli le spalle a mento alto in un atteggiamento parecchio simile a quelli che Lydia Martin aveva di solito. Salì a bordo della Jeep e mise lo zaino sul sedile del passeggero, sbattendo la portiera con più forza del necessario. «Non ti do nessun passaggio», disse altezzosa, senza neanche guardare in faccia il suo ex migliore amico. «Fattela di corsa, stupido cane!».
            «Tanto ho la moto», si strinse nelle spalle Scott, tutto tranquillo nella sua stupida mascolinità.
            «Sappi che potrei averla anch’ io!».
            «Certo. Così tuo padre ti ammazza».
            Stiles volse il capo così velocemente che Scott temette che le si sarebbe spezzato l’esile collo, e i capelli frustarono l’aria; gli rivolse un’occhiata oltraggiata. «Ah! Ora solo perché sono una donna non posso avere una moto?».
            «No», ribatté Scott, sorridendo candidamente e incrociando le braccia sul bordo del finestrino. «Non puoi averla perché sei tu».
            «Oh, va’ a farti fottere, Scottie». Ingranò la marcia senza degnarlo di altro e si allontanò con nelle orecchie l’eco della stupidissima risata del suo migliore amico.




Del proprio aspetto le piaceva poco e niente aveva la pelle troppo pallida e con troppi nei, gambe e braccia esili, il busto troppo sottile che la faceva sembrare una ragazzina di quattordici anni anziché una “donna” di diciassette e un seno piccolo che era sì e no una seconda piena – quella stronza di Lydia Martin aveva certamente una quarta, e Stiles sospettava che fosse per questo che Jackson le morisse dietro.
            Non le piaceva assolutamente niente neanche del viso perché aveva il naso strano, occhi e bocca sproporzionati, sopracciglia fin troppo curve e stupidissimi nei anche lì. Solo il collo la soddisfaceva: non era esageratamente lungo ed era piuttosto elegante, avrebbe osato definirlo sensuale – se si poteva definire “sensuale” un semplice collo –; tendeva a metterlo spesso in mostra legandosi i capelli – di un banale color castano – in code alte, sperando che la fauna maschile si innamorasse almeno di quella sua parte.
            Aveva inoltre un sacco di difetti, come l’essere un maschiaccio: indossava sempre felpe colorate, magliette troppo larghe dei supereroi o con scritte stupide – la sua preferita era tutta nera con su scritto “What are you looking at, dicknose?” –, per non parlare dei troppi jeans vecchi e strappati e delle scarpe da ginnastica consumate. Era anche testarda, rumorosa e iperattiva a livelli impossibili – ma di questo forse bisognava attribuire la colpa al fatto che fosse affetta da ADHD –, e pretendeva di avere ragione su tutto – cosa che accadeva spesso, grazie tante, perché lei era un dannato genio ed Hermione Granger avrebbe potuto tranquillamente baciarle le chiappe.
            Insomma, Stiles Stilinski non era per niente la ragazza perfetta, ma di una cosa bisognava assolutamente dargliene atto: non avrebbe mai tradito se stessa per compiacere qualcuno. Mai.
            Ciò che tendeva a non notare era che la gente attorno a lei l’adorasse incondizionatamente. Aveva Scott, che in pratica era il fratello che non aveva mai avuto, e suo padre che, pur con i suoi modi severi da sceriffo, tendeva sempre a proteggerla e cercare di tenerla lontana dai propri casi – cui lei prontamente ficcava il naso, perché Sherlock Holmes (a braccetto con Hermione, s’ intende), poteva baciarle il fondoschiena. C’era anche Melissa, che era davvero una vice mamma e viziava spesso sia lei che suo padre con cene fantastiche, e aveva amici come Danny, Allison, Heather, Caitlin e… Derek.
            Non che il grosso lupo cattivo fosse esattamente suo amico, lo poteva considerare una sorta di… alleato. Non era come se loro due avessero mai speso del tempo assieme chiacchierando amabilmente di fronte a una tazza di thè, soprattutto perché Stiles dubitava che Derek fosse tipo da thè: era più il tipo che avrebbe preferito una bella tazza di sangue umano, quel genere di lugubre uomo ombroso che ti faceva venire i brividi solo a sentirlo nominare. E di brividi Stiles ne aveva sempre tanti, ogni volta. Il punto era che, malgrado tutte le minacce di morte e la palese antipatia che l’Alpha nutriva nei suoi confronti, lei era ancora viva. Quindi, forse, dopotutto Derek non era proprio classificabile come nemico.
            Insomma, nel complesso non si poteva dire che la sua vita fosse un gran disastro. Era piena di alti e bassi – come quella di tutti –, condita da una buona dose di pericoli più o meno mortali come zii psicopatici e Kanima a piede libero – questo forse non era presente nella vita delle altre persone, il che era un bene. Il punto è che Stiles era contenta così, anche se…
            Quel dannato stronzo di Harris! pensò nello sfogliare i compiti assegnati. Poteva convivere con faccende sovrannaturali, ma avrebbe sempre detestato i compiti di quel maledetto insegnante!



           
Malgrado fossero gli inizi di Dicembre, le giornate non erano ancora particolarmente rigide. Certo, faceva abbastanza freddo da vestirsi pesanti, ma in casa Stiles tendeva a stare molto meno imbacuccata: al momento, per esempio, indossava un larghissimo maglione bordeaux che le scivolava puntualmente su una spalla, un paio di morbidi pantaloni grigi e dei calzettoni di spugna nera che avevano speciali cuscinetti di silicone sulla pianta fatti apposta per non far scivolare gente impedita come lei. Insomma, non era l’emblema della bellezza, ma ciò che più importava era che stesse comoda e riparata.
            Non amava particolarmente starsene da sola in casa, ma non poteva farci granché. Suo padre aveva dovuto correre in centrale per uno “strano” caso di morte: il signor Chunkel, giornalaio di quasi cinquantotto anni, era stato ritrovato privo di vita dalla figlia maggiore, benché egli si fosse svegliato in gran forma e allegro come non gli succedeva da tempo. Stiles sospettava fosse stato un attacco cardiaco, ma a quanto pare la donna aveva dato di matto e preteso che le autorità andassero più a fondo nella faccenda.
            Scott invece era a studiare da Allison – certo, studiare !– e in più, pur volendo, non sarebbe potuta uscire per conto proprio, dal momento che sulla scrivania la attendevano i libri di trigonometria e scienze, smaniosi di essere aperti.
            Scese rapida al piano di sotto per fare rifornimento di schifezze che teneva di nascosto accanto alle zuppe in scatola. Afferrò una bustina di Skittles e si diresse in cucina per versarsi un bel bicchiere di latte cui aggiunse una cucchiaiata di polvere Nesquik, tornando poi in camera con il suo piccolo bottino. Mettendosi l’anima in pace, ascoltando a basso volume gli ‘Imagine Dragons’ e sgranocchiando i suoi Skittles, prese a studiare.




Era passata circa una mezz’ora, quando un potente spiffero d’aria gelata la colpì alla nuca facendola rabbrividire. Si volse alla propria sinistra e inarcò un sopracciglio: avrebbe giurato a se stessa di aver chiuso la finestra, appena rientrata… Stringendosi nelle spalle, si alzò dalla sedia girevole per abbassare l’imposta ma, una volta fatto, non tornò a sedersi. Rimase lì, immobile, a osservare la strada. Alla faccia delle giornate non particolarmente buie! Era già notte, nonostante fossero appena le sei e trenta di pomeriggio, e i lampioni arancioni gettavano coni di luce che invece di illuminare non facevano altro che accentuare l’oscurità circostante. Stiles percepì un brivido lungo la spina dorsale e strinse le braccia al busto, allungandosi le maniche del maglione per coprirsi meglio. Alitò sul vetro per appannarlo e disegnò con l’indice una faccina sorridente – perché la sua maturità era quella – e poi si volse.
            «OMMIODDIO!». Urlò come se fosse un’unica parola, sentendo le ginocchia cedere e crollando sul pavimento con una mano sul cuore.
            Derek, immobile al centro della sua stanza, inarcò un sopracciglio.
            «Oddio, oddio, oddio! Aiutami, Sourwolf! Sto morendo!».
            Questa volta, l’Alpha roteò gli occhi al cielo, prima di incrociare le braccia al petto e sospirare con esasperazione.
            «Porca miseria, devi smetterla di attentare così alla mia vita! Esistono i campanelli!». Stiles si tirò su con difficoltà, le gambe che le tremavano ancora e in bocca il sapore ferroso del terrore appena provato. Si mise le mani tra i capelli spettinati, sciogliendo la coda per rifarla meglio.
            Derek la osservò imperturbabile, non mostrando alcuna emozione: le raggelanti sopracciglia erano come sempre leggermente aggrottate, le labbra strette in una linea dura e i bicipiti fasciati dalla giacca di pelle quasi sul punto di esplodere. Bello come al solito, ma Stiles finse di non averlo affatto pensato e riprese posto alla scrivania. «Okay, ti do il permesso di parlare», lo prese in giro.
            Se gli sguardi avessero potuto uccidere, probabilmente quello che le lanciò il Licantropo l’avrebbe incenerita seduta stante. «Ho bisogno di una ricerca sui Leprechauns», sentenziò, senza tanti giri di parole.
            Stiles annuì e attese che l’altro continuasse, ma Derek non aggiunse altro, e allora la ragazza corrugò la fronte. «Cos- Tutto qui?».
            «Sì, Stiles. Tutto qui».
            Borbottando e imprecando a bassa voce su quanto fosse odioso e indisponente, Stiles spostò da parte i libri e accese il computer, picchiettando distrattamente con l’indice sul mouse nell’attesa. «Posso sapere a cosa ti serve questa ricerca?».
            L’Alpha le rivolse un loquace e diplomatico «No».
            Stiles s’ indispettì, ma provò a mordersi la lingua per contenersi. «Ti conviene dirmelo, fustaccio, perché digitando solamente “Leprechaun” su Google otterrò solamente favolette per bambini e roba che di certo non potrebbe aiutarti».
            Derek dovette certamente pensare che avesse ragione, perché infine sciolse il nodo delle proprie braccia e infilò i pollici nelle tasche dei jeans. «A quanto pare ne è arrivato uno qui in città da pochi giorni».
            L’umana spalancò la bocca, emettendo il “Wow” più ampio ed esaltato della Storia. «Quindi esistono davvero? Ma è fantastico! Hey, perché non cerchiamo la pignatta di monete d’oro? Oddio, è meraviglioso, aspetta che lo venga a scoprir-Umpf!». Derek le aveva tappato la bocca con una mano, mentre l’altra le teneva la nuca.
            «Stiles», sibilò spazientito. «Sta’ zitta e occupati della ricerca».
            «Mmm!». Lei lo guardò torvamente e gli leccò il palmo della mano, che prontamente fu allontanata.
            «Che schifo!».
            «Così impari. Ora lasciami lavorare». Gli rivolse la coda altezzosamente e prese a digitare la password di avvio, dopodiché procedette con la ricerca. «Ah», mormorò, aggrottando le sopracciglia. «Come sospettavo: tutta roba per bambini».
            «Impegnati di più», borbottò Derek, facendo avanti e indietro per tutta la stanza a testa bassa.
            Stiles lo scimmiottò silenziosamente, ma fece come le venne detto e procedette con altre parole chiave, altri motori di ricerca e altri siti. Dopo ben quindici minuti di ricerca, riuscì a trovare un sito dall’aria promettente. «Hey, Derek, ascolta: “I Leprechauns sono creature folkloristiche irlandesi, appartenenti al Popolo delle Fate”, bla bla bla, questo lo sapevo».
            «Lo sapevo anch’ io, vai avanti», disse Derek brusco. Stiles si morse la lingua ancora una volta, procedendo con la lettura.
            «“Sono particolarmente difficili da catturare, ma una volta presi si può impedire loro di fuggire via se li si fissa negli occhi: una sola distrazione basta a dar loro la possibilità di scomparire”».
            «Sapevo anche questo», la interruppe il Licantropo.
            Stiles si volse per fulminarlo. «E allora perché diamine sei venuto da me, signor Saputello?».
            Derek la guardò serio con quei suoi occhi verdi, ma anziché ringhiare o dirle qualcosa di sgarbato, le rivolse un cenno del mento e un pacato: «Procedi pure».
            Riprese per l’ennesima volta. «“Possono esprimere un desiderio a persona, purché esso non abbia a che fare con questioni sentimentali, mortali o di natura sovrannaturale”, che significa? Se tipo io chiedessi di diventare un unicorno, il Leprechaun mi risponderebbe picche?». L’Hale alzò gli occhi al cielo e Stiles ridacchiò. «Okay, okay, pessima battuta. Dunque… ah, “Una volta espresso il desiderio, il vincolo che li trattiene cessa di esistere permettendo loro di fuggire via. Sono generalmente creature innocue, schive e solitarie. I loro punti deboli sono il bel canto, il buon cibo, gli oggetti d’oro” – ma va’, non l’avrei mai detto da tutti quei racconti sulle pignatte – “e le belle donne. Possono essere, altresì, grandi raggiratori e bugiardi, amanti di scherzi di pessimo gusto ed estremamente dispettosi”, alla faccia delle creature innocue!».
            «Stiles…».
            «E va bene! “Amano portare con sé un singolo scellino incantato che, se speso, riappare, e nel cappello dalla tipica forma a tricorno nascondono una boccetta di Polvere Ilare in grado di suscitare buonumore in qualunque creatura si imbatte sul loro cammino”». Stiles interruppe per la millesima stringendo forte le labbra tra i denti.
            «Be’? Che succede?».
            Scosse la testa, mulinando la coda qua e là, e l’elastico cedette un po’.
            Derek sbuffò piano. «Parla».
            Fece ruotare la sedia nella sua direzione, lo fissò per qualche istante e poi emise una pernacchietta che si trasformò in una risata. «Oddio, Sourwolf! Abbiamo trovato la tua cura!».
            Il cipiglio del Mannaro si accentuò. «Che intendi?».
            «La Polvere Ilare! Pensa come sarebbe bello metterne un po’ nel tuo caffè!». E rise ancora, tenendosi la pancia.
            Il moro chiuse le palpebre e inspirò lentamente per calmarsi. «Finiscila. O ti appendo a testa ingiù all’orologio del municipio».
            «Hey, non sono Doc Brown», disse la giovane, e poi assunse un’aria dubbiosa. «Tu sai chi è Doc Brown, vero?».
            Non la degnò di una risposta; le si avvicinò a braccia incrociate fino a che tra il suo addome e il viso di lei non ci furono pochissimi centimetri. «Continua a leggere», le ordinò, guardandola dall’alto.
            Stiles deglutì forse fin troppo rumorosamente e sentì le proprie guance imporporarsi, perché al diavolo l’odio e l’antipatia: Derek Hale era l’uomo più dannatamente bello e sexy che avesse mai visto in tutti i suoi diciassette anni di vita, persino più bello di Jackson Whittemore che era la sua cotta storica dai tempi della terza elementare, il che era tutto dire. Ma siccome lei era una persona di spessore, e di certo non si lasciava ingannare, da uno sguardo languido o un tono basso e sensuale, premette la mano pallida e delicata su quello stomaco – oddio, che addominali duri – e sospinse Derek lontano da sé. «Spiacente, Ragazzone: ricerca finita».
            «Aspetta, cosa?!».
            «È così. Segue solo la descrizione fisica, e di certo tu la conosci già, no?».
            Derek volse lo sguardo al monitor e fece vagare rapidamente lo sguardo sulle parole, che da dove si trovava lui sarebbero apparse minuscole e incomprensibili – ma che sicuramente riusciva a leggere ugualmente perché aveva la super vista e bla bla bla. Una volta finito, strinse forte la mandibola, tanto che i muscoli delle guance guizzarono un po’. «Niente omicidi…», mormorò, talmente a bassa voce che di sicuro si stava rivolgendo a nessuno oltre che se stesso.
            Stiles si mise all’erta. «Omicidi? Quali omicidi?».
            Il moro la guardò come se valesse meno di zero. «Non t’ immischiare», la redarguì, per poi avviarsi a grandi passi verso la finestra. Non fece però in tempo a sollevare l’imposta, che Stiles gli fu dietro e lo afferrò per la giacca di pelle.
            «Invece mi immischio, visto che mi hai chiesto la ricerca! Faccio parte del Branco!».
            «Stiles», pronunciò lui con tono fermo e minaccioso, senza voltarsi. «Stanne fuori».
            «No!».
            Accadde in due secondi netti: prima stava dietro di lui accanto alla finestra, dopo si ritrovò schiacciata contro la parete accanto alla porta, con Derek a mozzarle il fiato in petto e tenerle fermi i polsi ai lati della testa. Le iridi divennero di un acceso e lampeggiante cremisi, la voce dell’Alpha tuonò in tutta la stanza pur essendo quasi sussurrata: «Non mi fido dei Leprechauns e non mi fido di te, mi sei servita solo per usare internet in maniera rapida». Si accostò al suo orecchio, il respiro caldo le fece svolazzare qualche ciocca sfuggita dalla coda. «Stanne-Fuori», scandì. «Se non vuoi rimetterci la vita».
            Poi, Stiles sentì un rapido spostamento d’aria e il tonfo secco della finestra che si richiudeva. Rimase sola, ansante e terribilmente offesa.




