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Fictional Dream © 2006 (19 giugno 2006)
I L’Arc~en~ciel (nella prima formazione major, Tetsuya Ogawa, Ken Kitamura, Hideto Takarai e Yasunori Sakurazawa, poi Yukihiro Awaji in luogo di quest’ultimo) sono uno dei più celebri gruppi di musica rock-pop giapponese.
L’autrice non intrattiene con i succitati artisti alcuna relazione di tipo economico-collaborativo.
Questo testo narra eventi di pura fantasia, destinati al diletto e all’intrattenimento di altri fan: non persegue alcun intento diffamatorio (né pretende di dare informazioni veritiere sulle persone di cui tratta) o finalità lucrativa.
L’intreccio qui descritto rappresenta invece copyright dell’autrice (Callie Stephanides - Fictional Dream).

*****

Quando quella mattina del venticinque giugno mi svegliai con Elizabeth saldamente ancorata all’elastico delle mutande, realizzai senza dovermi troppo interrogare sull’interpretazione degli oracoli le mie palle fossero in pericolo: ergo sarebbe capitato senz’altro qualcosa di brutto.
O di grave.
O di stupido.
Considerando chi fossero gli altri tre sciroccati che da un po’ di mesi incontravo tutti i santi giorni, dunque, non mi posi particolari problemi: sollevai il mio certosino per la collottola, la allontanai dalla zona critica e inaugurai la giornata con una lezione uomo-felino sul perché fosse scorretto tentare di violentare il proprio padrone nel sonno, anche laddove – come nel mio caso – si fosse trattato di un meraviglioso esemplare di maschio.
Elizabeth puntò le orecchie non troppo convinta, pisciò sul fianco della valigia che non avevo ancora disfatto e poi saltò dalla finestra, per fare quello che le avevo gridato dietro.
La troia.
Visto e considerato che solo il giorno prima ero a Nagoya a suonare con il gruppo in uno di quei club che sognavamo quando eravamo ancora due deficienti sconosciuti raccolti attorno ad un nanetto col vocione – già famosissimo – mi dissi che ce l’aveva con me per il fatto da un po’ di tempo non avessi più un momento da dedicarle.
Alla seconda tazza di caffè, pertanto, mi ripromisi di trovare cinque minuti per intavolare con la gatta un discorso serio e tentare di farle capire come passare qualche giorno con la portiera del palazzo non potesse essere nulla di tanto traumatico da porre in pericolo la nostra storia.
Quando provai a parlare con i ragazzi della situazione, per altro, l’unico che mostrò un minimo di comprensione, come al solito, fu Yacchan, che pure non viveva senz’altro il mio dramma, visto che la sua di bestiola aveva un posto in prima fila in ogni nostra tournée.
haido, i cui capelli arrivavano ormai al culo e ti faceva sudare solo a guardarlo, non a caso strimpellava felice e beato con la mia chitarra, senza perdere di vista il batterista, e vanificando il mio eroico sforzo di spostare l’asse della conversazione su qualcosa che non fosse la sua mise per la chiusa al Nisshin Power Station.
Tetsuya, che cominciava ad accusare l’iper lavoro e senz’altro la convivenza forzosa con tutte le nostre orrende abitudini – come mangiare, cagare, scopare e permetterci di dormire, qualche volta – fece proprio finta di non avermi ascoltato e, quando provai a estorcergli una consulenza in presa diretta, sollevò un sopracciglio sarcastico, mosse il capo in direzione di Takarai, frattanto appollaiatosi sulle ginocchia di quel martire di Sakura per farsi dire quant’era carino con la coda di cavallo, e mi lanciò un’occhiata tremenda, come per dirmi: ‘Ho altri problemi, io. Impiccatevi tu e la gatta.’
Effettivamente Ogawa non è mai stato un capolavoro di diplomazia nei momenti in cui un po’ di pietà farebbe persino comodo.
Visto il nulla di solidarietà che avevo ottenuto – e considerando che nei due giorni successivi, tra prove, interviste e concerto avrei bruciato ulteriori e preziose occasioni per ristabilire la pace domestica – decisi di comportarmi come un bravo marito giapponese: andare a sbronzarmi e poi a donne, in modo da rincasare il più tardi possibile e stroncare sul nascere qualunque recriminazione.
Evidentemente, però, Elizabeth si sentiva più portata per un rapporto all’occidentale, visto che alle sei e mezza, quando riuscii ad arrancare fino alla porta di casa, non trovai nessun cucciolo pentito e disperato a implorare il mio ritorno – in kimono e spilloni alla Butterfly – quanto un certosino femmina infido e di facili costumi, attorniato da una quantità di gattacci di qualunque estrazione sociale e fogna.
