Work Text:
Fictional Dream © 2009 (29 agosto 2009)
I L’Arc~en~ciel (nella prima formazione major, Tetsuya Ogawa, Ken Kitamura, Hideto Takarai e Yasunori Sakurazawa, poi Yukihiro Awaji in luogo di quest’ultimo) sono uno dei più celebri gruppi di musica rock-pop giapponese.
L’autrice non intrattiene con i succitati artisti alcuna relazione di tipo economico-collaborativo.
Questo testo narra eventi di pura fantasia, destinati al diletto e all’intrattenimento di altri fan: non persegue alcun intento diffamatorio (né pretende di dare informazioni veritiere sulle persone di cui tratta) o finalità lucrativa.
L’intreccio qui descritto rappresenta invece copyright dell’autrice (Callie Stephanides - Fictional Dream).
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Se c’è una cosa di cui sono sempre stato fiero, quella è senz’altro la mia intelligenza, un po’ perché è una merce rara, un po’ perché a dispetto di quel che credono tutti, ti fa rimorchiare come neppure una berlina d’importazione.
Essere intelligenti vuol dire calcolare il rischio, fare le scelte più giuste e convincere la ragazza di turno che non vuoi davvero rimorchiarla, no, sei davvero interessato all’estetica di Sōseki.
Lei, di solito, è la prima a stancarsi dei guanciali d’erba per passare a quelli veri, ma tu hai segnato il colpo.
L’intelligenza è anche quanto mi ha permesso di ritagliarmi uno spazio di tutto rispetto nei L’Arc~en~ciel, dove c’era già il leader con il nome da anime anni Settanta – Tetsuya – e pure la bella della squadra – haido. Yukihiro, con la sua espressività da bonzo e da Buddha, in effetti, a volte viene preso per un pezzo della sua batteria.
Nel gruppo io sono quello simpatico, porco e furbo.
In poche parole, sono un gruppo anche da solo.
L’intelligenza, in questa rovente estate duemilanove, è stata anche quanto mi ha permesso di prendere le distanze dagli allarmismi internazionali per concentrarmi solo sui disastri di casa nostra. Tanto per dirne una, mentre tutti correvano a comprarsi le mascherine per la febbre suina, sapevo già che un maiale infetto non potesse nuocermi quanto il ghigno del vecchio Oishi.
Perché il vecchio Oishi non ghigna mai per farti sapere che ti vuole bene. No. Il vecchio Oishi ghigna e ti ricorda il dopolavoro obbligato.
Se c’è un dettaglio che ho sempre trovato deprimente negli hiatus dei Laruku, quella è la pretesa ci tocchi fare per forza qualcosa per ricordare al pubblico che siamo ancora vivi. Se hai quarant’anni, un sacco di soldi e godi pure di ottima salute, il sospetto ti costringe a penose incursioni nelle mutande – e io sono intelligente. Dunque mi indispettisco.
Tetsuya quel problema non ce l’ha: lui ama lavorare.
È il solo modo abbia trovato, del resto, per non dover frequentare la moglie – Ayana –, lo stalker ufficiale – Takanori – e per non portare a spasso il cane – haido.
Yukki adora gli hiatus, perché non deve vederci. Non l’ha mai detto apertamente, ma ho come il sospetto, di quando in quando, ci guardi un attimo e senta il bisogno di pentirsi per il semplice fatto di averci dato corda. Di solito capita quando haido, in un calo d’ispirazione, si mette a palleggiare in studio con ogni pallottola di carta gli capiti a tiro.
Takarai, per parte propria, li vive con lo stoicismo della vittima. Tutte le volte in cui si ubriaca, in effetti, individui dalla dubbia moralità lo coinvolgono in pensate dalla dubbia moralità. Il fatto il suo ultimo gruppo si chiami VAMPS, in effetti, sospetto la dica lunga sul fatto, prima o poi, debba disintossicarsi dal sake.
Il sottoscritto, invece, gli hiatus non li può vedere, perché si annoia; perché, soprattutto, l’intelligenza non ti serve a niente se non la usi per torturare qualcuno.