Il giorno dopo, seduti al tavolo in mensa, Stiles raccontò tutto quanto a Scott, il quale disse esattamente ciò che l’umana sperava di sentire: «Che idiota».
            «Oh!», esclamò con soddisfazione. «Grazie, Scott, sei un amico».
            Il giovane si ficcò in bocca una forchettata d’insalata di pollo e riprese a parlare a bocca piena, infondendo in Stiles la voglia di possedere un ombrello per ripararsi dagli sputi. «Sul serio, che ha da preoccuparsi? Io non ho sentito niente».
            «Oddio, Scott», commentò ironica. «Non è che ci voglia chissà quanto a raggirare uno come te».
            «Fottiti, Stiles».
            «A ogni modo», riprese lei, spostando il proprio piatto di lato. «Sembrava seriamente turbato di non aver trovato niente di losco sui Leprechauns. Probabilmente si aspettava di trovare, che so, descrizioni macabre o testimonianze riguardo strani comportamenti-».
            «Stiles», la interruppe allora l’amico. «Sono degli omini alti mezzo metro, dalle lunghe barbe e i vestiti verdi e brillanti. Ovvio che hanno strani comportamenti!».
            «Be’, magari più strani del solito», specificò lei, per poi passarsi una mano sul viso e sospirare stancamente. «Non so… All’inizio credevo fosse una scemenza, ma ora non ne sono del tutto certa. Derek mi ha messo ansia».
            «Figurati, quello mette ansia anche quando va a fare la spesa».
            A quello, Stiles inarcò le sopracciglia fino a che quasi non divennero parte dei capelli. «Secondo te Derek va a fare la spesa?».
            «O va personalmente, o ha una schiera di schiavi che vanno per lui. In ogni caso dovrà pur mangiare qualcosa, non crederai che si nutra di aria e polvere».
            Non ci aveva mai pensato seriamente, forse perché l’immagine da Licantropo di Derek era lontana anni luce da quella di Scott, che più che una creatura della notte pareva solamente più agile e meno asmatico di prima, ma ugualmente scemo. Scosse la testa per liberarla dai pensieri futili. «Comunque», riprese, chinandosi maggiormente sul tavolo cosicché la distanza tra di loro fosse minima, «io comincio ad avere uno strano presentimento. Spero solo di sbagliarmi».
            «È sicuramente così».
            La campanella suonò fastidiosamente, annunciando la fine della loro conversazione e l’inizio delle lezioni pomeridiane.




Stiles rincasò un’ora più tardi rispetto al solito poiché, dopo scuola, si era recata in biblioteca e prendere in prestito diversi volumi sulle varie leggende irlandesi. Trovò suo padre sveglio – aveva dormito tutta la mattinata dopo essere rincasato alle tre di notte –, seduto al tavolo della cucina con un giornale aperto a nasconderlo quasi interamente, mentre un piatto contenente alcune foglie di lattuga mangiucchiate faceva bella mostra di sé poco più in là.
            Stiles inarcò un sopracciglio. «Uh, ciao, pa’».
            «Hey, tesoro», disse l’uomo, restando dietro dalla pagina sportiva. «Tutto bene, a scuola?».
            «Come al solito», si strinse nelle spalle. Guardò con circospezione il proprio vecchio, poi decise di lasciar perdere e prese una mela rossa dal cesto della frutta. «Vuoi un po’ di mela?».
            «Oh, ti ringrazio, ma sono pieno».
            «Mh-mh». Aprì l’acqua del rubinetto e strofinò minuziosamente la buccia del frutto. «Tutto bene, in centrale? La figlia del signor Chunkel si è calmata?».
            Un fruscio prolungato le suggerì che avesse voltato pagina. «Uh, sai… è difficile in questi casi essere calmi. Poi è accaduto da un giorno all’altro…».
            Già, la povera donna non aveva di certo avuto modo di rendersi conto della faccenda. Insomma, nel proprio caso, Stiles aveva almeno avuto il tempo di prepararsi psicologicamente a dover dire addio a sua madre, pur soffrendo terribilmente a causa della perdita; invece, la signora Chunkel si era vista portar via il genitore da un momento all’altro.
            Chissà cosa si provava in quei casi… Chissà cosa Derek, che aveva perso tutta la sua famiglia da un giorno all’altro, provasse…
            Oh, Dio. Perché diamine stava pensando a quel Sourwolf, adesso?!
            Afferrò una pezza con gesto stizzito e la utilizzò per tamponare la mela, addentandola poi con ferocia, neanche avesse offeso a morte la sua t-shirt di Spiderman. Si poggiò con il fondoschiena sul ripiano della cucina e ripassò mentalmente i compiti che avrebbe dovuto svolgere nel pomeriggio, giusto per tenere la mente occupata con qualcosa di costruttivo e non con l’immagine del Mannaro.
            «Uh, ahm… Stiles?».
            «Sì?».
            «Starò fuori anche stasera».
            Lasciò correre il frutto mezzo mangiato, voltandosi completamente verso il giornale che ancora nascondeva suo padre. «È successo qualcosa di grave?». Si rendeva conto di essere una persona orribile, ma sperava sempre ci fosse qualcosa d' interessante da sventare. Qualcosa in cui lei potesse ficcanasare, insomma.
            John sospirò, senza riemergere dalla propria lettura. «Purtroppo non è niente che non si potesse evitare: la moglie di VanGreen ha avuto un infarto questa mattina alle sei. Lui mi ha pregato di essere sostituito per avere la possibilità di organizzare la veglia, il funerale e tutto il resto».
            Sicuramente Stiles era una persona orribile, ma quanto casuali potevano essere due morti improvvise in meno di ventiquattro ore, entrambe dovute ad arresti cardiaci? «La signora soffriva di cuore?», cominciò a chiedere con nonchalance, mentre avvolgeva il resto della mela in un foglio di carta da cucina.
            «Non saprei… di certo non era più giovanissima».
            «Ma tu non hai mai sentito dire al tuo vice che lei soffrisse di attacchi, dico bene?». Cominciò a giocherellare con la palla di carta che aveva creato, passandosela da una mano all’altra come fosse una pallina da baseball.
            Lo Sceriffo si limitò ad abbassare un lembo del giornale per rivolgergli un occhio azzurro e indagatore. «Cosa stai tramando?».
            Per poco non fece cadere la mela. «Io? Oh, padre! Mi hai preso per una subdola cospiratrice?».
            Il sopracciglio paterno s' inarcò di almeno un paio di centimetri. «Stiles…».
            «Sono solo preoccupata! Insomma, certe notizie ti lasciano sempre un po’ scosso, no?». Dovette suonare abbastanza convincente, perché il giornale tornò al proprio posto.
            «Be’», disse suo padre, «se proprio ci tieni a saperlo, no: prima d’ora non avevo mai sentito dirgli che la moglie soffrisse di cuore, o di salute in generale. Tranne forse l’allergia alle mandorle, ma questo non conta. Era solo una donna molto solitaria e, secondo i racconti di Frederick, molto austera».
            Stiles avvertì qualcosa pizzicare nel cervello, come una sorta di sesto senso che, però, era più flebile della fiammella di un mozzicone di candela. Tentò di afferrarlo in tutti i modi, concentrandosi fino a sforzare i muscoli della fronte e corrugarla con una linea tra le sopracciglia, ma fu del tutto inutile: la fiammella si spense e ne rimase solo il fumo come ricordo. Imprecando mentalmente per la frustrazione, volse il capo all’orologio, scoprendo che fossero quasi le cinque e trenta: era in straordinario ritardo. Afferrò lo zaino che aveva posato ai propri pieni e, dopo aver rivolto un «Comunque, pa’, sappi che ho capito cosa stai mangiando lì dietro al tuo giornale, e stasera avrai solo un’insalata e due uova sode», prese a salire le scale due gradini alla volta.
 
           