Fu allora che la sbronza si estinse in un pugno di secondi e realizzai l’inevitabile: anche Lizzy era ormai una donna ed era andata in calore. Aveva pure una discreta voce da soprano, pensai con un certo orgoglio, mentre la trascinavo al sicuro da quel gregge di potenziali violentatori pulciosi.
Poi, davanti all’inevitabile successione di quegli ululati per niente discreti che mi avrebbe impedito di dormire pure le quattro ore utili prima del concerto, mi dissi che somigliava piuttosto a quella piaga di haido quando decideva di fare la troia sul palco – e per un po’ pure la mia gatta mi stette meno simpatica. Comunque fosse, era un problema che dovevo accantonare, in quanto rockstar, chitarrista e pure sottoposto di Arznable-Ogawa, non a caso sempre in prima fila a ricordarmi l’aurea legge per cui, visto che avevo tradito tutte le aspettative dei miei genitori, il mio inferno doveva cominciare in terra sotto le spoglie di un oni allampanato e vestito malissimo.
Il Club95 si concluse in un modo che a ripensarci sono indeciso se classificare come indecoroso o come indecente.
Sicuramente fu indimenticabile, visto che non fu solo haido a uscirsene con qualcuna delle sue trovate, ma pure tetsu perse abbastanza la testa da stargli dietro. Ancora me lo ricordo, Takarai.
Più o meno potrei dire somigliasse a mia sorella in camicia da notte, ma mia sorella non era così femminile, a dirla tutta, e neppure tanto troia.
Quando Hideto cominciò con la sequenza dei sospironi e dei risolini all’indirizzo di Sakura, mi cacciai una marlboro in bocca e mi chiesi se non esistesse un modo per fumare pure con le orecchie, visto che non era proprio il caso di mettersi ad ascoltare.
tetsu, per tenerlo buono, poi, non trovò niente di meglio di un morso, senza porsi neppure il problema che alla prima donna potesse persino far tanto piacere. Insomma: un trionfo e uno shock, ma pure abbastanza divertente da organizzare una bella cena insieme come ai vecchi tempi, fosse pure per evitare che il leader finisse di mangiarsi il nostro vocalist – per altro troppo peloso e velenoso anche per essere un coniglio nano.
Prima che la serata finisse, non so se complice l’alcool oppure Buddha, tetsu ci disse che a quel punto potevamo pure prenderci in paio di giorni di day-off, recuperare un po’ di sonno e di idee, prima che la giostra riprendesse a correre. Inutile dire sia stato lì lì per abbracciarlo, salvo benedire fosse troppo brutto persino per un impeto della mia gratitudine: ergo, satollo e mezzo sbronzo, me ne tornai a casa, dove trovai Elizabeth intenta a copulare con quattordici intrusi maschi sul mio kotatsu, visto e considerato avessi fatto l’idiozia di lasciare pure la finestra aperta.
“Un’altra che ne fai e ti regalo a tetsu o a haido. Valuta tu cosa è peggio,” le sibilai in modo intimidatorio, ma Lizzy aveva capito da subito di essere il mio punto debole e che non sarei mai stato in grado di tradurre le minacce in realtà.
Esiste un contrappasso felino?
Probabilmente sì, visto che la mattina – ma sarebbe meglio dire pomeriggio – seguente, sul mio cercapersone apparve l’invitante messaggio di una piacevole signorina che avevo conosciuto qualche sera prima, e mi invitava a trascorrere il week-end da lei.
Era fuori discussione rifiutassi, ma altrettanto improbabile permettessi alla gatta di tradirmi in casa mia. Non ero tagliato per il ruolo del cornuto, in compenso conoscevo la persona adatta a sostituirmi nei casi di emergenza felina.
Sakura non è solo un amico di cui puoi fidarti, ma anche l’ultima persona al mondo sia in grado di dirti di no, il che non torna utile solo se hai bisogno di soldi: anche come cat-sitter ha il suo perché.
Aggiungiamoci che si sveglia all’alba, ergo non c’è pericolo di chiamarlo e trovarti davanti la voce rincoglionita con cui, per esempio, haido ti fa capire che hai sbagliato ora, mese, anno (e pure persona) per chiamarlo. Sakura, poi, con Lizzy aveva sempre avuto un feeling particolare: avrei evitato di dirgli che sarebbe stato probabilmente violentato o brutalizzato dalle avance della mia gatta, ma al di là dell’omissione interessata ero certo che ce la saremmo cavata tutti a meraviglia.