Quando tetsu mi ha detto le quattro, fatidiche parole che anticipano sempre l’Apocalisse – Ci prendiamo una pausa – non a caso, montai su una sceneggiata tremenda infarcita di promesse improbabili.
Se arrivai a giurargli persino che avrei sedotto e abbandonato Takachan, per il gusto di vederlo suicidarsi con una zeppa appesa al collo nella baia di Tokyo, converrete con me fossi un uomo sull’orlo della disperazione.
tetsu strinse quei suoi occhietti malvagi in due fessure minuscole, prima di scoccarmi un “Cosa rantoli, Ken?” che non lasciava senz’altro filtrare il minimo di compassione che mi spettava.
“Ma non so cosa fare!” mugolai, mentre Ogawa fissava con orrore la scaletta serale del suo seguitissimo show – seguitissimo perché i giapponesi sono sadici color limone, ovvio. Che c’è di divertente nel vedere Nishikawa sbavare amore su uno che veste come un incubo di Godam e ha la sensibilità di Don Zauker?
tetsu esalò un sospiro che trasudava al contempo esasperazione e sarcasmo, mi fissò di nuovo e poi grugnì: “Hai i SOAP, no? Chiudetevi nel tuo garage e fate i cretini per i prossimi sei mesi!”
Adoro Tetchan quando tira fuori Aznable. Un po’ meno quando il suo gundam me lo mette nel culo.
“Non si può,” dissi lapidario. “Mi manca il batterista e il bassista ha sempre fatto schifo.”
tetsu disegnò una croce accanto al nome di Takanori e tornò a fissarmi. “Cioè?”
Mi sbracai sulla poltrona dello studio, sforzandomi di apparire tanto canino e supplice da svegliare i suoi rigurgiti cinofili.
Purtroppo per me, però, non sono haido; a tetsu, si sa, i cani piacciono piccoli e pelosi.
“Sakura è in piena crisi di fanboysmo.”
“Sakura ha quarant’anni.”
“Sakura è il batterista di Morrie, ora.”
tetsu aprì la bocca e disse: “Ah.”
Poi: “Morrie non mi ha chiamato.”
Indi: “Secondo te l’ho deluso, Kenchan?”
In Giappone, Morrie è un po’ come Dio, solo che al posto delle Tavole della Legge ci ha rifilato la croce di una generazione rincoglionita dai Dead End.
Piacevano anche a me, ovvio, solo che io, a Morrie, la mano la stringo soltanto. Non la bacio.
“No, Tetchan, tu gli piaci sempre tantissimo, è ovvio,” belai disgustato.
Ogawa, nel mentre, si annodava pensoso le dita.
“Io non capisco. Sono stato un bassista favoloso per i Creature Creature e ora...”
Mi grattai perplesso la guancia, ormai certo d’essermi fregato con le mie stesse mani: volevo farlo sentire in colpa e finivo con il sentirmici io.
Mentre tagliavo la corda, nei fatti, tetsu era ancora impegnato a frustarsi con un’autocritica da abbandono, certo d’essersi macchiato di qualche orrendo crimine musicale, quando se aveva qualcosa da farsi perdonare, a dirla tutta, avrebbe piuttosto dovuto guardare nel suo armadio e pentirsi.
Dato per perso Ogawa, in ogni caso, fregato ero anch’io, che avevo smarrito il crucco tra le montagne di un posto molto più civile di Tokyo, e Yacchan tra le brume degli anni Ottanta – se non aveva ancora cotonato la cagna, del resto, era solo perché era morta.
Quando entra in conto il fattore sfiga, insomma, l’intelligenza serve a poco, soprattutto se hai anche un debito di riconoscenza con un pazzo furioso che si diverte a organizzare ammucchiate selvagge.
Il quindici agosto del duemilanove c’era una tale afa che i corvi di Tokyo aggredivano solo gli incauti portatori di gelato.
La mia voglia di vivere viaggiava sotto i tacchi, mentre haido trascinava parimenti la propria – il che stava anche a dire Takarai fosse quello con il morale più basso di tutti.