Poiché lei era una persona diligente e fantasticamente geniale, riuscì a finire tutti i compiti in meno di due ore. Certo, il saggio di economia per Finstock le impiegò gran parte del tempo e delle energie, ma una volta scritte le note finali poté ritenersi soddisfatta del risultato e decise di concedersi un lungo e caldissimo bagno per ricompensarsi. Prima scese al piano di sotto per preparare l’insalata allo Sceriffo – perché lei la sua parola la manteneva eccome, a differenza del suo vecchio –, poi poté finalmente dedicarsi a sé stessa: riempì la vasca con sali e bagnoschiuma che faceva tantissime bolle, cedette persino alle sue inclinazioni più civettuole mettendo qua e là qualche candela profumata – donatele da Lydia, la quale si ostinava a voler diventare sua amica senza un reale motivo apparente – e impostò musica lenta in riproduzione casuale sul cellulare. Una volta spogliata e infilatasi in acqua, rilasciò un sospiro soddisfatto e chiuse gli occhi: quello che era il paradiso.
            Peccato che, dopo neanche cinque minuti di relax, il cellulare prese a vibrare fastidiosamente e la ragazza dovette riemergere dal suo stato di pace – oltre che dall’acqua – e sporgersi per asciugarsi un braccio e rispondere. «Ciao, Stiles!».
            Era Allison. «Oh, ehm… ciao». Non capitava spesso che lei la chiamasse, il più delle volte s' incontravano a scuola, alle feste di Lydia o di notte, nella foresta e in mezzo a una pioggia di frecce. «Ti prego, dimmi che non è successo niente».
            La sentì sbuffare un sorriso. «No-no, tranquilla! Sono assieme a Lydia e ci stavamo chiedendo se per caso ti andasse di venire al pigiama party di domani sera, ci sarà anche Erica».
            Oh. Quello era davvero una novità: non era come se Stiles fosse una ragazza particolarmente popolare che le compagne di scuola invitavano di continuo a casa loro. A onor del vero, era la tipa sfigata e nerd che nessuno notava mai, e forse la sua iperattività dipendeva anche da questo, perché hey, doveva pur attirare l’attenzione in qualche modo. Ma ora stava divagando nella propria testa, meglio tornare al presente. «Sarebbe… carino», disse, perché proprio non aveva in mente aggettivo migliore per definire un pigiama party con le ragazze. Dire qualcosa come: “Cocche, ci rendiamo conto che siamo una barzelletta vivente? C’erano una volta un’Umana, una Cacciatrice, una Banshee e una Licantropa” non sarebbe stato di certo appropriato. Almeno così credeva.
            Tuttavia, Allison dovette apprezzare il suo sforzo, perché parlò con un sorriso nel tono della voce: «È fantastico! Allora ci vediamo domani a casa di Lydia, per le nove e trenta».
            Stiles fece per dire qualcosa, ma poi sentì uno strano rumore e la voce dall’altra parte cambiò. «Hey, Stiles». Era la rossa, e parlò nel suo solito tono da leader. «Solo alcune cose: smalti, pigiamino sexy, caricatore del cellulare e spazzolino. Non devi portare altro, al cibo penserò io».
            La figlia dello Sceriffo rimase interdetta qualche istante, prima di pigolare un poco convinto: «Perché il pigiamino dovrebbe essere sexy?».
            Dall’altra parte giunse una risata sarcastica. «Ti prego, smettila di scherzare. Ora ti salutiamo, baci-baci!». Chiuse la chiamata.
            Stiles fissò il display con espressione stralunata, prima di decidere che la Banshee fosse del tutto sciroccata e che, per sicurezza, lei sarebbe andata con un bel pigiamone di pile. Posò il cellulare dove si trovava prima – era tornato a riprodurre i brani rilassanti – e si lasciò andare con la nuca contro il bordo di ceramica.
            Era immersa da poco più di venti minuti quando suo padre bussò alla porta del bagno per annunciarle che stava andando in centrale; lei si limitò a mugolare parole sconnesse e stiracchiarsi nell’acqua profumata e ancora schiumosa. Poco dopo, coccolata dalle dolci note di “I can’t help falling in love with you” di Elvis, prese il flacone di shampoo e se ne versò un po’ sulle mani, massaggiandosi capelli piano e con piccoli grattini, a occhi chiusi. Sospirò soddisfatta un paio di volte, mugolando di tanto in tanto a tempo con la canzone, dopodiché prese un respiro profondo e andò sott’acqua, perché era una cosa che faceva quando aveva sette anni e con molte probabilità avrebbe continuato a farla anche a ottantasette.
            Fu una volta riemersa che rischiò di rimanerci secca.
            «OOOOOOOOH, PER TUTTI I SOURWOLF!».
            Derek, con l’espressione più annoiata dell’ultimo millennio, stava a meno di due metri dalla vasca, lugubre e silenzioso come un dannato spirito maligno.
            Stiles si rese conto di essere ignobilmente nuda, e arrossendo a chiazze avvicinò le ginocchia al petto e abbracciò quanta più schiuma possibile. «Esci subito!».
            «Come fai a non morire asfissiata con tutte queste candele?».
            «Sono affari miei, ora esci! Sono nuda!».
            Lui la guardò come solo le persone sceme si possono guardare e, se possibile, Stiles arrossì ancora di più. «Dovresti imparare a chiuderti a chiave, allora».
            Ma è pazzo?! «Ah! Tu dovresti imparare a non entrare in casa della gente senza essere stato invitato!». Derek inclinò la testa di lato, e Stiles si diede un pizzicotto su un fianco per aver seriamente pensato che fosse adorabile. La cosa non andava bene per niente. «Che cosa vuoi?», disse, più burbera del necessario.
            Le rispose con estrema calma, come se stesse parlando a una bambina dell’asilo. «Di solito ficchi sempre il naso nelle faccende di tuo padre. Perché questa volta no?».
            «Ma di che diavolo stai par-». Le ritornò in mente il dialogo avuto con il genitore qualche ora prima. «Ehi! Ci hai spiati! Oddio, Ragazzone, sei un dannato stalker raccapricciante!». Le sopracciglia mannare ebbero l’effetto di farla ritrarre contro il bordo della vasca. «Okay, okay, questa volta non sono andata. Anche perché mio padre sarebbe andato in centrale, non a casa di Frederick».
            Il Licantropo sospirò e per la prima volta mostrò un’emozione: frustrazione. Si passò una mano tra i capelli, scompigliandoli ancora di più – Stiles non deglutì a quella scena, affatto. «Mi serve l’indirizzo di quell’uomo».
            La liceale sgranò gli occhi. «Vuoi andare a fargli una visitina e porgergli le tue più sentite condoglianze?».
            «No, idiota», ribatté l’altro stancamente. «Voglio annusare il cadavere».
            Stiles si ritrasse ancora di più e storse il naso in un’espressione di puro disgusto. «Ugh! Che schifo, Sourwolf, un po’ di contegno!». A quello, Derek ringhiò e fece brillare gli occhi di rosso, e la diciassettenne si agitò nell’acqua gesticolando con le mani gocciolanti e insaponate. «Oh, e va bene! Non conosco l’indirizzo, ma se vai in camera mia e prendi il mio PC, vedrò di combinare qualcosa. Però sappi che sono molto contrariata da questo tuo comportamento, sei solo un maleducato presuntuoso». Non che la cosa importasse granché, dal momento che Derek lasciò la stanza da bagno alle parole: “vedrò di combinare qualcosa”. Stiles sospirò e si afflosciò con la schiena contro il bordo della vasca, mentre il cuore le martellava in gola. Dubitava che alla gente comune capitasse di ritrovarsi un Lupo Mannaro sexy e terribilmente dispotico in qualsiasi momento della giornata e angolo della casa. Non che a lei importasse qualcosa che Derek fosse sexy, sia chiaro, solo… be’, sarebbe stato ancora più raccapricciante se si fosse trattato di qualcuno dal volto sfregiato e l’aspetto tutt’altro che avvenente. Certe volte pensava che Derek avesse la stessa funzione di una pianta carnivora: bella e invitante fuori per attirare le prede, velenosa e letale dentro per mangiarli. Ma la domanda che più la asfissiava e di cui più cercava di trovare risposta era: lei era l’insetto da attirare nella trappola?
            L’oggetto delle sue elucubrazioni fece il suo ingresso reggendo tra le mani il sottile PC ora spento, portando con sé una folata di aria fredda e insapore dal corridoio; in effetti, ora che Stiles ci faceva caso, le candele di Lydia stavano cominciando a diventare un po’ fastidiose.
            Si rimise seduta, sempre controllando di essere ben coperta dalla schiuma, e senza dire una parola sporse il braccio per farsi passare il computer. Derek inarcò un sopracciglio. «Non puoi usarlo».
            «Invece sì, tu lo tieni ed io ci digito sopra».
            «Hai le mani bagnate, se lo rompi non saprò come fare».
            «Derek, non lascerò che tu smanetti sul mio PC. La “p” sta per Personal, amico, sai che significa? Che tu, così come il resto dell’universo, non siete autorizzati a utilizzarlo».
            Per quanto sembrasse impossibile, la mandibola di Derek si strinse ancora di più e i suoi occhi divennero ancora più minacciosi. «Una volta l’hai fatto usare a Danny», sibilò.
            Stiles sgranò gli occhi, incredula: non credeva che il Licantropo potesse ricordare quel dettaglio, benché fossero passati solo pochi mesi. Ridacchiò tra sé e sé e fece scoppiare una bollicina con la punta dell’indice. «Già, il caro Danny-bello. Penso avesse una cotta per te, altrimenti col cavolo che ci avrebbe aiutati».
            «Non ti ho ancora punito abbastanza per quella cazzata di “Miguel”», borbottò tetro il maggiore.
            «Cosa?! Mi hai fatto sbattere la testa contro lo sterzo della Jeep, potevo morirci!».
            Roteò gli occhi verdi fino al soffitto. «Con la testa dura che ti ritrovi ne dubito fortemente». Ciò detto, afferrò un asciugamano per tamponare il bordo della vasca e poi ci si sedette, adagiando il computer sulle proprie cosce. «Dimmi la password, veloce».
            Stiles meditò seriamente sulla possibilità di dargli un pugno insaponato al centro della schiena, salvo ricordarsi che a) si sarebbe fatta molto più male lei e b) con molte probabilità avrebbe ottenuto solo di essere spinta sott’acqua fino a morire asfissiata. Così, ricacciò indietro un groppo di imbarazzo e irritazione e borbottò: «DSHW. Tutte maiuscole».
            Derek, con le sopracciglia aggrottate, digitò rapido come un battito d’ali. «Che cosa significa?».
            «Niente, lettere a caso».
            «Stai mentendo».
            «Oh, che importanza ha?». Si sporse per vedere oltre il fianco del Licantropo e imprecò mentalmente contro se stessa quando sullo sfondo comparve la foto di Colt Prattes a petto nudo. Sentì lo sguardo giudicatore dell’Alpha su di sé, ma non osò incrociarlo. «Ehm… non lo cambio da un po’». 
            Derek emise solo un sospiro stanco, prima di picchiettare impaziente con un dito sul mouse integrato. «Be’?!», sbottò poi.
            «Oh, sì!». Stiles si riprese dal suo stato d' imbarazzo e gli indicò una piccola icona a forma di cartella. «Clicca due volte lì, scorri finché non trovi un file dal nome “Po.Ad.Ill.” e clicca anche sopra quello».
            Derek eseguì, e quando Stiles gli diede altre indicazioni e codici eseguì pure quelli muovendo rapido le dita sui tasti. Giunse infine a una schermata che conteneva il logo del distretto di Beacon Hills e che riportava il nome di Frederick VanGreen in alto a sinistra. Lanciò un’occhiata di sbieco alla ragazzina dietro di sé. «Davvero, Stiles? Mi hai fatto entrare nei file della polizia solo per un indirizzo? Non potevamo cercarlo sull’elenco telefonico?».
            Lei non voleva ammettere di non aver affatto pensato all’elenco telefonico; arrossendo a chiazze, iniziò a mordicchiarsi l’unghia del pollice e giocherellare con le bollicine attorno alle sue ginocchia. «Le cose o si fanno bene o non si fanno per niente. E poi così ti ho insegnato a bucare il sistema della polizia, dovresti ringraziarmi».
            Derek sospirò pesantemente, perché l’umana era una tale idiota e lui aveva rinunciato a capirla già da tempo. Scorse il profilo dell’agente fino a che non trovò ciò che cercava. «Ecco: Twinkle Finchfield Road, numero 783».
            Per il troppo entusiasmo, per poco Stiles non balzò in piedi in tutta la sua gloriosa nudità. «Perfetto! Vengo con te».
            «Non se ne parla». Abbassò il coperchio del PC e si rimise svelto in piedi, scomparendo oltre la porta. Stiles fissò a bocca aperta il punto in cui stava solo pochi istanti prima, per poi darsi una riscossa e uscire velocemente dall’acqua. Si avvolse in un accappatoio e corse a piedi scalzi al suo inseguimento.
            «Hey, hey, hey! Riporta qui le tue chiappe mannare!». Lo trovò in camera sua, intento a riattaccare il computer alla corrente sulla scrivania. Si accostò a lui con le braccia incrociate sul petto. «Verrò con te. Che tu lo voglia o no».
            Lui le rivolse un’espressione sfiancata. «Possibile che non riesci mai a farti i dannati affaracci tuoi?».
            «Sì, be’, come hai intenzione di presentarti a Frederick VanGreen? Pensi che ti lascerà entrare in casa sua per farti odorare sua moglie in tutta tranquillità?».
            Derek si volse a fronteggiarla, incrociando le braccia a sua volta. «Mi intrufolerò dalla finestra. Come faccio con te».
            Tipico! Stupido lupo sexy e furtivo. «Sarà una veglia funebre, sai che significa? Che ci saranno persone, Derek, e le persone non amano incontrare sopracciglia inquietanti come le tue, alle veglie funebri. Specialmente se queste sopracciglia si sono intrufolate di soppiatto da una finestra».
            «Mi muoverò nell’ombra».
            «Oh, pfff, grandioso! Così farai venire sul serio un infarto a qualcuno, ottimo piano!».
            Gli occhi dell’Alpha divennero scarlatti e nel suo petto vibrò un ringhio cupo e minaccioso; Stiles deglutì, ma non retrocesse di un millimetro. Alla fine, Derek cedette con un sospiro. «Hai cinque minuti contati per asciugarti e vestirti. Se sfori anche solo di trenta secondi, ti lascio qui».
            Scattò sull’attenti portandosi una mano sulla fronte a mo’ di visiera. «Sissignore!».
            «Bene».
            Si fissarono per qualche istante, entrambi in attesa. Poi… «Ehm, Derek? Puoi uscire dalla mia stanza?».
            «Certo, sbrigati».
            Una volta da sola, Stiles prese a saltellare sul posto e a battere le mani, perché finalmente poteva entrare nel vivo del caso e sfoderare tutte le sue doti d' investigatrice  geniale quale – modestamente – era. Frizionò i capelli con il cappuccio dell’accappatoio e, servendosi della mano libera, aprì il cassettone per prendere l’intimo, una maglia, una felpa e un paio di pantaloni abbastanza pesanti da andar bene anche senza collant di sotto – perché è noto che i collant sono esseri orribili che sentono quando hai fretta e ti si attorcigliano o strappano per dispetto. Indossò tutto alla rinfusa, senza preoccuparsi dell’abbinamento – non che normalmente le importasse – e infilò i piedi nelle prime Adidas che riuscì a scovare. Ancora con i capelli umidi, uscì dalla sua camera, quasi rischiando di travolgere un Derek in attesa, ed entrò nel bagno per lasciar defluire l’acqua della vasca e intanto asciugarsi meglio con un colpo di phon. «Ti dispiace spegnere le candele?», chiese guardando il riflesso di Derek allo specchio. Lui con un’alzata di occhi al cielo e uno sbuffo, staccò la spalla dallo stipite della porta per eseguire. «Yey! Auguri, Sourwolf!», esclamò con un sorrisino stupido dopo che lui ebbe soffiato.
            «Sbrigati. Mancano venti secondi».
            «Okay, okay». Mosse più velocemente il phon e la mano tra le ciocche decidendo infine di lasciarle leggermente umide, staccò la presa dalla corrente e si volse sorridente verso Derek. «Ecco fatto! Pronta!».
            Il maggiore non sembrava esattamente l’emblema dell’allegria: emise l’ennesimo sospiro della serata, precedendola nel corridoio e poi al piano inferiore. Stiles afferrò al volo cellulare e chiavi di casa, infilando il giaccone più pesante che avesse.
           