Almeno in teoria; in pratica continuavo a dimenticarmi la legge segreta del day-off.
La prima volta in cui sentii Yacchan parlarne, temetti per un momento di trovarmi davanti il copione di un manga yaoi di quelli che ti fanno perdere la voglia di vivere – almeno con le palle al loro posto – solo in seguito realizzai fosse qualcosa sì di casalingo, ma poco o nulla sentimentale.
In poche parole, il day-off è il giorno in cui haido realizza finalmente di vivere in un porcile e si decide a fare le pulizie. Siccome è piccolo, allergico anche all’ossigeno, e opportunista, è fuori discussione pensi a riordinare da solo la quantità spropositata di caos che in modo altrettanto autonomo è stato in grado di causare.
Visto che tetsu in day-off diventa reperibile solo dalle parti di una boutique del centro, ma non c’è verso di costringerlo ai lavori forzati senza che se ne esca con una tirata sul genere ‘Perché casa mia è perfetta e voi tre vivete come animali?’, che nessuno (sano di mente) avrebbe voglia di ascoltare, è automatico la scelta ricada solo sulle povere anime pie disposte a farsi sfruttare.
In poche parole, neppure a dirlo, Yacchan.
Sakura, che per proprio conto delega alla madre e alla sorella le grandi manovre domestiche, si vede, per chissà quale beffa del caso, costretto ad assecondare un piccolo dittatore in operazioni di bonifica impressionanti, considerata la taglia di chi le dirige.
È fuori discussione, nei fatti, che il delicato haido possa mettersi a pulire i pavimenti con un po’ di sacrosanto olio di gomito: tira subito fuori la storia del braccio che si è rotto un secolo e mezzo fa, e che dunque non può sforzare.
Sì, sì. Lo so io che ti sei rotto,” dissi una volta tanto per scherzare. Ci rimase così male che temetti davvero tetsu mi abbattesse a colpi di zeppa, finché il colore più vivido che avrei visto sarebbe stato il viola dei miei occhi. Insomma, ci tenevo a non farmi fregare, come a rimuovere i dettagli molesti.
Quel ventotto giugno, perciò, cacciai con la forza Lizzy dentro la sua gabbietta, le promisi che l’avrei assicurata alle amorevoli cure di un maschio vero, con il pedigree e pure vaccinato e decisi che l’estate era appena cominciata e valeva la pena di essere ottimisti.
Elizabeth, come scoprì l’identità dell’ospite, si esibì in un triplo salto carpiato e decise di giocare alla stola per il resto dei suoi giorni, consentendomi di dedicarmi al mio hobby preferito senza troppi rimorsi.
Ho già detto, vero, che avevo dimenticato un dettaglio?
Ebbene: ero appena salito nella mia auto quando lo vidi arrivare. Con i jeans, una t-shirt anonima e quella inconfondibile coda di cavallo rossa, per la verità, sembrava la classica bambina figa di un telefilm americano. Invece andava per i ventisette ed era il cantante del mio gruppo, con una curiosa predilezione per i batteristi e, soprattutto, allergico ai gatti.
Vigliaccamente – e saggiamente – ingranai le marce dalla prima alla quinta e mi guardai bene dal trovarmi nei paraggi quando l’Apocalisse sarebbe arrivata.
A haido, se uno vuol esser sincero, i gatti piacciono e pure parecchio, ma passa da una sequenza di starnuti all’ipossia quando arriva il momento di confrontarsi con il loro pelo.
Se c’è una cosa che Lizzy non sopporta proprio, poi, è che qualcuno le starnutisca sul musetto. Inutile dire, insomma, quei due, a prescindere dall’oggetto delle reciproche mire, non fossero proprio destinati ad andare d’accordo.
Me lo immagino proprio Sakura che va ad aprire, magari a torso nudo, la sigaretta in bocca ed Elizabeth incollata come una zecca, e haido che passa dalla fase haiku da contemplazione per tanta grazia a quella di bestemmia belluina alla vista del gatto.
Tutto sommato non sarebbe stato male fermarsi a dare un’occhiata, ma, come l’oracolo-Elizabeth aveva suggerito, ne andava delle mie palle.
“Che vuol dire, Yacchan?” mugolò Takarai, allontanandosi di un passo e curandosi bene di coprirsi il naso e la bocca, benché ciò gli rendesse impossibile marcare il territorio che Lizzy stava leccando con voluttà. Yasunori ci pensò due minuti, poi decise di giocarsi la carta della verità, in fin dei conti imputabile alla vittima delle circostanze entro certi limiti. “Ken ha un appuntamento e non sapeva a chi lasciarla,” scandì con la sua solita faccia da culo delle circostanze impossibili. haido perse un po’ di tempo a capire se aveva sufficienti superpoteri per maledirmi, poi, altrettanto presumibilmente, decise fosse meglio denunciare il sabotaggio a mamma-Ogawa, fosse mai esistesse la speranza di darmi la corte marziale.
