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Never Steal a Soul Cake

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Guy di Gisborne attraversò il cancello del castello a cavallo e smontò di sella, lanciando le redini dell'animale a un servo, di malumore.
Robin Hood era penetrato al castello durante la notte per rubare i soldi delle tasse destinati ai cavalieri neri e Guy era stato svegliato bruscamente quando una delle guardie aveva dato l'allarme e si era dovuto gettare all'inseguimento del fuorilegge.
Ovviamente Hood era riuscito a scappare e Gisborne aveva passato il resto della notte e buona parte della mattina a cercarlo nella foresta, senza ottenere altro risultato se non quello di inzupparsi di pioggia.
Alla fine, stanco, infreddolito e affamato, si era rassegnato all'idea che nemmeno quel giorno avrebbe catturato Robin Hood e aveva ordinato ai suoi uomini, altrettanto fradici e scoraggiati, di rientrare al castello.
Li guardò allontanarsi con un po' di invidia: il loro turno di guardia era finito e avrebbero potuto tornare alle loro case oppure concedersi qualche ora di ristoro e divertimento alla taverna, ma per lui la parte più sgradevole doveva ancora venire, doveva ancora fare rapporto allo sceriffo e riferire l'ennesimo fallimento.
Guy sospirò: tanto valeva togliersi subito il pensiero.
Si diresse verso la sala grande, dove sapeva che avrebbe trovato Vaisey ed entrando sospirò di nuovo: lo sceriffo non era solo, ma aveva radunato il consiglio dei nobili per raccogliere le tasse che gli spettavano, il che significava che la sfuriata e l'umiliazione che sarebbero toccate a Guy avrebbero avuto molti testimoni. Marian inclusa.
- Oh, guardate, un topo bagnato! - Disse Vaisey, notando il suo arrivo. - Ah, no, è solo Gisborne.
Guy si fermò di fronte a lui, ignorando le parole ironiche dello sceriffo.
- Mio signore.
Vaisey lo fissò intensamente, guardandolo negli occhi.
- Sentiamo, Gizzy, hai catturato Robin Hood?
Gisborne abbassò lo sguardo. Vaisey di sicuro aveva già capito che l'inseguimento non poteva aver avuto successo, ma si stava divertendo a metterlo in difficoltà. Se Guy non glielo avesse lasciato fare, le conseguenze sarebbero state peggiori.
Sospirò e scosse la testa.
- No, mio signore.
- Quindi mi stai dicendo che oggi la cosa più utile che sei riuscito a fare è quella di sgocciolare acqua sul pavimento del mio castello?
- Hood deve essere stato aiutato, signore! Ha scelto esattamente il momento in cui non ero in servizio per colpire! Come se sapesse quando avrei avuto più difficoltà a radunare le guardie per inseguirlo.
Il manrovescio di Vaisey, duro e improvviso, lo colse di sorpresa, facendogli perdere l'equilibrio. Lo sceriffo ne approfittò per spingerlo e Guy cadde dolorosamente a terra.
- No, idiota! Significa solo che non sei in grado di organizzare i tuoi uomini! Essere inutile! Incompetente!
Vaisey sottolineò le sue parole con un calcio che colpì Guy alle costole, strappandogli un gemito di dolore, ma Gisborne non si azzardò a protestare. Sapeva benissimo che quando lo sceriffo era in quelle condizioni era inutile replicare, la cosa migliore era aspettare che sfogasse la sua ira e tenere la bocca chiusa.
- Alzati, imbecille! - Ordinò Vaisey e Guy si rimise in piedi, cercando di non mostrare l'umiliazione che provava per quel trattamento brutale.
- Sei inutile, Gisborne! A volte mi chiedo perché continuo a tenerti al mio servizio anche se continui a collezionare fallimenti.
Guy rimase in silenzio. Avrebbe potuto ricordare allo sceriffo che catturare Robin Hood era solo una piccola parte dei compiti che gli spettavano e che finora era l'unico in cui avesse fallito. Senza di lui a gestire e appianare quasi ogni aspetto della gestione del castello, la vita dello sceriffo sarebbe stata molto più faticosa e di sicuro più complicata.
Non disse nulla perché sarebbe riuscito soltanto ad attirare su di sé altri commenti ironici o una punizione più dura.