Giunsero a destinazione in meno di un quarto d’ora. Di fronte la villetta dei VanGreen c’erano alcune auto parcheggiate ordinatamente, mentre dalle finestre al piano inferiore s'intravedevano alcuni movimenti lenti.
            Derek parcheggiò dietro una vecchia Station Wagon grigia e fece per scendere, ma Stiles lo bloccò con una mano al gomito; si volse repentinamente, probabilmente con l’intenzione di ringhiarle contro, ma quando vide l’espressione dell’umana cambiò atteggiamento. «Cosa c’è?».
            Stiles si leccò le labbra nervosamente, i grandi occhi da cerbiatta fissi sulla villa. «Detesto le veglie funebri», bisbigliò, scuotendo piano la testa.
            Derek emise una breve risata amara, perché nessuno più di lui avrebbe potuto comprendere quel sentimento.
            «Quando accadde con mia madre, mi chiusi in camera mia e non volli vedere nessuno». Non sapeva perché stesse confessando quella cosa proprio in quel momento, e per di più a uno come Derek. Sapeva solo che fosse… giusto, in qualche modo. Che lui non l’avrebbe giudicata.
            La scrutò in silenzio per qualche secondo. Poi, inaspettatamente, parlò in tono basso e incolore: «Io avrei voluto fare lo stesso. Ma non avevo più nessuna camera in cui rifugiarmi, e Laura aveva bisogno di sostegno».
            Nel petto della ragazza si formò come una crepa che pulsò con dolore. Volse timidamente il capo verso Derek, sentendo gli occhi inumidirsi, e si fissarono senza più dire una parola per diverso tempo. Era facile dimenticare quanto, sebbene fossero due poli opposti, avessero anche tanto in comune: entrambi erano stati devastati da giovanissimi, entrambi avevano meccanismi di difesa contro il mondo esterno, entrambi nascondevano dolori immensi che nessun altro avrebbe mai potuto comprendere appieno. Avrebbero dovuto cercare di venirsi incontro, anziché litigare sempre.
            Stiles prese un respiro profondo e tornò a guardare fisso di fronte a sé, con una sicurezza che non aveva davvero. «Forza, Sourwolf. Prima iniziamo, prima possiamo andarcene».
            Scesero dalla Camaro.
            Ad aprirli fu Frederick VanGreen in persona, che nel riconoscere la ragazza assunse un’espressione tenuemente sorpresa. «Oh, Stiles…».
            Più impacciata che mai e con le mani affondate nelle tasche del giaccone, fece un piccolo passo avanti. «Salve, Frederick… Ho saputo di sua moglie, mi dispiace…».
            L’uomo annuì tristemente e si fece da parte per farli entrare. «È stato come un fulmine a ciel sereno», sussurrò. «E pensare che stamane si era alzata così felice…».
            L’interno della casa era caldo e silenzioso, salvo qualche mormorio proveniente da quello che doveva essere sicuramente il soggiorno. Stiles sentì una presenza accanto a sé e si ricordò che con lei vi fosse anche Derek. «Questo è… un mio amico», disse. «Mi ha accompagnata». Derek strinse la mano all’uomo, e per una volta non parve il solito delinquente minaccioso e potenzialmente psicopatico.
            Forse, in un momento di lucidità, l’agente avrebbe sicuramente riconosciuto il suo volto – infondo, aveva partecipato al suo arresto avvenuto neanche sei mesi addietro –, ma in quel momento parve non ricollegare. Li invitò a lasciare i cappotti e fece loro strada verso il soggiorno.
            Stiles si sentì seriamente una persona pessima, ma in qualche modo avevano una missione da portare a termine; camminando a circa mezzo metro di distanza dal Licantropo, parlò a bassissima voce e senza quasi muovere le labbra, guardando dritto dinnanzi al suo cammino. «Io proverò a distrarre Fred. Tu avvicinati alla salma e fa’ ciò che devi fare, va bene?». Con la coda dell’occhio, vide un’impercettibile movimento del suo capo: lo prese come un segnale che aveva capito.
            Non fu neanche lontanamente facile come previsto: la salma della signora VanGreen era stata posta nella camera degli ospiti, dove un folto gruppo di parenti stava dando l’ultimo addio, e per Derek fu alquanto difficile avvicinarsi senza risultare dannatamente inquietante agli occhi altrui. Lui e Stiles rimasero in disparte ad attendere il momento migliore, anche se il Mannaro cominciava a nutrire qualche dubbio: benché vi fosse tanta gente racchiusa in una stanza così piccola, avrebbe di certo dovuto già avere il sentore di qualcosa di sovrannaturale.
            Stiles dovette combattere più volte il bisogno di aggrapparsi a un braccio dell’Alpha o stringergli una mano per trovare conforto; scelse di cingersi da sola il busto con un braccio e mangiucchiare l’unghia del pollice della mano libera, spostando la sua attenzione qua e là. Era come essere tornati al giorno peggiore della vita sua e di suo padre, ed era certa al cento per cento che anche Derek stesse provando terribili sensazioni: lo vedeva più greve e rigido del solito, la mandibola serrata e le spalle dritte in una posa davvero poco naturale. Avrebbe tanto voluto potergli dire qualcosa per farlo rilassare e fargli sapere che lei gli era accanto, ma non sarebbe stato molto normale per il tipo di rapporto che intercorreva tra loro… quindi compì la triste decisione di rimanere in silenzio.
            Non era propriamente come se la signora VanGreen fosse una figura tetra e inquietante, solo una persona dormiente tra tanti bei fiori colorati. Erano i parenti e gli amici attorno, che Stiles non poteva sopportare, e più volte dovette mordersi la lingua e respirare profondamente per non lasciarsi andare alla commozione.
            Infine, giunse il momento: un paio di anziane signore vestite di nero si allontanarono dal corpo disteso della defunta per andare a porgere le loro condoglianze al vedovo, e i due “complici” colsero la palla al balzo e si avvicinarono, pur mantenendo una discreta distanza. Per quanto fosse una donna ormai non più giovane, bisognava ammettere che la defunta avesse un aspetto davvero ben curato: pareva realmente che stesse dormendo, anzi, pareva proprio stesse avendo un bellissimo sogno, a giudicare dal lieve sorriso sulle labbra pallide. Forse era un’illusione di Stiles, ma fu come se sul suo volto e sui capelli stessero luccicando tanti piccoli brillantini simili a porporina. Per mezzo della vista periferica, poté notare come il petto di Derek si mosse lentamente nell’atto dell’ispirare; quasi sobbalzò quando lui emise un lieve starnuto – probabilmente causato da tutti quei fiori. Pochi attimi dopo, le dita calde del giovane Lupo sfiorarono il dorso della sua mano.
            «Fatto?», sussurrò flebilmente Stiles, ottenendo di nuovo un cenno in risposta. «Possiamo andare?».
            Altro cenno. Ne fu enormemente grata.
            Non risalirono subito in macchina. Quasi come se si fossero messi d’accordo, cominciarono a passeggiare a spalle curve e capo chino lungo il marciapiede illuminato dalle luci fredde dei lampioni e, in maniera molto più blanda, dal riverbero delle prime decorazioni natalizie provenienti dalle villette circostanti. Stiles immaginava che entrambi stessero avendo gli stessi pensieri tristi e angosciati, ed era in qualche modo consolante sapere che l’uno capisse perfettamente l’altra. Una simile connessione non l’aveva mai sentita neanche con Scott.
            Il vento soffiava piuttosto forte ed era pungente: Stiles sollevò il bavero del cappotto e ficcò le mani ghiacciate nelle tasche, osservando le proprie scarpe a ogni passo compiuto.
            «Non è servito a niente», mormorò a un certo punto Derek.
            La ragazza lo guardò con un tremendo groppo in gola. «C-cosa…?».
            Derek fissava in basso e camminava lento, ed era l’emblema della malinconia. «Venire qui», spiegò. «Non ha avuto senso. È morta per cause naturali, Stiles».
            «Vuoi dire… che non hai sentito niente?».
            «Niente. Nessun odore dello Spiritello Irlandese o di altre creature sovrannaturali».
            Non poteva credere che avessero riaffrontato il peggior ricordo delle loro vite per… niente. Doveva per forza esserci qualcosa. «Ma il Leprechaun, lui… tu non ti fidi, l’hai detto-».
            «Dannazione, Stiles, non ci senti?!», sbottò improvvisamente brusco, arrestando il passo per fronteggiarla con sguardo tagliente. «Non ho percepito alcun maledetto odore, fine della storia. È stato un banalissimo e comune arresto cardiaco. Punto».
            Se non avesse avuto i condotti lacrimali congelati – nonché un briciolo della sua dignità –, molto probabilmente sarebbe scoppiata a piangere per la frustrazione e il fastidio: insomma, che motivo c’era di aggredirla a quel modo? Non era di certo colpa sua, tutta quella faccenda! Strinse forte la mandibola e lo guardò torva, per poi lasciarlo lì e proseguire a passo rapido per la sua via. Al diavolo tutto, al diavolo lui e la fottuta connessione che evidentemente era stata solo una sua stupida illusione! Non aveva bisogno di quella testa di rapa, poteva cavarsela benissimo anche da sola, a costo di tornarsene a piedi a casa propria impiegandoci tutta la serata.
            Riuscì a percorrere solo tre metri prima di vedersi parare di fronte – evidentemente grazie alla velocità lupesca – l’Alpha. Lo ignorò e aggirò, ma lui la placcò di nuovo. E di nuovo. Alla fine si arrese. «Ti odio da morire», mormorò.
            «Non è una novità», bofonchiò Derek.
            Si sfidarono a colpi di occhiatacce, e Stiles sapeva che avrebbe perso in ogni caso, ma si batté con fierezza e onore. Fu lei la prima a distogliere lo sguardo, espirando una nuvoletta di vapore.
            «Torniamo alla macchina», le disse monocorde. «Ti riaccompagno a casa».
            «Mh», Stiles sorrise ironicamente. «Mi bacerai sotto il portico dell’ingresso?».
            Derek stese solo un angolo delle labbra. «Ti piacerebbe, Stilinski».         




Lydia era semplicemente una pazza furiosa se credeva seriamente che Stiles si sarebbe presentata a casa sua con un pigiamino sexy. Un bel paio di leggings felpati e il solito maglione bordeaux avrebbero fatto la loro porca figura, e tanti cari arrivederci.
            Stiles finì di riempire lo zainetto con tutto ciò che poteva tornarle utile, staccò il cellulare dalla carica e, con un sospiro che suonò più un lamento, inviò la risposta a un messaggio di Scott affermando che no, lei non gli avrebbe mandato di nascosto foto di Allison in completino intimo. Per Diana.
            Dal momento che mancavano ancora venti minuti alle nove e trenta – e non è che lei ci tenesse ad essere puntuale come un orologio svizzero –, ne approfittò per scendere al piano inferiore e starsene un po’ seduta sul divano accanto al suo vecchio, intento a guardare una partita di basket. Era contenta che finalmente lui potesse godersi un giorno di meritato riposo. «Un’amichevole?», domandò con vago interesse.
            «Già», rispose lui, prendendo un sorso di limonata rigorosamente dietetica. «Squadre locali, niente di che».
            «Mh, buono per passare il tempo senza farti esplodere la testa».
            «Vero… Quindi», continuò, prendendo un altro sorso. «Passerai una serata in compagnia delle tue amiche?».
            «Già», Stiles annuì.
            Suo padre emise un mormorio incoerente, seguendo con relativo interesse i giocatori in tv. «Salutami Scott», disse poi.
            Lei represse un sorrisetto esasperato. «Non potrò salutartelo, giacché né lui né nessun altro ragazzo sarà in nostra compagnia».
            «Oh, be’… non che sia un male, chiaro…». Come no! Il tono sollevato poteva essere solo un’illusione della ragazza.
            Scosse il capo, riflettendo distrattamente su quanto i padri fossero così prevedibili e sospettosi, e si sistemò meglio con la schiena contro un cuscino per seguire la partita.
            In genere, lei non era un’accanita fan dello sport – tranne il Lacrosse, ma solo perché tutti i suoi compagni di scuola parevano mitizzare così tanto la loro squadra –, e preferiva un buon film adrenalinico piuttosto che un paio d’ore sul canale sportivo. Doveva ammettere, tuttavia, che i giocatori di basket avevano un che di assurdamente affascinante: forse dipendeva dai muscoli massicci che la divisa permetteva loro di mostrarli, o dall’aria seria e concentrata durante il gioco e dagli scatti che compivano sul campo. Uno in particolare stava rapidamente diventando il suo preferito, con quella sexy barbetta scura e quei magnetici occhi chiari, sebbene i bicipiti non fossero definiti quanto quelli di Der-
            Aspetta, cosa? No. Oh, no no no. Non poteva permettersi di fossilizzarsi tanto su di lui, era territorio off limits. Doveva tenere bene a mente che lei era solo un’umana sfigata e bruttina e Derek un Licantropo dannatamente bello e tirannico, e poi non era neanche come se avesse una cotta per lui o chissà cosa: naturalmente apprezzava la sua bellezza ombrosa e il suo fascino da apparente serial killer, ma oltre questo nient’altro. Certo, la sera prima aveva avuto la sensazione che si fossero avvicinati in qualche modo, ma era normale tra due alleati pseudo-amici, no?
            Non volle rispondere a quella domanda. Preferì portarsi le ginocchia al petto e dondolarsi avanti e indietro sul divano in attesa che giungessero le maledette nove e mezza.




Ad aprire fu Lydia in persona. Prima ancora di salutarla o farla entrare in casa, le rivolse un’occhiata critica dalla testa ai piedi che si concluse con un’inarcata del perfetto sopracciglio sinistro e uno sguardo che chiedeva – anzi, pretendeva – delle spiegazioni.
            Stiles fissò il proprio abbigliamento prima di parlare. «Cosa? Jeans e maglione. Non vanno bene?».
            La rossa arricciò le labbra, senza mostrare particolari emozioni sul bel volto. «Mh. Spero per te che il pigiama sia migliore di questo». Senza aggiungere altro, la trascinò dentro per un braccio con molta più energia del previsto e la condusse in un ampio salone dove vi erano già Erica e Allison, sedute a gambe incrociate su un grande e spesso tappeto dall’aria morbida, intente a smaltarsi le unghie rispettivamente di rosso e nero.
            «Hey, Stiles!», la salutarono, bizzarramente all’unisono.
            «Ciao», rispose lei impacciata.
            Tutte e tre indossavano indumenti che definire “pigiami” sarebbe stato generoso: quello della Licantropa era un babydoll color vino dall’aria nuova e costosa, mentre la Cacciatrice aveva optato per dei pantaloncini di raso lilla con canotta coordinata provvista di trasparenze in pizzo. Lydia, infine, aveva una lunga vestaglia di seta verde smeraldo legata in vita che svolazzava a ogni minimo movimento e lasciava intravedere una camicetta da notte lunga fino a metà coscia, dello stesso colore e tessuto della vestaglia.
            Quest’ultima mise le mani sui fianchi e inclinò la testa di lato. «Be’?», disse, guardando Stiles con fare impaziente. «Che aspetti? Forza, la serata ha inizio».
            Arrossendo più del dovuto e senza osare incontrare gli sguardi delle altre, Stiles scivolò timidamente fuori dai propri vestiti – grazie al cielo aveva avuto la lucidità di fare una bella ceretta pochi giorni prima – e infilò il maglione e i leggings con la sensazione di poter percepire sulla pelle la disapprovazione della padrona di casa.
            Infatti, Lydia emise uno sbuffo e fece schioccare la lingua contro il palato. «Come sospettavo. Non hai ascoltato una sola parola di ciò che ti ho detto al telefono».
            Stiles ne aveva abbastanza di quei modi da principessina. Incrociò le braccia sotto il seno e sbottò con un «Ah! Non indosserò mai niente di ridicolo».
            A giudicare dal luccichio sinistro in quegli occhi nocciola, però, non avrebbe mai dovuto spingersi a sfidarla in quel modo.
            Dieci minuti dopo, Stiles poté ammirare il proprio riflesso allo specchio: adesso, al posto del suo comodo e coprente vestiario, indossava un babydoll come quello di Erica ma di un caldo color oro. E si sentiva assolutamente e irrimediabilmente stupida.
            Allison fu l’unica ad avere il buonsenso di darle una pacca sulla spalla e confidarle che anche lei era stata costretta dalla rossa a conciarsi a quel modo ridicolo e, un po’ più rincuorata da quello, l’umana accettò di buon grado di lasciare che una vivacissima Erica sperimentasse sulla sua testa tante nuove acconciature – perché tecnicamente, questo era il primo pigiama party cui la bionda partecipava da sempre, e quindi un po’ di indulgenza e comprensione ci voleva.
            Lydia aveva fatto portare circa una decina di pizze tutte condite diversamente, e aveva organizzato una tavola di dolci e bevande dall’aspetto tremendamente calorico. Il tappeto gigante si rivelò davvero essere morbidissimo e, una volta che Stiles vi ebbe posato il suo preziosissimo fondoschiena, compì la decisione che non si sarebbe più alzata di lì per il resto della nottata.
            Così, tra una fetta di pizza, praline al caramello, fili di liquirizia rossa e orsetti gommosi, iniziò il loro piccolo pigiama party. Gli argomenti spaziarono su un po’ tutto quanto, a cominciare dalla loro bizzarra condizione di Branco misto perennemente in pericolo e, senza neanche sapere come, si ritrovarono a parlare della parte maschile – perché è noto che in un circolo di sole ragazze si deve necessariamente parlare di ragazzi assenti.
            «Io e Jackson abbiamo rotto», rivelò in tono leggero Lydia, come se quella rivelazione non avrebbe gettato sconcerto sulle altre. Stiles tuttavia non percepì il solito groviglio alle budella al sentir nominare la sua cotta storica. Certo, le fece bastardamente piacere venire a sapere che quei due si erano lasciati, ma allo stesso tempo ebbe come la sensazione che la cosa non le interessasse più del dovuto. Forse stava superando la sua malsana fissazione?
            Allison, che non solo era bella e dolce, ma anche la perfetta migliore amica, lasciò correre i suoi Razzles e gattonò sul tappeto fino a posare una mano sulla spalla della Banshee. «Mi dispiace. Avevo avuto il sentore, ieri, ma non ho voluto fare domande…».
            La Martin si strinse nelle spalle e strizzò le labbra nella sua solita espressione da “chi se ne frega, io sto benone”.
            Da quel momento, comunque, le cose presero a degenerare.
            «Io penso che Isaac sarebbe grandioso, a letto».
            Oh, sì: l’argomento si era presto spostato su confessioni e pareri sessuali. Erica fu la prima a esporre le sue idee.
            «Voglio dire, non è che mi piacerebbe provare, mi fa pensare troppo a una specie di fratello e… brrr. Però suppongo che sarebbe un amante davvero dolce e bravo».
            Stiles strizzò gli occhi e se li coprì con due pugni, perché davvero? Ora avrebbe avuto immagini mentali di Isaac mentre… oddio!
            «Secondo me il vero animale sarebbe Boyd», affermò Lydia con un ghigno civettuolo e uno sfarfallio delle ciglia lunghe. «Anche se chiaramente ha un debole per te, Erica».
            La bionda arrossì un po’ e mormorò qualcosa di non ben distinto.
            «Allison? Tu che dici?».
            La mora si guardò intorno come se fosse appena precipitata dalle nuvole, per poi sorridere imbarazzata. «Ahm… Io sto bene con il mio Scott. E non parlerò di lui con voi, mi dispiace».
            «Jackson urla e si addormenta subito dopo», snocciolò Lydia. «Ecco: ora tu mi devi una confessione».
            L’amica si schiaffò una mano sulla fronte. «Che brutta immagine…».
            «Su, su, su!».
            «Hey!», urlò Erica all’improvviso, interrompendo quel piccolo principio di battibecco. «Sentiamo un po’ cos’ha da dire Stiles!».
            Se Allison era parsa smarrita e indifesa, lei fu identica a una cerbiatta colpita dai fanali di un SUV in mezzo alla strada. Smise persino di masticare il boccone di pizza alle patatine, guardandosi attorno come se si aspettasse da un momento all’altro di essere braccata.
            «Sì! Dài, Stiles, raccontaci un po’: chi ti faresti, del Branco?».
            Odiava Lydia, odiava Lydia, O-D-I-A-V-A L-Y-D-I-A. E ancor di più odiò se stessa per aver pensato a…
            «Nessuno!», strillò con voce stridula e la faccia in fiamme, agitando ossessivamente le braccia di fronte a sé. «Non mi farei nessuno del Branco, anzi, nessuno della nostra scuola o città o Stato o Nazione! Sono asessuale, a-ha, proprio così!».
            Ottenne in risposta degli sguardi vacui e per niente convinti. Erica in particolare inarcò un sopracciglio. «Stai mentendo».
            «Non ve lo dirò mai!».
            «Sei vergine?», inquisì la Licantropa, portandosi a un palmo dal suo naso per fissarla inquietantemente negli occhi.
            La piccola umana sentì la gola contrarsi in un vano tentativo di deglutire e il sangue defluì ancora di più sulle gote.
            «Oh. Sì, sei vergine».
            Allison, anima candida, accorse in suo aiuto: «Va bene, basta, lasciamola in pace. Quando si sentirà pronta, avrà le sue esperienze». Così dicendo, le sorrise incoraggiante e le fece segno di sedersi più accanto a lei, e Stiles fu ben lieta di farlo.
            Se pensava che la serata non potesse diventare ancora più imbarazzante, però, dovette ricredersi. «Derek», se ne uscì infatti Erica, dopo aver addentato un KitKat e aver sparso poche briciole a terra. «Potete dire quello che volete su tutti quanti, ma vi garantisco che è Derek il vero Re del sesso».
            Per poco, Stiles non si strozzò con la sua stessa saliva.
            «E tu come fai a saperlo?», esclamò Lydia, apparendo per la prima volta in tutta la serata seriamente sconvolta.
            La bionda sorrise maliziosamente e si ammirò le lunghe unghie scarlatte. «Mh, chissà…».
            «Ci sei andata a letto?», chiese Allison, incredula.
            «Io non dico niente…». A giudicare dal suo atteggiamento, però, doveva essere un “Sì” grosso come una portaerei.
 Lydia la afferrò per le spalle e la scosse bruscamente. «Parla. Vogliamo sapere tutto quanto».
            «E perché?», ridacchiò leziosa.
            «Si parla di Derek Hale, dannazione! Raccontaci!».
            Stiles ebbe l’improvvisa voglia di chiudersi in una stanza buia e coprirsi la faccia con un cuscino, ma strinse i denti e chiuse gli occhi.
             «Non ho detto di esserci andata a letto», continuò la Beta.
            «Non hai neanche detto di non esserci andata».
            «Questo te lo concedo».
            «Reyes, parla».
            «Penso sia il tipo di partner che scopre sempre con facilità cosa ti piace di più. E badate bene, ho detto “penso”, non che lo sappia per certo».
            Lydia pareva sull’orlo di una crisi isterica. «Erica, per l’amor del cielo, hai fatto sesso con Derek o no?!». L’altra mimò di chiudersi le labbra con una chiusura lampo invisibile. «Okay, l’hai voluto tu! Allison e Stiles, tenetela ferma! La farò confessare!». La Banshee però non attese che le due eseguissero il suo ordine: si gettò addosso alla bionda e fece qualcosa che, se mai lo avessero raccontato in giro, non ci avrebbe creduto nessuno, perché Lydia Martin non poteva essere sul serio tipa da solleticare qualcuno per ricatto.
            Erica prese a scalciare e lanciare urletti misti a risate, respirando sempre più affannosamente. «Aaah! Non… dirò mai… nulla!».
            «Continuerò fino a farti venire un infarto!».
            «Sono… una Licantropa e non posso avere… infarti!».
            Stiles roteò gli occhi al cielo, perché la cosa stava cominciando ad andare per le lung- un momento, cosa?
           