“Ho capito. Ma io devo pulire casa. Da solo non ce la faccio,” implorò querulo come al solito, sperando Sakura abbandonasse la mia povera gatta e tornasse al suo appiccicoso coniglio nano.
Per fortuna anche i panda hanno un minimo di spirito di conservazione; nel caso di specie, a dirla tutta, a Yacchan non sembrava vero di possedere finalmente una scusa per declinare l’invito alla solita guerra di strofinaccio e spazzolone, ergo, mutando la faccia da culo in faccia di circostanza, si finse affranto dalla tragica impossibilità di immolarsi nel nome delle pulizie e si appellò al suo nuovo incarico con tutto il buonsenso di chi ha fiutato una via d’uscita. haido, poco ma sicuro, mise il sottoscritto e la propria gatta in testa alla propria lista nera, ma decise di adeguarsi alle circostanze, sarebbe a dire piantarsi comunque in casa di Sakura e contenderlo alla mia povera Lizzy.
“Ok, ho capito. Comunque ancora c’è abbastanza spazio per terra. Magari mi aiuti un’altra volta. Vero, Yacchan?” miagolò con il suo solito opportunismo parassita, prima di costringerlo alla resa.
A Sakura non restò altra scelta se non farlo passare, benché avesse più volte agitato lo spauracchio della sua allergia per scoraggiarlo. Ancora nutriva un po’ di speranza nel buonsenso dell’interlocutore – il che è un errore provato – ma haido è sempre stato meraviglioso nello scardinare le pie illusioni di chiunque. “Tanto se mi sento male ci sei tu, Yacchan. Io mi fido di te, lo sai.”
Elizabeth, per proprio conto, si trovava all’improvviso davanti un cosino piccolo, morbido e infido, che le rovinava la luna di miele e, quando era certo di non essere osservato, le tirava pure la coda per il gusto di spelarla e starnutirci su, al solo fine di ottenere attenzioni.
A ripensarci, davvero, dovrei sentirmi in colpa per averla abbandonata in modo tanto ignobile, ma temo che il dispiacere nasca solo dal non aver potuto assistere al fiero combattimento che quelle due impossibili bestioline avrebbero imbastito.
Per la prima metà del pomeriggio, in verità, si raggiunse un equilibrio, se non stabile, almeno decoroso: la gatta dormicchiava nella sua cesta e l’haido languiva sulle ginocchia di Sakura, incurante del fatto fosse quasi luglio, ci fossero più di trenta gradi e non fosse piacevole trovarsi le gambe anchilosate da poco più di quaranta chili di devozione e capelli.
Yacchan, però, di meraviglioso ha soprattutto lo stoicismo e una discreta collezione di porno, che potevano rendere il supplizio quasi confortevole. Verso le otto, però, gli appetiti sessuali frustrati di entrambe le due creature si destarono con prepotenza; Yasunori lo realizzò quando Elizabeth gli saltò sulle ginocchia, incurante del fatto fossero già occupate.
haido, altrettanto ovviamente, prima starnutì, poi tentò di farle perdere l’equilibrio, rimediandosi un’unghiata spettacolare, che lo costrinse a ritrarsi disperato e dolorante, con la codina tra le gambe, in un cantuccio del divano, mentre la gatta si rotolava pancia all’aria nel grembo dell’amore conquistato.
Quanto dura la pazienza di un haido? Poco, suppongo.
“Toglitela di dosso, Yacchan! Vuoi farmi morire soffocato?” strillò con il solito vocione delle ingiunzioni violente, sperando forse in una risposta da samurai che gli dicesse: “Non preoccuparti, amore. Elimino questa brutta gatta e poi ci facciamo la doccia insieme!
Sakura, da bravo panda, liquidò il tutto con ben altro registro. “Hai visto che carina? Vuole le coccole.”
Le voleva pure l’haido, però, e credo di poter dire non ci sia nulla di più pericoloso e molesto di un Takarai privato della quota obbligata di attenzioni che gli spettano.
Diabolico come tutte le creature piccole e velenose, finse di stare sulle sue finché non venne il momento di giocare la sua carta vincente: l’abilità culinaria.