“Colpa del fuso, hycchan?” lo pungolai, perché era noto fosse appena rientrato dagli USA, dove i VAMPS si erano esibiti per il gusto di ricordare a tutti i Metro Station del pianeta chi avesse il ciuffo più screamo anche a quarant’anni – e dove, come al solito, era stato bullizzato da Kaz e da chiunque gli avesse pagato da bere più di una volta.
haido mi rifilò un’occhiata bovina dietro le lenti scure, prima di indicarmi qualcosa alle proprie spalle.
Il qualcosa era la sua splendida moglie con tanto di prole al seguito.
“Oh... C’è tutta la famiglia!” constatai – una volta tanto senza sarcasmo.
Il figlio di haido è la dimostrazione di quanto sia nel tempo migliorata la razza giapponese; è identico al padre, cioè, ma gli dei si sono ricordati di aggiungere una decina di centimetri tra i piedi e le rotule.
“Non sei contento, scusa?” bofonchiai.
haido era sul punto di rispondermi quando l’anello di congiunzione tra la bavosa e Takanori Nishikawa lo investì, lo arruffò, lo baciò, tentò di possederlo secondo (e contro) natura in meno di un minuto, salvo decidere di lasciarlo perché lo stavo fissando come avrebbe fatto un naturalista cinese davanti all’accoppiamento del suo panda preferito.
“Ciao, Kiyoharu,” rantolai, mentre le labbra più rifatte del Giappone ancora si protendevano in direzione di quello che, prima del trattamento, era ancora il cantante del gruppo simbolo del Sol Levante. Dopo, cugino IT in caldane da menopausa.
“Eccoti la risposta, Kitamura,” ruggì haido, che si illudeva ancora di imbonire il pargolo con la storia fosse il figlio di un rocker e non del toy–boy di mezza Danger Crue.
Kiyoharu era già pronto a seguirlo – preferibilmente in un posto tranquillo e poco illuminato – quando Dio decise ch’era giunto il momento di dare un segno della propria presenza.
Detto altrimenti, Morrie scelse di materializzarsi.
Io non capirò mai come faccia un tipo alto come Ogawa a ostentare l’aura di Lorenzo Lamas; forse è tutta una chimica di sguardi e di shampoo, oppure il fanatismo è molto peggio della febbre suina.
Quale fosse la verità, come Morrie si annunciò, sulla scena calò il silenzio ieratico che l’occasione imponeva: Kiyoharu trasse in secca il gommone che aveva in mezzo alla faccia; haido scosse il ciuffo e barattò la solita espressione da fesso con l’occhiata da maledettismo rockettaro. Il figlio di Takarai, felice e beato, chiamava il Mito ‘zio’ e si rimediava occhiate piene d’odio da tutto il resto dei presenti.
Io guardavo il suo batterista autista schiavo feticista servo e non riuscivo a credere che Yasunori Sakurazawa fosse stato qualche secolo prima il bad boy per eccellenza.
“Ciao, Yacchan!” flautai innocente. “Non mi aspettavo ci fossi anche tu!”
Sakura verificò prima di tutto che la Leggenda non stesse proferendo qualche respiro fondamentale per l’evoluzione del rock, e poi decise di degnarmi della propria attenzione. “Non devo esibirmi, infatti. Io porto Morrie!” scoccò tronfio, quasi ammettere d’essere stato retrocesso da batterista a vespino cinquanta fosse il sogno della vita d’ogni povero disgraziato.
Otsuka, nel mentre, in assenza di anelli abbastanza vistosi perché potessero essere baciati come imponeva il protocollo, si lasciava consumare dalle occhiate lascive di una manica di fanboy quarantenni.
Megumi, un po’ disgustata, si preoccupava invece di trascinare via un innocente, che, dal basso dei propri cinque anni e mezzo, restava il fanatico più dignitoso di tutti. Incrociata Ayana sugli spalti dedicati alle famiglie dei musicisti, poi, l’udii proferire parole ch’erano pure destinate a restare l’unica perla di saggezza della serata.
“Non fate mai figli! Questo è un mondo orribile!”
Io, del resto, ho sempre sostenuto che la qualità migliore di haido sia la sua dolce metà.