Scattò in piedi. «Devo andare via», disse, la voce tremante come le sue ginocchia.
            Lydia smise di tormentare Erica. «Che cosa hai detto?».
            «Ora non posso spiegarvi, ma è importante che io esca». Fece per dirigersi alle scale, ma la Licantropa, che era la più veloce, le si parò dinnanzi e la guardò preoccupata. «Cosa succede?».
            «Niente», mentì, «ma devo andare».
            «Sai che posso sentire il tuo battito».
            Si lasciò andare a un sospiro pesante e portò due dita su ciascuna tempia per cercare di placare l’insorgere di un terribile mal di testa. «Devo condurre una ricerca e qui non posso farlo. Devo necessariamente andarmene». Gli occhi scuri e seri di Erica la studiarono attentamente, prima che lei annuisse. Stiles si rivolse anche a una Lydia e una Allison rimaste a bocca aperta e fronte corrugata. «Mi dispiace lasciare così il pigiama party, ma credetemi: non lo farei se non fosse qualcosa di estremamente importante». Senza attendere oltre, si rivestì in tutta fretta e prese la propria roba.




            Guidò senza preoccuparsi troppo dei limiti di velocità, concentrata su quello che il suo cuore e la sua mente le urlavano a gran voce da quando aveva lasciato casa Martin: era sulla pista giusta, Derek aveva sempre avuto ragione a sospettare. Naturalmente non ne era una certezza assoluta, ma lei si fidava sempre del proprio istinto e, dannazione, non aveva intenzione di ignorare la faccenda.
            Giunse a casa sua in breve tempo, parcheggiò la Jeep sul marciapiede perché tanto vi sarebbe risalita in meno di cinque minuti, ed entrò di corsa. Udì la voce di suo padre provenire dal salotto e risuonare allarmata: «Stiles? Sei tu?».
            «Sì, non preoccuparti! Ho solo dimenticato di portare una cosa a casa di Lydia!», mentì correndo in camera sua.
            Una volta dentro, si chiuse per sicurezza a chiave e mise una maglietta sulla maniglia così da impedire la vista dal buco della serratura, perché aveva come la netta sensazione che suo padre sarebbe presto andato a curiosare. Impiegò poco a trovare ciò che stava cercando: i libri che aveva preso in prestito dalla biblioteca il giorno prima giacevano sulla sua scrivania, del tutto intoccati. Li afferrò con le mani che le tremavano ossessivamente; aprì il primo tomo, quello sulle leggende irlandesi, saltando ampiamente alcuni paragrafi per giungere a ciò che le interessava di più.
            La prima pagina a riguardo era interamente ricoperta da un disegno che, a quanto pare, riportava la raffigurazione di un Leprechaun, il quale non somigliava affatto a un tranquillo vecchietto con la barba riccioluta e i vestiti verde foglia o un allegro gnomo da giardino con il volto paffuto e rubicondo: sembrava più una sorta di brutto pezzo di legno malamente intagliato e con bitorzoli ovunque, un inquietante ghigno beffardo al posto della bocca, due pietruzze nere al posto degli occhi e una protuberanza orribilmente simile a una patata al posto del naso. Solo gli indumenti e il cappello a tricorno suggerivano che quell’orrendo esserino fosse ciò che i bambini conoscevano come il folletto dei quadrifogli e delle pignatte colme di monete d’oro alle estremità degli arcobaleni.
            Con un brivido, Stiles volse pagina, non volendo ammettere a se stessa quanto quel viso maligno l’avesse inquietata, e trovò finalmente ciò che più le premeva conoscere: la Polvere Ilare. Si rese conto con un certo disappunto che il libro dedicasse a riguardo solo poche righe, e per di più vi fosse scritto tutto ciò che già lei sapeva, ovvero che infondesse il buonumore in qualsiasi creatura vivente sulla faccia della Terra. Scoprì in più solo che la Polvere cambiasse odore di persona in persona, che l’effetto aveva una durata minima di mezz’ora ma che non vi fosse una soglia massima: ciò stava di certo a significare che, se uno Spiritello avesse abbondato con lo spargimento, il soggetto designato avrebbe subìto l’effetto ilare probabilmente fino alla fine dei suoi giorni. Oppure, la fine dei suoi giorni sarebbe arrivata presto a causa dell’affaticamento cardiaco… non a caso esisteva l’espressione – ora più che mai macabra – “morire dalle risate”.
            Stiles poté quasi vedere nella propria mente tutti i pezzi che combaciavano tra di loro: il signor Chunkel che, prima di morire, si era svegliato allegro come non gli accadeva da tempo, la signora VanGreen con la “porporina” sul volto e quel sereno sorriso sulle labbra nonostante la sua indole seriosa e austera, il lieve starnuto di Derek…
            Doveva andare immediatamente al loft. Doveva avvertire l’Alpha.
           



Stiles era probabilmente la persona con più difetti in tutta Beacon Hills: era goffa, scoordinata, ridicola, terribilmente fastidiosa e irritante, per non menzionare la sua totale incapacità di stare ferma o zitta per più di dieci minuti di fila. Malgrado questo, però, bisognava essere onesti e riconoscerle almeno il fatto che fosse davvero brillante, in gamba e determinata. Metteva anima e corpo in tutto ciò che faceva, sacrificando spesso ore di sonno pur di onorare la causa, senza mai perdere di vista il reale obiettivo.
            Fu per questo che, dopo essere giunta al loft di Derek e aver bussato incessantemente per cinque minuti buoni, si sentì sprofondare nella più nera frustrazione e desiderò ardentemente prendere a calci e pugni la porta blindata. Possibile mai che il Sourwolf avesse deciso di prendersi una pausa dall’asocialità e uscire proprio quella sera? Dove diamine poteva mai essere andato, poi? Stiles dubitava fortemente che avesse deciso di unirsi a Scott, Isaac, Boyd e Jackson per andare al bowling.
            Si lasciò scivolare contro la porta d’acciaio fino a sedersi a terra, mangiucchiando nervosamente il cordoncino della felpa con Joker stampato sopra. Prese il cellulare e digitò il numero, sbagliandolo un paio di volte per la troppa agitazione.
            Rispose dopo qualche squillo e, se Stiles lo avesse conosciuto di meno, avrebbe pensato che la sua voce stesse suonando apprensiva: «Stiles? Che succede?». Dopotutto, lei non l’aveva mai chiamato prima di allora.
            «Devi venire subito al loft», gli disse, il cuore che le martellava in petto.
            Dall’altra parte giunsero suoni di movimenti affrettati e di passi. «Perché mi hai chiamato? Cosa c’è?». Derek questa volta suonò davvero preoccupato, e la ragazza si mordicchiò il labbro mal celando uno sciocco sorrisino.
            Sorrisino che però ebbe vita breve, perché dall’altra parte subentrò una nuova voce: «Posso accompagnarti, se serve aiuto». Apparteneva a una donna, ed era suonata bassa e piuttosto roca. Già solo da questo, si poteva intuire che la proprietaria dovesse essere parecchio bella.
            Stiles sentì come se qualcosa le stesse stringendo il cuore con subdoli artigli appuntiti; non si accorse di aver sbarrato gli occhi, intenta a origliare la conversazione tra la sconosciuta e Derek.
            «No, vado solo», disse lui, stranamente senza sembrare scorbutico. «Ti aggiornerò il più presto possibile».
            «Va bene, aspetterò», disse la voce.
            Poi Derek tornò a rivolgersi a lei: «Stiles?»
            Siccome era una diciassettenne matura e per niente emotiva, Stiles chiuse la telefonata e lasciò cadere il cellulare accanto a sé. Strinse forte le palpebre e si coprì il volto tra le mani, posando la fronte sulle proprie ginocchia. Dio… no, okay, calma. Devo stare calma. Niente scenette da Drama Queen. Inspirò ed espirò a fondo un paio di volte, non capendo – o meglio, non volendo capire – il perché di quella sua reazione. Dopotutto, Derek poteva benissimo andare ovunque e con chiunque, anche con misteriose donne dalla voce bellissima, e divertirsi come più gli pareva. Oh, maledizione… Forse li aveva interrotti mentre- No, okay: una scopata poteva anche aspettare se c’era di mezzo una questione di vita o di morte, e un Leprechaun che se ne andava in giro per Beacon Hills a uccidere la gente con una fottuta polverina rientrava decisamente nella dannata descrizione. Derek avrebbe fatto meglio a rinfilare il suo… coso… nei pantaloni e raggiungerla prima di subito.
            Il suo cellulare vibrò e squillò sul pavimento polveroso del pianerottolo; quando accettò la chiamata, sentì la voce ferma di Derek. «Stiles».
            «Sì?».
            «Dimmi cosa è successo».
            «Non dovresti telefonare mentre sei alla guida», lo rimbeccò lei debolmente, perché sentiva il motore soffuso della Camaro.
            Dall’altro capo, un sospiro stanco e sollevato al tempo stesso. «Sono un Licantropo, ho i riflessi scattanti».
            «Non me n’ero mai accorta…», commentò lei.           
            «Devo presumere che tu stia bene, se stai usando il sarcasmo». Aveva una voce bassa e tranquilla, parecchio diversa dal suo solito tono indisponente. Decisamente, doveva aver fatto qualcosa di molto rilassante.
            «Sì, sto bene». Muoio solo dalla voglia di strangolarti. «Ma è una cosa davvero importante».
            «Hai scoperto qualcosa sul mostriciattolo?», intuì Derek.
            «Sì! Ti dirò tutto appena torni».
            «Va bene». Si sentì un terribile suono stridente e una brusca accelerata, e Stiles balzò in piedi con il cuore quasi sulla lingua.
            «Oddio, Derek!».
            «Cosa?».
            «Hai fatto un incidente?».
            «Certo che no. Ho solo sorpassato un camion».
            Si lasciò andare con la schiena contro la porta d’acciaio, aggrappandosi al cellulare per non stramazzare a terra. «Mi hai quasi fatta morire, vai piano!».
            «Tranquilla».
            Chiusero la chiamata contemporaneamente. Poi, Stiles si lasciò andare a uno strillo isterico.