Nel bel mezzo del petting felino di Lizzy, nei fatti, haido si alzò, starnutì una decina di volte nel tentativo eroico di dare almeno un bacino al batterista – salvo dovervi rinunciare – e proclamò stentoreo che avrebbe preparato la cena.
Takarai sarebbe da sposare solo per come cucina – anche perché tutto il resto è al più per amanti del sadomaso (nel senso che è una macroscopica legnata sui coglioni) – ed è l’unica ragione che da sola basta a spiegare perché, malgrado tutto, Sakura gli dia corda. Entro certi limiti, poi, pure Elizabeth.
La mia gatta, nei fatti, pregustando un pasto migliore di quelli che potevo assicurarle io, si avviò in direzione del piccolo cuoco, mentre Yasunori, finalmente libero, annunciava serafico e rilassato che ne avrebbe approfittato per fare la doccia. Sakura è proprio un ingenuo, bisogna ammetterlo: si era appena liberato di due incomodi e sventolava il drappo rosso nell’arena di quello peggiore?
Davvero, me lo immagino proprio haido con il grembiulino che inaugura un ignobile viaggio mentale su Yacchan nudo e la saponetta.
Tutto sommato a volte la fantasia, più che un dono, suona come una maledizione. Quale sia la verità, in ogni caso, non c’è bisogno di chiamar in conto nessuna propensione troppo spiccata verso l’oscenità gratuita per intuire che Takarai aveva ora campo libero per sbarazzarsi di Elizabeth e riappropriarsi del proprio territorio.
Come infatti la mia ignara gattina si istallò sul piano da lavoro, haido, che si era frattanto coperto il viso come un guerrigliero per non correre il rischio di veder naufragare la propria tattica d’attacco, la agguantò per la collottola e corse a rotta di collo verso la porta d’ingresso, suppongo con l’ignobile fine di scaraventarla senza grazia nella tromba delle scale, salvo fingere chissà poi quale ipocrita preoccupazione per le sorti della mia adorata.
Lizzy, però, era di ben altro avviso. Come infatti arrivarono al punto zero della strategia di Takarai, con un abile colpo di coda, gli fu addosso, lo privò di quell’ignobile camuffamento e gli si incollò al viso, facendo affidamento su quella massa di capelli densa e ondulata che le facilitava il compito con mefistofelica efficacia.
Takarai cominciò a starnutire sul serio – e non per la solita recita a uso e consumo di Sakura – oltre a perdere del tutto il senso dell’orientamento, visto che la visuale era oscurata dalla morbida pelliccia della mia gatta. Ignoro cosa sia arrivato più nitidamente a Sakura: se il miagolio straziante della mia povera bestiolina, oppure l’urlo della sua, quando rotolarono come una valanga lungo le scale.
Giuro, però, che mi è proprio dispiaciuto d’essermi perso la colluttazione, un po’ come Sakura, nudo e zuppo, affacciato sul pianerottolo per capire cosa diavolo potesse esser capitato.
Un po’ meno divertente, a dirla tutta, fu il seguito.
 
“Vorrei vedere. Questa storia non fa per niente ridere, anche se è ridicola,” aveva sibilato Tetsuya Ogawa, dopo aver assestato una specie di schiaffetto molto convincente contro la nuca del chitarrista, intento ad allisciare un certosino scosso e contrariato da quella giornata. “Il tuo senso dell’umorismo lascia molto a desiderare. Fattelo dire,” aveva bofonchiato, prima che un consistente spostamento d’aria lo costringesse ad abbassarsi, lasciandogli intuire fosse in arrivo un’ulteriore manata di apprezzamento – solo che stavolta era piccola, tozza e arrivava da troppo in alto per appartenere al legittimo proprietario.
Sulle spalle del batterista – e per nulla intenzionato a mollare la presa – haido era infatti uscito dall’ambulatorio medico coperto di cerotti e più incarognito del solito.
“Sarà simpatico il tuo di senso dell’umorismo, stronzo! Quella maledetta mi ha quasi ucciso!” aveva piagnucolato, finché santo-Yacchan e mamma-Ogawa non gli avevano allungato una carezzina a testa, fingendo di essere coinvolti dal dramma della sua caduta, della sua caviglia slogata e del trauma che gli aveva pure fatto passare l’appetito.
Ken si era specchiato negli occhioni verdi pieni di compassione di Elizabeth, prima di realizzare che quella che era l’unica buona nuova del giorno.
“Ehi! Lizzy non è più in calore!” aveva esclamato soddisfatto.
L’unica risposta ottenuta, tuttavia, era proprio degna di quel branco di sciroccati ingrati: Vaffanculo, Ken!