- A volte penso che dovrei farti frustare, così, tanto per ricordarti che non gradisco i fallimenti. Cosa ne dici, Gizzy? Ma no, sarò generoso con te, anzi, farò in modo di farti sentire utile per una volta nella vita. Oggi prenderai il posto del soldato di guardia al cancello, tanto per ricordarti che i privilegi che hai te li devi guadagnare. Ora vattene, sono stufo della tua presenza.
Guy fece un leggero inchino e si congedò, uscendo dignitosamente dalla sala.
Solo una volta fuori si permise di sospirare con aria afflitta: era stanco, infreddolito, aveva dormito solo poche ore e non aveva avuto modo di mangiare nulla per tutta la mattina e ora Vaisey si aspettava che facesse un intero turno di guardia al cancello, sotto la pioggia battente.
Ma era inutile lamentarsi o indugiare, non aveva scelta e lo sapeva. Sicuramente più tardi lo sceriffo avrebbe fatto in modo di uscire dalla città solo per gongolare della sua umiliazione e se non lo avesse trovato al suo posto, gliela avrebbe fatta sicuramente pagare.
Era tutta colpa di Hood, pensò Guy, tetramente, e si incamminò verso il cancello.

Marian evitò di essere notata dai soldati di pattuglia appiattendosi contro il muro e rimase immobile, aspettando che passassero.
Per quanto fosse odioso, Marian pensò che lo sceriffo aveva ragione sull'incompetenza delle guardie del castello: se per lei era così facile evitarle, per Robin doveva essere davvero un gioco da ragazzi.
Si avvicinò al cancello e si fermò ad osservare la sagoma scura di Guy, in piedi sotto la pioggia. Il cavaliere nero le dava le spalle e sorvegliava la strada, inutilmente perché nessuno sano di mente si sarebbe sognato di andare in giro sotto quel diluvio.
La ragazza sentì una fitta di senso di colpa che le stringeva lo stomaco: se Gisborne era costretto a sopportare quella punizione sgradevole e umiliante era solo colpa sua. Era stata lei ad avvisare Robin del momento più opportuno per colpire, senza pensare troppo che Guy avrebbe subito l'ira dello sceriffo.
Marian non ricambiava i sentimenti di Guy, ma era convinta che ci fosse del buono in lui, che in circostanze diverse avrebbe potuto dimostrarsi gentile e valoroso quasi come Robin. Al castello lui era l'unica persona di cui pensava di potersi fidare almeno in parte, l'unico che non le avrebbe mai fatto volontariamente del male.
Per l'ennesima volta si chiese perché sopportasse di lavorare per lo sceriffo, senza trovare una risposta soddisfacente.
Si coprì bene col mantello e fece qualche passo avanti.
- Sir Guy.
Gisborne si voltò di scatto, sorpreso.
- Marian! - Aggrottò le sopracciglia. - Perché siete qui? Non dovreste uscire sotto la pioggia o vi ammalerete.
Marian lo osservò, sorridendo leggermente.
- E voi potete darmi questo consiglio perché siete perfettamente asciutto e al caldo, vero?
- Mettetevi almeno al riparo sotto il cancello.
Marian arretrò fino a ripararsi sotto l'arco di pietra del portone e fece un cenno di invito a Guy.
- Riparatevi anche voi, almeno per un po'.
Guy lanciò uno sguardo esitante al castello. Vaisey si aspettava di trovarlo al suo posto sotto la pioggia e lo avrebbe sicuramente punito in caso contrario.
Marian notò la sua esitazione e si avvicinò a lui per prendergli una mano e tirarlo verso di lei.
- Lo sceriffo non se ne accorgerà se vi riposate per qualche minuto. Non credo che nemmeno lui abbia voglia di uscire con questo tempo.
Guy si lasciò convincere e le sorrise debolmente.
- E voi cosa ci fate sotto la pioggia?
La ragazza frugò nel cestino che aveva sottobraccio e gli porse un telo asciutto.
- Asciugatevi un po', altrimenti sarete voi a prendervi un malanno.
Gisborne la guardò, perplesso. Marian si preoccupava del suo benessere?
- Non dovete preoccuparvi, sono abituato a sopportare disagi di questo genere. Ma vi ringrazio, il vostro è un gesto gentile.
Guy usò il telo per strofinarsi i capelli e il viso prima di restituirlo alla ragazza. Marian rimase incantata per qualche secondo a osservare il modo in cui le ciocche di capelli umide e ora arruffate si arricciavano disordinatamente intorno al viso di Guy poi si rimproverò mentalmente e tornò a cercare qualcosa dentro il cestino.