Derek giunse in sei minuti e ventisette secondi – Stiles li aveva contati non perché fosse una dannata personcina apprensiva, ma perché non aveva avuto nient’altro da fare –, salendo le scale con la sua super velocità da dannato Lupo Mannaro. L’umana, che nell’attesa si era riseduta con le gambe premute contro al petto, si tirò su per rivolgergli un’occhiata che sperava fosse abbastanza giudicatrice. Era sempre bello come il sole e oscuro come la notte, ma non pareva esattamente appena uscito da un letto rovente: i suoi capelli erano disordinati, ma non come se qualcuno vi avesse passato le mani attraverso, e i suoi vestiti non erano sgualciti o macchiati di rossetto o altre diavolerie simili. Stiles tuttavia non si fece abbindolare – anche se era liberissimo di farsela con chi voleva –, e lo salutò con un cenno del capo.
            «Credevo saresti rimasta a dormire con Erica e le altre», disse il lui in tono casuale mentre apriva la porta, e Stiles proprio non notò il fatto che avesse pronunciato il nome della Beta anziché quello di Lydia, la padrona della casa in cui avrebbe effettivamente dovuto stare.
            Si morse la lingua e respirò profondamente. «Infatti, ma me ne sono andata». Lui le fece segno di entrare per prima. «Ero impaziente di parlarti della mia intuizione». Senza guardarlo in faccia andò a sedersi rigidamente sul divano con lo zaino su una spalla. Lui la imitò poco dopo, mantenendo una certa distanza.
            «Cosa hai scoperto?».
            Parlò mentre estraeva i vecchi tomi sulle leggende irlandesi. «Hai presente quando sei venuto a casa mia a chiedermi di farti la ricerca sui mostriciattoli, come li chiami tu?». Annuì assorto e Stiles proseguì: «Be’, se ricordi bene, a un certo punto ho letto di una particolare “Polvere Ilare”». La fronte di Derek si aggrottò un po’ nello sforzo di ricordare quel particolare. «Secondo quella ricerca, i Leprechauns la tengono nascosta nel cappello a tricorno», continuò lei mentre cercava la pagina con l’orrendo disegno che l’aveva inquietata tanto pochi minuti prima.
            «Ah, sì», disse l’Alpha poco dopo, «ora ricordo. Pensavo fosse una stupidaggine di internet».
            «E invece, caro Sourwolf, a quanto pare esiste davvero». Così dicendo, gli parò davanti la pagina dove si trovava il piccolo paragrafo interessato all’argomento. Mentre i suoi occhi verdi seguivano velocemente le lettere, Stiles riprese a parlare: «Sono convinta che sia questa la causa di quelle morti. Tutto combacia: l’inspiegabile buonumore, l’improvviso attacco di cuore, i brillantini nei capelli della signora Van-».
            «Ma io non ho sentito nessun odore strano», obiettò Derek in tono incerto, scuotendo la testa.
            «Non uno strano, ma di certo avrai sentito qualcosa». I suoi occhi studiarono quel bel viso imbronciato e gli occhi verdi di lui ricambiarono lo sguardo.
            «Ho sentito un insopportabile odore di mandorle che mi ha fatto starnutire, ma niente di più».
            Ed eccolo lì, l’ultimo tassello. Stiles sorrise radiosamente e balzò in piedi, improvvisando un balletto sciocco per tutta l’area del loft perché, ancora una volta, aveva dimostrato che in confronto a lei il caro Sherlock Holmes fosse una pippa di livello internazionale.
            Derek la fissò allibito per qualche attimo, prima che un ringhio cupo gli facesse vibrare il petto muscoloso. «Riporta il culo qui prima che io decida di legarti a una sedia», la minacciò.
            Lei gli saltellò di fronte e per poco non gli si buttò addosso per l’eccitazione e la contentezza; il maggiore dovette pensare di avere a che fare con una squilibrata mentale, perché inarcò un sopracciglio assumendo un’aria stralunata. «La signora VanGreen era allergica alle mandorle!», cinguettò l’umana, come se fosse stata la migliore cosa di tutti i tempi. «Non avrebbe mai potuto avere odore di mandorle addosso senza un motivo! Oh, Ragazzone, non capisci? Era la Polvere! Assume un diverso odore in base alla persona sulla quale si posa!». Poi smise di saltellare e si portò solennemente una mano sul petto, mentre quella destra si chiuse a pugno su un’anca. «Sono un fottuto genio!», esclamò, il volto vivace di un rosso quasi febbricitante.
            L’Hale roteò gli occhi al cielo e si alzò bruscamente – i loro petti per poco non si urtarono – e la aggirò per recarsi nell’angolo adibito a cucina e versarsi un bicchiere d’acqua. «È un maledetto casino», borbottò.
            «Eh, già!». Trotterellò verso di lui per strappargli il bicchiere colmo dalle mani e portarselo alle labbra, guadagnandosi un’occhiata omicida. «Allora, cominciamo subito a stanarlo?».
            Se possibile, l’occhiata omicida si accentuò e inviò saette all’intera figura di Stiles. «Non se ne parla proprio! Tu ne starai fuori!», ordinò categorico puntandola con un indice.
            La liceale spalancò la bocca, a dir poco oltraggiata. «Cooosa?!».
            «Mi hai sentito». Questa volta fu il turno di Derek di strapparle il bicchiere dalle mani e finire ciò che restava dell’acqua in un sol sorso, il pomo d’Adamo che fece sensualmente su e giù…
            Ma lei si riscosse subito e cominciò una delle sue solite filippiche gesticolando con tutto il corpo come una forsennata. «Senti, tu, brutto spocchioso!» gli si avvicinò, incosciente del pericolo che avrebbe potuto correre con quell’atteggiamento. «Se non fosse stato per la mia mente acuta e brillante, a quest’ora saresti stato convinto che il Leprechaun non c’entrasse niente e tutta Beacon Hills sarebbe morta tra atroci risate! Quindi me la devi, Lupastro, io ti servo! Senza di me saresti perso!». Terminò e incrociò le braccia al petto perché, era noto, dopo un discorso del genere bisognava farlo per forza.
            Il moro la guardò vacuamente per qualche secondo, immobile come una statua greca. Poi, le diede una schicchera sulla fronte. «No».
            Stiles si massaggiò il punto colpito, non volendo ammettere che le avesse fatto male, e bofonchiò uno «Stronzo» a voce bassa che lui non udì. O che più probabilmente scelse di non udire.
            Derek prese a muoversi con naturalezza nella propria abitazione facendo come se nessun altro fosse presente: si sfilò la maglia con un unico gesto fluido e scalciò le scarpe e i calzini abbandonando tutto al proprio destino per entrare dietro una porta che conteneva chissà che cosa. Stiles, le guance in fiamme – dovute ancora all’eccesso di adrenalina per il caso, ovviamente –, zampettò timidamente per accostare l’orecchio alla porta, sobbalzando come una gatta spaventata quando si sentì dire: «Mi sto facendo una doccia, Stiles. Vuoi forse entrare e partecipare?».
            Ah! Non solo era un insopportabile despota privo di umorismo, delicatezza ed educazione, ora si metteva pure a provocare! «Come puoi fare una doccia in un momento simile?! Dovremmo avvertire il resto del Branco, piuttosto!».
            Si sentì il fruscio di jeans cadere a terra – e a quello Stiles non deglutì a vuoto – e lo scrosciare dell’acqua. «Li avvertiremo domani mattina», borbottò con voce monocorde l’Alpha. «Ora come ora non avrebbe senso: i Leprechauns sono quasi impossibili da catturare, di notte».
            «Be’, questo non mi scoraggia dall’idea di provarci!», affermò Stiles stringendo forte i pugni. «Non riesco a starmene con le mani in mano mentre un mostriciattolo con la faccia che sembra un chewing-gum masticato si mette a uccidere persone innocenti!».
            «Cosa della frase “Tu non verrai” non hai capito? Mh?».
            «Il “Tu” e il “verrai”, puoi ripeterli?».
            «Non mi fregherai con un trucchetto alla Bugs Bunny, ragazzina».
            Be’, almeno ci ho provato… Premette la fronte contro la superficie fredda che li separava. «Perché sei così, con me? Saprei cavarmela».
            Le parve di udire un sospiro, ma forse era solo l’acqua che scendeva. «Sei un’umana. Sei debole e ti feriresti facilmente».
            Sbarrò gli occhi e allontanò il volto dalla porta con un sorriso gigantesco. «Oh, mio Dio, Sourwolf! Oh, mio Dio!».
            «Cosa?!».
            «Questo significa che tu ci tieni a me! Oh, ma allora sotto tutta quella corazza dura da grosso lupo cattivo hai effettivamente un cuore!». Era chiaro che lo stesse prendendo in giro, ma sotto sotto ci sperava davvero: alla fine Derek non era tanto male… le sarebbe piaciuto diventare una sua amica fidata.
            Lui ci mise un po’ di tempo a rispondere, e quando lo fece suonò introverso e distante come suo solito: «Sei fuori strada, Stilinski. Voglio che tu stia fuori dai pericoli perché mi seccherebbe dover riportare il tuo cadavere a tuo padre, per non parlare di Scott che si lagnerebbe fino alla fine dei suoi giorni».
            Lei ghignò, perché ormai le carte erano state scoperte. «Certo, certo. Tu continua pure a chiuderti a riccio, ma sappi che ormai non mi freghi più, bello mio: in realtà mi ami alla follia». E rise leziosa, aspettando trepidante una risposta a tono dall’altro.
            Risposta che, bizzarramente, non arrivò.




Se quello fosse stato un film – e se lei ne fosse stata la protagonista –, probabilmente Derek sarebbe uscito dalla doccia coperto solo da un microscopico asciugamano con ancora le goccioline a scivolargli lungo i pettorali e gli addominali e ancora più giù, fino la selva oscura. Ma siccome quello non era un film – e lei non era la protagonista, ma una scema con troppa immaginazione perversa –, Derek uscì con indosso un paio di pantaloni neri e una t-shirt e solo i capelli vagamente umidicci. Tuttavia in quel modo era bello ugualmente, e Stiles si prese un bel po’ di tempo per ammirare come i suoi muscoli si muovessero divinamente sotto i vestiti.
            «È quasi l’una», disse improvvisamente il Mannaro, risvegliandola dalle sue elucubrazioni. «Devo accompagnarti da qualche parte o…?».
            Il fatto che avesse lasciato la frase in sospeso non era un motivo abbastanza valido perché il battito di Stiles accelerasse, giusto? «Uhm, be’…». Avrebbe voluto chiedergli se per quella sera potesse restare lì al loft, perché francamente non le andava di tornare da Lydia ed essere assediata da tante domande, e andando da Scott avrebbe ottenuto lo stesso risultato… Suo padre, inoltre, sapeva che avrebbe passato la notte a casa Martin. «Non importa», concluse perciò, la voce più alta di due ottave. «Andrò, ehm, in giro e, uh, vedrò di trovare un posto».
            Prese lo zaino e fece per avviarsi alla porta del Loft, ma Derek la bloccò afferrandola per il cappuccio del cappotto. «Puoi restare».
            «Uh?».
            «Puoi restare», ripeté.
            «Davvero?».
            «L’ho detto, no?».
            Si fissarono per qualche secondo, inespressivi. Poi Stiles prese un respiro profondo e… «Tu mi ami. Ammettilo».
            Ottenne solo due occhi verdi roteati all’insù.




«Dov’eri, prima?».
            «Mh?».
            Stavano entrambi preparandosi per andare a dormire: Stiles si era rifugiata in bagno per indossare i leggings e il solito maglione, mentre Derek stava sistemando il divano affinché fosse più comodo e caldo.
            «Sì», disse ancora lei, parlando attraverso la porta socchiusa. «Intendo, dov’eri prima che ti chiamassi?». Ce la mise tutta per suonare solo vagamente curiosa.
            «Ah… ero in una camera di Motel». Stiles sbarrò gli occhi e si aggrappò al lavandino con entrambe le mani, sentendosi improvvisamente male. Non cercava neanche di nasconderlo? «Ho ricevuto una chiamata da una mercenaria, una certa Braeden, e sono andato lì per incontrarla».
            Così la sconosciuta dalla bella voce ora aveva un nome. Ciò non fece sentire meglio Stiles, che aprì tremante l’acqua del rubinetto per sciacquarsi il viso e cercare pateticamente di non piangere. Una stupida, ecco cos’era… una stupida ingenua ragazzina…
            «Stiles?».
            Deglutì un paio di volte e sperò che la voce non le uscisse flebile. «Sì?».
            «Il tuo cuore mi sta assordando».
            «Scusa…». Ma scusa un cazzo!, sbottò tra sé e sé.
            «Che ti prende?».
            Puoi farcela, puoi farcela. Puoi andare là dentro e affrontarlo come niente fosse, dopotutto non è la fine del mondo. E poi lui non ti piace neanche, sei solo sconvolta nello scoprire che abbia una vita sentimentale, a differenza tua. Tutto qui. Si esaminò allo specchio – era ridotta uno schifo, con tutti quei maledetti nei e gli occhi lucidi e quel suo stupido naso strano – e si annuì incoraggiante, per poi staccarsi dal lavandino e tornare nella sala. «Non mi prende niente», disse, modulando la voce affinché non suonasse né falsamente allegra né troppo arrabbiata. «Così ve la siete spassata, eh?», ammiccò.
            Poté quasi sentire i suoi occhi perforarle la guancia sinistra, ma non osò voltarsi per sostenerli.
            «Non siamo andati a letto, se è questo che vuoi sapere». Non parve alterato o derisorio. A dire il vero, non parve proprio un bel niente.
            «Non mi interessa la tua vita privata», fece lei, gesticolando con le braccia.
            «Mi ha chiamato perché sono l’unico Alpha di questa città e aveva bisogno di alcuni permessi». Il suo tono glaciale la fece rabbrividire. «È qui per dare la caccia alla Desert Wolf».
            «La Desert Wolf?».
            «Sì. È un coyote mannaro. Ho promesso a Braeden che il Branco l’avrebbe aiutata, ma preferisce fare da sola per questioni di vendetta che non mi ha voluto spiegare».
            «Oh…». Non disse nient’altro. Supponeva di poter credere a quella storia, dopotutto non pensava proprio che Derek fosse il tipo da inventare una cosa simile. Sentì di essere una persona meschina ed egoista per aver dato di matto, e si morse forte le labbra mentre le guance le si tingevano di un rosso forte e imbarazzante; osservò di sottecchi le braccia muscolose di Derek muoversi nell’atto di stendere una coperta sul divano e ancora una volta si stupì di quanto fosse maledettamente sensuale pur senza fare niente di particolare.
            «Lascia, faccio io», mormorò. Lui la guardò interrogativo e lei si affrettò a spiegare. «Posso occuparmi del divano da sola, non c’è problema».
             «No», scosse la testa il Mannaro, con fare incurante. «Tu prendi il letto. Qui ci starò io».
            «Cos- oh, no. No-no-no-no-no. Assolutamente. Io dormirò sul divano».
            Derek espirò profondamente, lasciò perdere la coperta e incrociò le braccia al petto massiccio, evidenziando così involontariamente bicipiti e vene – la diciassettenne non lo notò affatto. «Non faremo una di quelle solite scenette odiose, Stiles», disse categorico. «Tu prendi il letto, io il divano. Fine».
            Se c’era una cosa che odiava era sentirsi in colpa, e quello era il caso. Parlò torcendosi le dita dall’agitazione: «Potremmo sempre condividere il letto, no? Nel senso, non è che sia un problema, voglio dire, magari mettiamo dei cuscini al centro… o forse no, non c’è bisogno, non è che io e te…». Non ebbe il coraggio di proseguire oltre, le guance troppo scottanti e il cuore che pareva come un rullo di tamburi.
            Derek la fronteggiò con espressione vuota, le sopracciglia che per una volta non erano aggrottate e gli occhi verdi un po’ più scuri del solito. «Non è il caso», mormorò atono.
            Le sue spalle si afflosciarono. «Oh, dài! Così non mi sentirò una maledetta rompipalle!».
            «Oh, Stiles, non preoccuparti», disse allora l’Alpha, sorridendo in modo fin troppo angelico. «Lo sei già».
            «Ti ringra –hey!».