Nel backstage, la follia continuava a dilagare: Morrie parlava del tempo e haido annuiva grave come se avesse appena teorizzato una formula essenziale per risolvere la crisi borsistica; Morrie scuoteva un po’ i capelli e Kiyoharu tornava a estroflettere i labbroni; Morrie si lamentava della calca e Yasunori minacciava tutti i gruppi da lui prodotti – ergo mezza Danger Crue – di penalità criminali e anche di morte.
Mancava solo un folle, a quel punto, perché la Corte dei Miracoli del Mito fosse al completo; qualcuno, poi, ch’era di norma discreto quanto una macchia di sugo su un abito nuziale.
Cominciai a guardarmi intorno, sbirciando persino nell’enclave dei musicisti seri – capeggiata, come al solito, da Yukki – ma Tetchan non si vedeva.
“Vuoi vedere che si è offeso davvero?” pensai sgomento, perché per quanto mi piaccia pungolarlo e rendere la sua vita un inferno, a tetsu voglio bene sul serio. Resta un po’ il fratello che non ho mai avuto, ecco, perché mia sorella non è mai stata tanto femminile – e non ha neppure mai avuto un simile cattivo gusto.
Cominciai ad aggirarmi per i corridoi, verificando nel mentre l’invasività della morriete. Un nugolo di sedicenti poppettari, nei fatti, si era messo in fila per avere l’onore di arrossire e scappare via davanti alla Leggenda.
Ci sono momenti in cui capisco perché gli Stati Uniti ci hanno tirato addosso l’atomica, e anche perché i marziani provano sempre a conquistare la Terra partendo da noi.
Un po’ meno perché haido abbia tante fangirl, ma sospetto ci sia già un x-file in proposito.
Ero ormai pronto ad abbandonare il campo, quando Ogawa decise di palesarsi, indecente e stylosissimo come ce l’aspettavamo.
“Guarda che il tuo Morrie sta dando udienza già da un bel po’. Com’è che non sei lì a sbavare in prima fila?” gigionai.
tetsu mi fissò malissimo, prima d’indicarmi un punto ben preciso sugli spalti. E lì, tronfio come un tacchino e, soprattutto, vestito tale e quale a tetsu, se ne stava il re di tutti gli stalker.
“Ma che carino! Ci tiene tanto a supportarti, eh?” ridacchiai.
tetsu mi rifilò una sberla. “Non lo diresti se avesse tentato di scassinare anche il bagno per studiarsi le mutande!” ringhiò.
Nel mentre Takachan lo salutava affettuosissimo, ignorato da Ayana che, in quanto piccola e scema, non aveva ancora ben chiara la differenza tra gli asserti ‘sono amico di tuo marito’ e ‘voglio portarmi a letto tuo marito’.
“Secondo me, esageri come al solito,” tagliai corto, anche perché avevo sempre trovato divertente la strategia d’accerchiamento Nishikawa: aveva un retrogusto di Vietnam, qualche volta, ma nel suo essere un riuscito potpourri di determinazione viscida e languido desiderio, a dirla tutta, avrebbe meritato un suo posto nella storia – nonché in qualche convenzione sui diritti dell’uomo.
tetsu mi fissò come al solito quasi volesse sbranarmi. “Kitamura...” sibilò, poi, neppure a sottolinearlo, Morrie decise di proseguire la propria parata dalle nostre parti e l’Aznable dei Laruku salificò. Con un movimento dalla fluidità sorprendente, nei fatti, Ogawa si raddrizzò, cambiò tre o quattro personalità prima di decidere per ‘l’amichevolezza di vecchia data’, e mi mollò come un coglione a fissare le coreografie di corteggiamento che Nishikawa aveva messo a punto per l’occasione.
“Morrie ha sete,” si sentì in dovere di farmi sapere Sakura. “Non vieni a bere qualcosa con noi?”
Trassi un profondo sospiro; mi persi tra i faretti del backstage e poi decisi che intelligenza era anche regalare un’eccellente citazione che non avrebbe colto nessuno.
“Grazie, ma siete già troppi per Quasimodo.”
A quel punto, solitario, me ne andai come l’Uomo Tigre.
In fondo sono giapponese anch’io.