Gisborne si chiese perché la ragazza fosse arrossita di colpo, ma quella domanda gli passò di mente quando Marian gli offrì una mela.
- Per me?
- Siete stato fuori per tutta la mattina e ora dovrete stare qui fino a questa notte, ho pensato che forse non avevate avuto il tempo per mangiare. Nel cestino c'è anche una torta che ho preso dalle cucine, ma temo che sia ancora troppo calda per mangiarla subito.
Guy le sorrise e morse la mela senza sbucciarla. Era sorpreso e commosso dal fatto che Marian avesse pensato a portargli del cibo e si chiese per l'ennesima volta se la ragazza avesse qualche interesse per lui o se semplicemente volesse conquistare la sua benevolenza per ottenere un trattamento migliore per lei e per suo padre.
In ogni caso, qualunque fossero i suoi scopi, la sua compagnia era piacevole e mitigava di molto la punizione dello sceriffo. Per ottenere un po' di attenzioni da Marian, valeva la pena di sopportare un po' di pioggia e qualche umiliazione.
- Lo sceriffo è stato ingiusto, prima. Non dovreste lasciarvi trattare così.
- Non ho molta scelta. Gli ho giurato obbedienza molto tempo fa.
La ragazza scosse la testa.
- Ma è irragionevole! Che senso ha mandarvi al freddo a sorvegliare una strada deserta? Lo fa solo per umiliarvi, è chiaro che con questo tempo non ci saranno viaggiatori diretti al castello, sarebbe stato sufficiente abbassare il cancello.
- Questa sera in particolar modo, poi. - Disse Guy e Marian lo guardò.
- Perché?
- Domani sarà il giorno di Ognissanti, e oggi le anime dei morti tornano a camminare tra i vivi, nessuno oserà girare di notte. - Disse Guy con un tono cupo che la fece rabbrividire, poi sorrise. - O almeno questo è quello che dicono i contadini. Fatemi vedere il vostro cestino.
Marian glielo porse e Guy prese la piccola torta a cui Marian aveva accennato poco prima.
- Infatti. Lo immaginavo.
- Cosa?
Guy indicò il marchio a forma di croce impresso sulla superficie della tortina.
- Questa è una “soul cake”, vengono preparate per essere lasciate come offerta alle anime dei morti nella notte in cui i loro spiriti tornano a visitare questa terra. Non lo sapevate? Vi sembro morto, Marian?
La ragazza scosse la testa, imbarazzata.
- Non volevo… Mi dispiace...
Guy scoppiò a ridere e addentò la piccola torta.
- Vi stavo prendendo in giro. Non credo in queste cose. - Disse, rassicurante. - I morti sono morti, per quanto possiamo desiderarlo i loro spiriti non tornano mai.
Marian lo guardò, stupita dalla malinconia nascosta nella sua ultima frase, poi rabbrividì nel vedere che Guy aveva dato un altro morso alla torta.
- Però forse non dovreste mangiarla. Se è per i morti potrebbe essere di cattivo auspicio.
- Cosa può capitarmi di peggio dell'ira dello sceriffo? - Chiese Guy, in tono leggero.
- Non scherzate su queste cose! - Disse Marian e Guy la guardò, divertito. Se la ragazza aveva paura di spettri e spiriti, avrebbe potuto approfittarne un po' per farlo avvicinare a lui.
- Temete che i morti possano venire a bussare alla porta della vostra camera questa notte? - Chiese, pensando un po' maliziosamente che forse avrebbe potuto bussare lui alla porta di Marian più tardi e poi offrirle la sua protezione.
- Perché dovrebbero?! - Chiese la ragazza, inquieta e Guy si sentì un po' in colpa per aver pensato di spaventarla. Dopotutto lei era stata gentile a portargli cibo e conforto rischiando di incorrere nelle ire dello sceriffo.
- Non avete motivo di avere paura, Marian. Nessuno spettro potrebbe voler infastidire una fanciulla innocente come voi.
Marian annuì, incerta. Non era sicura di potersi definire innocente, soprattutto nei confronti di Guy.
Si era approfittata deliberatamente dei suoi sentimenti per lei per ingannarlo, estorcergli informazioni e aiutare Robin. Si era ripetuta che Gisborne se lo meritava perché lavorava per lo sceriffo, ma sapeva che comunque il suo comportamento era sbagliato e crudele.
Guy notò la sua esitazione e la scambiò per timore. Le sorrise, ricordandosi di qualcosa che aveva visto a Locksley l'anno precedente.