Stiles era il genere di persona che non stava mai ferma neanche durante la notte e questo, per chi la conosceva bene – come Scott e suo padre –, non era affatto difficile da prevedere. Chiunque avesse un briciolo d’intuito avrebbe potuto capire che lei era il tipo da arrotolarsi nelle coperte fino ad assomigliare a un burrito gigante, parlare nel sonno – talvolta facendo pieni discorsi dalla dubbia logicità – e sbavare sul cuscino in maniera indecente. Oltre a tutto questo, lei era sempre stata il genere di persona i cui sogni parevano talmente veri da poterli toccare; capitava che ricordasse un tocco o un profumo anche l’indomani mattina, e che quella sensazione non la lasciasse per delle ore. Le era sempre piaciuto questo lato di sé, perché spesso ciò che sognava era bello. La realtà, purtroppo, il più delle volte era molto deludente.
            Ma dal morso di Scott, Stiles aveva smesso di dormire sonni tranquilli. Capitava che passassero ore prima che riuscisse a prendere pace, alle volte accadeva soltanto dopo le due del mattino. Stava stesa a letto a fissare il soffitto, le braccia incrociate dietro la nuca, e pregava che non accadesse qualcosa di terribile alle persone che amava.
            Cosa che, per inciso, stava facendo proprio in quel momento, mentre la sua schiena premeva contro il materasso di Derek. Era stato sconcertante scoprire che i mostri e le leggende fossero veri, che le superstizioni non fossero solo tali e che la Luna fosse una doppiogiochista senza alcuno scrupolo. Ma era stato ancora più terribile rendersi conto che le favole, le più innocue e affascinanti, in realtà celassero oscuri segreti: Leprechauns assassini, chi lo avrebbe mai detto? Chi mai avrebbe immaginato che quegli esseri tanto irriverenti, che per simbolo avevano i quadrifogli portafortuna, potessero uccidere con qualcosa di tanto bello e prezioso come la felicità?
            Si rigirò nel letto sentendo le lenzuola attorcigliarsi alle gambe. Sbuffando con la pazienza ridotta ai minimi termini, controllò l’orario sul cellulare che aveva ficcato sotto il cuscino: le tre e un quarto di mattina. Indecente. Si stropicciò le palpebre con gesti frustrati e scostò il piumone per alzarsi, perché tanto era ovvio che non sarebbe riuscita a chiudere occhio; decise di restare scalza anziché infilarsi le scarpe, il tonfo lieve dei suoi piedi scalzi le fece compagnia mentre camminava verso il divano dirimpetto a sé. Nella penombra era difficile distinguere Derek, ma dopo qualche passo si rese conto che lui non era lì disteso. Confusa e un po’ ansiosa, Stiles ispezionò tutto attorno a sé e quasi sobbalzò quando vide la sagoma dell’uomo stagliata contro la vetrata che dava sul balcone.
            Le rivolgeva la schiena denudata dalla t-shirt, il tatuaggio della Triskele pressoché invisibile mentre, al contrario, il volto riflesso nel vetro era interamente illuminato dalla luce fredda e bianca della Luna calante. Stiles poté costatare quanto apparisse serio e concentrato, la fronte appena aggrottata. Gli si avvicinò in silenzio, certa che lui l’avesse sentita sebbene non ne avesse fornito prova. Poteva quasi percepire il calore di quel corpo trapassarle gli indumenti e colpirla direttamente nelle ossa, là dove nessuno avrebbe mai potuto toccarla: fu qualcosa di intenso ed estremamente nuovo, e dovette scuotere la testa per non lasciarsi abbacinare.
            «Non riesci a dormire neanche tu», constatò tra sé e sé, la voce poco meno che un sussurro.
            Lui non rispose, neanche si mosse. Solo il respiro suggeriva che fosse reale e non una statua.
            Stiles gli si fece più vicina fin quasi a sfiorare la sua spalla con la propria e seguì la traiettoria del suo sguardo, che non stava davvero guardando qualcosa in particolare. Le facciate dei palazzi di fronte avevano un’aria terribilmente spettrale, forse più del solito. Lei rabbrividì e strinse le mani a pugno nel vano tentativo di riscaldarne le estremità.
            Non si aspettava che il maggiore avrebbe detto qualcosa, il silenzio in cui erano piombati non era esattamente fastidioso, solo un po’ troppo totalizzante. Ma lui la sorprese ugualmente: «È lì, da qualche parte. Lo troveremo». Sapeva tanto di promessa, più che di una banale frase di conforto. Improvvisamente, Stiles si ritrovò a credergli e una punta di speranza illuminò il suo petto.
            «Ne hai mai incontrato uno dal vivo?», bisbigliò, non volendo rompere quella sorta di atmosfera magica e suggestiva che sentiva si stesse creando.
            Derek scosse piano la testa in cenno di diniego. «Non io, ma Laura mi ha raccontato di averne intravisto uno correre in Central Park, una volta. Era già il periodo in cui noi…» abbiamo perso tutto, concluse mentalmente Stiles per lui. Avrebbe voluto tanto posargli una mano sul braccio per confortarlo, ma si controllò e fissò il cielo stellato oltre la vetrata.
            «Lo troveremo», ripeté ancora l’Alpha. «Siamo sopravvissuti a cose ben peggiori. Non ci faremo spaventare da un mostriciattolo verde».
            Stiles sbuffò un sorriso che fece appannare il vetro e finalmente si volse nella sua direzione. Dire che era bellissimo sarebbe stato semplicemente un insulto: mai come in quel momento le parve perfetto, persino troppo. Ecco cos’era Derek, troppo. Nell’ammirarlo si sentì morire un po’.
            «Vai a letto, è tardissimo».
            Si morse il labbro inferiore, ma questa volta parò decisa: «Solo se tu vieni con me».
            Lui rilasciò un sospiro che sapeva tanto di tentennamento. «Te l’ho detto, Stiles, non è il caso».
            «Perché?», s’intestardì. Derek volse il capo lentamente e la guardò negli occhi con un’intensità tale da farla deglutire, eppure non demorse. Non avrebbe accettato un “no” come risposta. «Per favore. Ho bisogno di sentirti accanto. Non riuscirei a dormire sapendoti sul divano». Poté vedere la lotta avere luogo dietro quelle iridi chiare e il cuore accelerò a ogni secondo di attesa, per poi esplodere quando lui infine annuì.
            Giunsero al letto fianco a fianco, separandosi solo per infilarvisi dentro, le lenzuola di nuovo fredde. Stiles avrebbe voluto rannicchiarsi su un fianco e continuare ad ammirarlo, ma sentiva che avrebbe sfidato troppo la sorte, così rimase supina e con la coda dell’occhio vide che Derek la imitò. Dentro di sé stava scoppiando dall’emozione: era una sensazione bellissima averlo così vicino nel letto, poter respirare il suo odore senza che lui se ne accorgesse e fantasticare su quanto sarebbe stato bello abbracciarsi nel calore confortevole delle coperte. Si sentì fremere e dovette mordersi le guance per non sorridere dal nervoso mentre il battito le rimbombava in gola e nelle orecchie. Derek le lanciò un’occhiata in tralice che lei a mala pena ricambiò, il silenzio divenne teso come una corda di violino. Provò davvero a chiudere gli occhi e rilassarsi, ci provò con tutta se stessa, ma fallì miseramente.
            Il Licantropo soffiò una mezza imprecazione che sancì la sua resa: in un attimo le fu sopra e la racchiuse tra le sue gambe e le sue braccia. Stiles ebbe un solo secondo per poter vedere le sue pupille dilatate avvicinarsi sempre più. Infine, si baciarono. Non fu dolce o romantico come accadeva dei film, ma bisognoso e urgente: le mani di Stiles si posarono subito su quel volto ruvido per la barba e le gambe lo circondarono alla vita e strinsero forte; Derek le morse le labbra e passò le braccia dietro la sua schiena per stringersela contro al petto, approfondendo poi il bacio fino a che a entrambi non si sentirono storditi. Era una cosa di cui avevano bisogno entrambi, la cosa più giusta da fare per sentirsi vicini. A dire il vero volevano sentirsi ancora molto, molto più vicini.
            Stiles emise un gemito contrariato quando Derek separò le labbra dalle sue. «Ti prego», soffiò, a corto di fiato. «Voglio baciarti per il resto della serata, anzi, per il resto della vita».
            Lui sorrise sensuale e le lasciò piccoli baci umidi sulla guancia e sulla linea della mandibola, passando la punta del naso sul collo profumato per poi baciarla anche lì.
            «Dio, Derek…». Infilò una mano tra i capelli sulla nuca e li strattonò all’indietro fino a fargli sollevare il capo dalla propria gola e far ricongiungere le loro bocche in un bacio ancora più bollente del primo. Avrebbe voluto divorarlo o essere divorata, sentirlo parte di sé fino a non capire più niente. Glielo disse con voce spezzata: «Ti voglio». Lui le lasciò un bacio umido sulle labbra. «Ti prego». Un altro bacio. «Ne ho così bisogno, Derek. Sento che potrei morire se non mi prendi subito». Un altro bacio, poi un altro e un altro ancora. Stiles sentì le unghie di Derek allungarsi in artigli e non provò neanche un briciolo di paura: li voleva su di sé, voleva che la graffiassero e marchiassero come sua proprietà. In quel momento, forse, avrebbe perfino accettato il Morso.
            Si sfilò scompostamente il maglione e lo lanciò da qualche parte imprecisata del loft. Derek le leccò la parte di pelle tra i seni e poi scese giù fino allo stomaco e all’ombelico, sfiorandola con i con i corti capelli a ogni singolo spostamento. Con le mani percorse tutta la lunghezza delle gambe di Stiles, la quale si lasciò andare sul materasso e inarcò la schiena, gli occhi rovesciati dentro il cranio e la bocca aperta in cerca di aria.
            L’eccitazione del Licantropo era così totalizzante che non poté attendere oltre: le sfilò ciò che restava del suo abbigliamento, posò un bacio sugli slip vergognosamente umidi e poi sfilò via anche quelli. Stiles emise un urlo improvviso quando si sentì spalancare le cosce e la lingua incandescente di Derek la leccò dove solo lei si era toccata nei momenti di solitudine. Proruppe in una sequela di imprecazioni e artigliò le lenzuola sotto di sé, per poi pronunciare una preghiera fatta solo di “Derek” e di “ti prego”.
            Derek si allontanò di poco per lasciarle un dolce bacio sul ginocchio e uno sulle ossa iliache, uno sulle costole e un altro sul seno sinistro, laddove il cuore stava dando il meglio di sé per liberarsi e fuggir via.
            Stiles lo circondò in un forte abbraccio e lo baciò come se ne dipendesse la sua stessa vita, sentiva che fosse davvero così: sarebbe potuta morire senza più il sapore della bocca dell’Alpha sulla lingua.
            «Ti voglio», gli sussurrò ancora, quasi in preghiera.
            Lui si accostò al suo orecchio, respirando pesantemente. «Potrei farti male…».
            «Non mi interessa. Voglio farlo». Per sottolineare il concetto, infilò una mano nei suoi pantaloni, gli prese in mano l’erezione e la massaggiò con movimenti inesperti.
            Derek strizzò le palpebre e strinse i denti, i canini più lunghi del solito. Con la mano libera, Stiles gli carezzò il volto e i capelli per farlo rilassare e si sollevò per baciargli dolcemente la fronte imperlata di sudore. Lui le allontanò la mano con un gesto gentile ma deciso, si spogliò dei pantaloni e dei boxer e le afferrò le cosce per tenerle spalancate. Si guardarono negli occhi, entrambi li avevano lucidi e folli e febbricitanti. La punta del membro di Derek spinse contro la carne bollente di Stiles fino a penetrarla, e Stiles emise un sibilo sofferente tra i denti.
            «Tranquilla…», mormorò lui, con una dolcezza che le spezzò il cuore. «Va tutto bene, devi rilassarti. Ora mi muoverò, devo farlo altrimenti sentirai ancora più dolore». Le baciò la punta del naso, uno zigomo, il mento e una tempia, e poi spinse con un colpo secco che la fece urlare e inarcare verso di lui.
            Si sentì lacerare ed ebbe voglia di piangere e stringere forte le gambe per scacciarlo, contro ogni logica: lo aveva voluto, lo voleva ancora, ma il suo corpo la stava implorando di liberarsene. Lasciò che un paio di lacrime abbandonassero gli angoli dei suoi occhi e Derek le raccolse con la lingua.
            «Mi dispiace…», le disse sincero, baciandole teneramente una guancia. «Mi dispiace… sapevo che ti avrei fatto male… perdonami…».
            Fu quello il momento: il corpo di Stiles smise di ribellarsi e le sue braccia andarono a circondare quella schiena sudata e muscolosa sperando che non se ne sarebbe andato mai più. Gli andò incontro con il bacino.
            Derek la fissò, stravolto e sorpreso, a labbra dischiuse. Cominciò a muoversi senza interrompere il contatto visivo. Le lasciò una scia di baci caldi sulla spalla e sulle clavicole sporgenti, mordicchiando di tanto in tanto.
            «Oh, ti prego… Derek… ti prego…». Aveva gli occhi chiusi, la gola secca e la testa vorticante.
            «Mi preghi di fare cosa?», le soffiò nell’orecchio, perché era un sadico bastardo.
            «Più… di più…».
            «Più…?».
            «Dio, Derek! Più veloce!».
            Le leccò le labbra, per poi di baciarla con forza e aumentare gli affondi, sentendosi andare letteralmente a fuoco. Stiles emise vari gemiti strozzati e gli prese il volto tra le mani per unire le loro labbra in un ennesimo, profondo, bacio. Fu una sensazione travolgente sentirlo ovunque, sulla lingua e dentro di sé, e avrebbe solo voluto che non finisse mai.
            «Stringimi», sussurrò a corto di fiato.
            Il Lupo la accontentò aumentando la stretta attorno alla sua schiena. «Sei bellissima». Poggiò dolcemente la fronte sulla sua e tenne sempre gli occhi fissi nei suoi, quasi ipnotizzato, fino a che il piacere non divenne insostenibile ed entrambi cominciarono a perdere la ragione.
            Era la prima volta di Stiles, in tutti i sensi. La prima volta che baciava qualcuno, la prima volta che faceva sesso, la prima volta che avrebbe dormito con qualcuno. E tutto con Derek, chi l’avrebbe mai detto…
            Data la sua inesperienza, fu lei la prima a venire: emise ansiti e gemiti che, se fosse stata in sé, probabilmente avrebbe tentato di mascherare in tutti i modi perché fin troppo osceni e imbarazzanti. Artigliò le scapole di Derek affondandovi le unghie, graffiandolo, stringendolo spasmodicamente. Lui aveva la fronte imperlata di sudore e osservò rapito ogni suo movimento. Quando i muscoli di Stiles presero a stringersi e pulsare attorno al suo membro, non poté più resistere e fece per sfilarsi.
            Stiles se ne accorse e cercò di fermarlo, un’orribile senso di abbandono e terrore immotivato che le invase la mente. «No! Che fai? No no no!».
            Era visibilmente allo stremo della resistenza, la voce gli uscì debole e tremante: «S-sto per… venire…».
            Lei portò le mani alla base della sua schiena, premendoselo spasmodicamente contro. «Non andartene», supplicò.
            «Stiles…».
            «Ti prego…».
            «Non possiamo rischiare…». Con delicatezza e decisione al tempo stesso, si districò e sfilò dal suo corpo giusto un attimo prima di raggiungere l’orgasmo. Gettò la testa all’indietro, a occhi chiusi, i canini allungati e un ringhio basso a vibrargli in petto che lo fece sembrare un leone anziché un lupo. Quando cessarono anche gli ultimi spasmi, Derek crollò ansante al suo fianco. Rimasero immobili e in silenzio per diverso tempo, non ancora in grado di realizzare cosa fosse appena successo.
            Doveva essere passata circa una decina di minuti quando il Licantropo si alzò dal letto, interamente nudo. Stiles era ormai in uno stato di semi veglia, ma ebbe la forza di puntellarsi sui gomiti. «Dove vai?», sussurrò, vagamente timorosa. In quel momento si sentiva fin troppo sensibile: gli aveva appena donato qualcosa di estremamente prezioso, permettendogli di entrare dentro di sé e assisterla in un momento estremamente intimo… Ora più che mai aveva bisogno di essere abbracciata e rassicurata.
            Derek non rispose; andò in bagno per riuscirne poco dopo con due asciugamani scuri, uno bagnato con acqua calda e uno asciutto. Sempre in silenzio, le si avvicinò e iniziò a pulirle il ventre e le gambe con estrema delicatezza e dedizione. Stiles si ridistese e lo osservò nella penombra bluastra del loft, sentendosi così colma di emozioni nei suoi confronti che era certa sarebbe presto scoppiata in un pianto sciocco e sconclusionato.
            L’Alpha si chinò per lasciare un piccolo bacio sulla sua fronte. «Dormi, adesso», parlò roco.
            Stiles annuì. «Però stringimi… va bene?».
            «Va bene». Finì di pulirla e andò in bagno per metter via gli asciugamani, dopodiché le si ridistese accanto e la avvolse in un caldo e solido abbraccio, sfiorandole una tempia con la punta del naso. La liceale sentì tanti piccoli brividi diramarsi da quel punto fino a tutto il viso e sorrise soddisfatta, baciandogli a sua volta una spalla e la gola pungente per via della barba.
            Si addormentarono in quella posizione. 




Stiles seppe che qualcosa non andava ancora prima di sollevare le palpebre. Con uno sbadiglio rumoroso, si rigirò nelle lenzuola e mosse il braccio verso dove avrebbe dovuto trovarsi Derek, ma di lui non v’era nessuna traccia e il posto era anche piuttosto freddo. In contemporanea, ebbe l’assoluta certezza di essere totalmente vestita, e aggrottò la fronte con ancora gli occhi chiusi: che motivo aveva avuto Derek di rivestirla? Non ricordava di aver sentito freddo, né di essersi sentita toccare mentre dormiva.
            Finalmente spalancò le palpebre, ritrovandosi a fissare il soffitto alto del loft sopra di sé, senza però vederlo davvero. Aveva la mente curiosamente lenta, come se tutto quanto fosse immerso nel miele e lei vi stesse annegando con placidità. In fondo alla gola, però, un nodo cominciava a crescere sempre di più e renderla inquieta e ansiosa. E poi le mancava avere Derek vicino, cazzo…
            Si mise seduta per tentare di capire dove fosse, intercettandolo infine sul divano. Non era, come la notte prima, a petto nudo: indossava la stessa t-shirt che aveva messo dopo la doccia e una pesante coperta stava adagiata sulle gambe.  Non era come se avesse l’aria di uno che si era alzato nottetempo per spostarsi dal letto fino a lì, pareva piuttosto che vi fosse rimasto per tutto il tempo, a giudicare dal modo in cui stava dormendo.
            L’ansia crebbe ancora di più nel petto dell’umana. Sicuramente doveva esserci una spiegazione, non poteva aver solo sognato di… sarebbe stato terribile. Era stato tutto così reale, non poteva essere frutto del suo inconscio. Derek l’aveva baciata e… lui le era entrato dentro… lui…
            Stiles si accorse con un vuoto nel cuore che non stava provando alcun male in mezzo alle gambe. Avrebbe dovuto, in teoria, no? Infondo non era stato qualcosa di esattamente delicato. Non che avrebbe dovuto soffrire le pene dell’inferno, è chiaro, ma quantomeno un minimo di fastidio… Eppure da quel punto di vista stava alla grande. Osservò un Derek ancora dormiente come se potesse ottenere una risposta, ma non avvenne. Sentì solo vuoto e angoscia. Piegò le gambe e strinse le braccia sullo stomaco. «Derek…», sussurrò, sull’orlo delle lacrime. «Derek…».
            Era evidente che lui stesse dormendo davvero, ma si ridestò quasi all’istante per via del suo super udito e subito si mise seduto per guardarla disorientato. «Cosa succede?».
            A quel punto, Stiles pianse. Le lacrime salirono improvvise a inumidirle gli occhi e traboccarono come pioggia, rigandole lentamente il viso. Sentì la gola gonfiarsi e dolere, si avvolse nelle braccia e si piegò in avanti, perché non poteva esistere che avesse sognato qualcosa di così bello per poi vederselo strappare così. Non era giusto.
            Vedendo quella reazione, Derek si allarmò e le corse subito accanto. «Stiles! Cos’è successo?».
            Era così bello, così bello… Le mise le mani sulle spalle e la scosse, ma lei poté solo pensare a quanto fosse bello e quanto fosse miserabile la sua vita.
            «Stiles!».
            Non era giusto farlo allarmare a quel modo solo per una sua stupida illusione. Doveva solo accettarlo e smetterla di frignare. O quantomeno, frignare senza che lui fosse nei paraggi. Tra le lacrime, si costrinse a sorridere – le uscì più che altro una smorfia tremante – e scosse la testa. «Niente, non è successo niente». Le mancò la voce un paio di volte.
            Lui la scrutò incerto carezzandole le spalle con movimenti rassicuranti. «Hai avuto un brutto sogno?».
            Si morse le labbra perché non voleva mentire, ma non poteva neanche dire la verità. Non era come se Derek avrebbe compreso, non sarebbe stato normale dire che aveva sognato di loro che facevano l’amore e che le si era spezzato il cuore nello scoprire che nella realtà non fosse mai accaduto. Si sentì terribilmente male nell’annuire alla domanda, e un altro paio di lacrime calde scivolarono sulla sua pelle.
            Derek emise un sospiro che pareva al tempo stesso sollevato e angosciato. Stiles comprese che fosse combattuto tra il continuare a massaggiarle le spalle o darle un abbraccio di conforto, e fu delusa e contenta assieme quando lui si limitò alla prima scelta: onestamente non credeva che avrebbe potuto resistere se lui l’avesse stretta a sé.
            Rimasero seduti per un po’, aspettando che la crisi passasse. Credeva fermamente che non avrebbe superato con facilità quella batosta, perché dopo il sogno non aveva altro desiderio se non di baciarlo e dirgli quanto lo adorasse e quanto volesse far l’amore ancora e ancora, fino a perdere i sensi. Strinse forte i pugni contro le costole e si impose di non guardarlo troppo, altrimenti avrebbe tradito se stessa con le proprie emozioni e sarebbe stato un guaio bello grosso: se il Derek onirico aveva ricambiato e incoraggiato i suoi comportamenti, non era detto che anche quello reale lo avrebbe fatto. Anzi… era certa che fosse sempre il solito scorbutico Sourwolf e che l’avrebbe sempre vista solo e soltanto come una spina del fianco, una sciocca ragazzina iperattiva da salvare ogni qualvolta si cacciasse nei guai.
            Fece un sorriso amaro e non poté impedire al suo cuore di fare una capriola quando Derek le asciugò le lacrime con i pollici. «Stai meglio?», le chiese delicato.
            Annuì e cambiò discorso. «Mi dispiace di averti svegliato…», mormorò. Le dispiaceva davvero, non era cosa di tutti i giorni vederlo tranquillo e rilassato a quel modo.
            Lui si strinse nelle spalle. «Non importa. Tanto mi sarei svegliato comunque». 
            Stiles gli sorrise, e si sentì morire un po’ quando lui lo fece in risposta. Era così raro vederlo sorridere che la ragazza rimase imbambolata a fissarlo, stupendosi di come quel volto potesse illuminarsi e ringiovanire con un gesto così semplice. Avrebbe tanto voluto farlo sorridere più spesso… se soltanto lei per lui avesse contato qualcosa…
            Con un’ultima stretta sulle spalle, Derek si mise in piedi e andò a controllare l’orario sul cellulare. Erano da poco passate le dieci. «Preparo la colazione», disse. «Ti va?».
            Lei annuì solamente, senza pensare troppo a quanto fosse bizzarro che Derek Hale avrebbe fatto da mangiare.
            «Caffè e pancakes o bacon e uova?».
            «Caffè e pancakes», sussurrò lei. Si alzò dal letto a sua volta.




Dopo colazione chiamarono a raccolta gli altri membri del Branco, e in meno di mezz’ora si ritrovarono tutti riuniti nel loft. Stiles e Derek li aggiornarono riguardo tutte le novità – il Leprechaun, le caratteristiche del suo popolo di appartenenza, cosa avesse commesso e con molte probabilità avrebbe ricommesso – e risposero a tutte le domande.
            «È per questo che sei scappata via, ieri sera?», iniziò Lydia, che quel giorno era particolarmente radiosa dall’alto dei suoi tacchi dodici e del vestito color prugna.
            Stiles mal celò uno sbuffo e le rispose con più garbo possibile, a braccia incrociate. «Sì, Lydia, esattamente. Dovevo parlare con Derek riguardo la Polvere Ilare».
            «Aspetta, aspetta!», interruppe Scott, che fino a quel momento aveva ascoltato tutto in silenzio giocherellando distrattamente con una lunga ciocca dei capelli di Allison. «Quindi tu», indicò la sua migliore amica, «sei corsa da lui», e qui indicò Derek, che lo fulminò, «anziché venire a dire tutto quanto a me?».
            Oh, merda! «Scottie, mio vecchio amico, tu non hai mai creduto che ci fosse qualcosa di preoccupante nei mostriciattoli».
            Il Beta la guardò sbalordito. «Co-?! Anche tu non gli credevi!».
            Questo piccolo figlio di…! «Solo all’inizio», precisò lei, cominciando a gesticolare come era solita fare. «Se ricordi bene, quel giorno a mensa ti avevo detto che stavo avendo uno strano presentimento, e così è stato! Arrendetevi, tutti quanti: Stiles Stilinski ha sempre ragione».
            Tutti rotearono gli occhi, tranne Lydia che si stava controllando lo smalto con vivo interesse, le labbra arricciate e la fronte inarcata.
            Derek prese la parola. «Non importa chi abbia creduto a cosa o chi sia andato dove». Prese a camminare avanti e indietro dinnanzi a tutti loro. «L’importante è che siamo riusciti a capire cosa abbia provocato quelle due morti, e-».
            «Tre», interruppe Lydia, sempre ammirandosi le unghie.
            Si voltarono a guardarla.
            «Cosa vuoi dire?», le domandò l’Alpha sbrigativamente.
            Lei roteò gli occhi al cielo nel suo tipico atteggiamento da “sono circondata da un Branco di idioti, anziché di creature leggendarie”. «Voglio dire che mentre voi due», si rivolse a Stiles e Derek, «vi stavate raccontando i vostri segretucci da coppietta di agenti segreti, il Leprechaun ha agito un’altra volta a vostra insaputa. Se mi aveste messo a parte di tutto quanto fin dall’inizio, probabilmente sarei stata in grado di collegare la cosa». Si mise le mani sui fianchi, improvvisamente severa.
            Stiles deglutì e lanciò un’occhiata in direzione di Derek, sorprendendosi un po’ del fatto che lui la stesse già guardando. Anche senza parlare, capirono entrambi che il senso di colpa era condiviso.
            Si intromise Erica: «Chi altro è morto?».
            «La figlia della parrucchiera di mia madre», le rispose la rossa. «È successo un paio di giorni fa, siamo andate al funerale. Avevo notato della polvere brillante sul suo viso ma pensavo fosse del semplice trucco che non avevano rimosso perfettamente. Poi lei soffriva d’asma, si è pensato fosse stata stroncata da un attacco».
            Su di loro cadde un pesante silenzio, interrotto solo dal tremolare nervoso della gamba di Stiles. Poi, Boyd lo ruppe con un tono basso ma deciso. «Non possiamo permettere che accada ancora, come possiamo fermarlo?».
            «È molto difficile catturare un Leprechaun, anche per noi Licantropi», spiegò Derek. «Sono veloci, quasi impossibili da vedere ed estremamente scaltri. L’unica possibilità che abbiamo è quella di tendergli delle trappole: dovremo muoverci separatamente per e sperare di avere fortuna».
            «Non c’è modo di seguirne l’odore?», propose Jackson con tono di superiorità.
            Stiles rise sarcastica. «Certo, perché non ci abbiamo pensato prima? Sei un geniaccio, lasciatelo dire».
            Derek la fissò sorpreso, un po’ come il resto del gruppo. Infondo, era noto che lei avesse una cotta per il biondo.
            Lui serrò la mascella e la fulminò. «Ah, sì? Cosa c’è di sbagliato, Stilinski?».
            «L’odore stesso», interruppe ancora una volta Lydia, che ora era intenta a fissarsi le punte di una ciocca. «A quest’ora la foresta intera ne sarà invasa. Se è una creatura schiva e solitaria, sicuramente vorrà fare di tutto per non farsi trovare, e quale miglior modo se non quello di lasciare tracce ovunque? Nessuna pista sarà mai affidabile al cento per cento. Se fossi in lui, farei esattamente così».
            Jackson borbottò qualcosa tra sé e sé che nessuno si diede pena di ascoltare.
            Scott sospirò. «Va bene. Quindi, come ci muoveremo?».
            «Direi di cominciare il prima possibile», disse Derek. «Non possiamo prevedere le sue mosse, ma possiamo fare in modo che non esca dalla foresta. Una volta varcati i confini della città, il suo odore sarebbe più facile da rintracciare. Dobbiamo muoverci con cautela e stare attenti alla Polvere».
            «Potrei mettere a disposizione alcune trappole», suggerì Allison. «Non so se siano un granché per creature di questo genere, ma tentare non nuoce, credo…».
            «Potrebbe andare», annuì Stiles, animata e improvvisamente piena di adrenalina. «Servirà tutto l’aiuto possibile».
            «Senza contare», si aggiunse l’Alpha con voce glaciale, «che tu rimarrai totalmente fuori da questa faccenda».
            Tutte le teste dei presenti si volsero a guardarla, ma lei era troppo occupata a fissare Derek con sguardo oltraggiato e bocca spalancata. «Co-? Ti ostini ancora a volermi tenere lontana dall’azione?».
            «Sei umana», disse solo, come se quella fosse la peggior malattia del mondo. «Non possiamo permetterci di avere un elemento debole».
            «Sarò anche debole, ma vogliamo ricordare chi ti ha sorretto il culo in una piscina mentre Jackson versione lucertola gigante ci braccava?! E vogliamo menzionare anche quando ti ho tenuto compagnia mentre avevi un proiettile conficcato nel tuo stupido braccio, ingrato che non sei altro?!». Okay che aveva voglia di baciarlo e farci l’amore e dirgli quanto lo adorasse, ma non era di certo tipo da farsi mettere i piedi in testa!
            Derek la fissò annoiato. «Sei quasi svenuta, quella volta».
            Emise una pernacchietta. «Certo! Avevi tutto il sangue che zampillava da quell’orrendo foro, chiunque al mio posto avrebbe avuto i conati!».
            «Avete finito di fare la coppietta sposata? Possiamo tornare a parlare del caso?», li riprese esasperata Lydia.
            Umana e Alpha si fissarono in cagnesco e distolsero lo sguardo contemporaneamente.
            «Comunque io verrò».
            «Comunque ti legherò a una sedia».
            Ti odio.