- Se avete ancora timore, potreste fare come fanno i contadini per proteggere le loro case. Alla vigilia di Ognissanti prendono una grossa rapa, la scavano, vi incidono una specie di faccia e poi la illuminano mettendo all'interno una piccola candela. Poi mettono questa specie di lanterna sulla porta o sulla finestra perché protegga le loro case dagli spiriti. Se lo vorrete, più tardi, quando avrò finito il turno di guardia, posso mostrarvi come si fa. Voi procuratevi una rapa e io la inciderò per voi.
Marian gli sorrise, grata e Guy pensò, compiaciuto, che dopotutto non gli dispiaceva affatto di essere stato punito dallo sceriffo.
Lanciò uno sguardo verso il castello e pensò che avrebbe dovuto tornare al suo posto prima che lo sceriffo se ne accorgesse. Per lui non sarebbe stato un problema sopportare un'altra delle sue sfuriate o un altro castigo, ma non voleva rischiare che Marian potesse avere delle ripercussioni per il suo gesto gentile.
- Devo tornare al mio lavoro. - Si scusò. - Verrò a trovarvi più tardi, mia signora, per proteggervi dagli spiriti dei morti.
Marian annuì, pensando tra sé che il sorriso di Guy non avrebbe dovuto emozionarla così tanto. Anzi, non avrebbe dovuto emozionarla affatto, si disse, pensando a Robin con aria colpevole, ma non poteva negare che fosse piacevole e appagante pensare che era lei l'unica in grado di far illuminare il viso di quell'uomo altrimenti così tetro e severo.
Stava per congedarsi quando Guy indicò la strada.
- Guardate! Ci ingannavamo! Ci sono persone tanto folli da viaggiare con questo tempo, allora.
Marian vide una carrozza che si avvicinava, tirata da cavalli al galoppo.
Quando si avvicinò un po' di più, Guy si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa.
- Non c'è nessuno a cassetta! State indietro, Marian!
Guy corse in avanti, sotto la pioggia per cercare di fermare i cavalli e Marian pensò con orrore che sarebbe stato investito, ma, vedendolo, gli animali rallentarono e Guy riuscì a fermarli prendendoli per le briglie.
Marian si avvicinò a lui, osservando ansiosamente la carrozza: era un veicolo pesante e massiccio, decorato con paramenti funebri e trainato da cavalli neri come la notte.
Marian rabbrividì e si avvicinò un po' di più a Guy.
Gisborne lanciò un'occhiata a Marian e tornò a fissare la carrozza.
Dopo tutti quei discorsi a proposito di spettri e spiriti, veder arrivare quel veicolo tetro senza nessuno alla guida lo aveva turbato più di quanto non gli piacesse ammettere, ma non poteva permettersi di esitare davanti a Marian.
Fingendo di essere completamente tranquillo, aprì lo sportello della carrozza e si trovò davanti una dama sconosciuta.
La donna era giovane ed esile, con una cascata di capelli castano scuro che le contornava il volto pallido e, quando vide lo sportello che si apriva, lanciò un grido lacerante che fece gelare il sangue sia a Guy che a Marian, poi si accasciò svenuta e cadde in avanti, addosso a Gisborne.
Il cavaliere nero barcollò sotto il peso improvviso, ma la sostenne e la sollevò tra le braccia, sperando che Marian non si accorgesse che gli tremavano le mani.
Quella donna misteriosa era vestita a lutto ed era tanto pallida e fredda da sembrare morta ella stessa, la carrozza era tetra e misteriosa, apparsa nella pioggia senza un guidatore eGuy si rese conto con orrore che all'interno del carro c'era anche una bara coperta da un drappo di velluto nero.
Marian era incollata a lui e si era aggrappata alla sua giacca, spaventata.
In una situazione normale quella vicinanza lo avrebbe riempito di gioia, ma in quel momento avrebbe preferito trovarsi a qualche miglio di distanza da lì. Di certo avrebbe preferito non essersi preso gioco degli spiriti mangiando la torta destinata ai morti.
Marian lo guardò.
- Cosa facciamo, Guy?
- Portiamola al castello. - Disse, cercando di suonare disinvolto. - Dirò alle guardie di occuparsi della carrozza.
Gisborne si sistemò meglio la donna svenuta tra le braccia, ma, quando le labbra fredde della ragazza gli sfiorarono il collo, non riuscì a nascondere un sussulto.