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Kaoru e la notte dei Morti Viventi

Work Text:

Fictional Dream © 2006 (01 novembre 2006)
I La:sadie’s-Dir en grey (Tooru “Kyo” Niimura - vocalist/Kaoru Niikura - prima chitarra e leader/Daisuke “Die” Andou - seconda chitarra e chorus/Toshimasa “Toshiya” Hara - Basso [nei La:sadie’s, Kisaki]/Shinya Terachi - batteria e percussioni) sono uno dei più famosi gruppi di musica hard rock/visual-kei giapponese.
L’autrice non intrattiene con i succitati artisti alcuna relazione di tipo economico-collaborativo.
Questo testo narra eventi di pura fantasia, destinati al diletto e all’intrattenimento di altri fan: non persegue alcun intento diffamatorio (né pretende di dare informazioni veritiere sulle persone di cui tratta) o finalità lucrativa.
L’intreccio qui descritto rappresenta invece copyright dell’autrice (Callie Stephanides - Fictional Dream).

*****

La prima cosa che sogni, quando diventi il leader di un gruppo di livello – a parte il poterti liberare delle giarrettiere e di certe mutande a vista un po’ troppo strizzapalle, tant’è che non c’è ragionevolmente un solo maschio idiota si metta a sudare sul tuo cosplay per togliersi il gusto di farselo cadere – è suonare fuori dal tuo Paese.
Non che ci sia niente di male a essere giapponese e scuotere le coscienze dei morti di casa tua, ma nel momento stesso in cui realizzi che ti ascoltano anche dove le tue canzoni non significano niente, è evidente che cominci a sentirti finalmente arrivato.
Diciamo pure che sai di potertela tirare con qualche ragione e quasi ci godi, a ripensare a quando ti invitavano in quelle trasmissioni da sfigati, con un nugoli di bambocci o idol cretine che ti fissavano schifate – e tu lo eri quasi più di loro, perché almeno avevi il buongusto di sapere che ti eri incollato una maschera.
Non è che sia così facile e che capiti a tutti: non è neppure detto che siccome vendi a casa tua, fuori ti vada altrettanto bene.
Poi capita pure che altrove abbiano più gusto e il gioco è fatto.
I Dir en grey, a dire la verità, in Europa se la sono sempre cavata benissimo, fosse pure perché quel secchione di Daisuke parla un inglese abbastanza comprensibile da permettere a tutti di comprare le sigarette: e, come dicono i veri saggi, dove puoi fumare e scopare sei praticamente a casa tua.
Per il resto non è cambi moltissimo, a parte il fatto ci sia qualche giornalista del posto che si tocca un po’ troppo il culo o le palle mentre ti parla, neppure avesse l’angoscia qualcuno intenda farselo seduta stante.
Prima o poi dovrò trovare la voglia di fare polemica e dirgli che mentre sta tanto ad angosciarsi sulle mie tendenze, con ogni probabilità, Totchi o Die si stanno scopando sua moglie.
Anche queste sono soddisfazioni, bisogna ammetterlo.
Quando ti spingi fuori dai confini di casa tua, però, a parte con la diffidenza di chi ti fissa in modo strano solo perché sei giapponese – e da quelle parti, per quel poco che ho capito, i giapponesi sono visti come una specie parassita di qualunque cosa puzzi di vecchio o stupidamente costoso – devi fare i conti con un mucchio di abitudini strane che, poco ma sicuro, ti restano pure incollate addosso.
Ad esempio il fatto di fare il bagno buttandoti direttamente nella vasca come se fossi un gaijin peloso e puzzolente.
Oppure sbronzarti inevitabilmente alla seconda birra, perché non ho ancora capito se gli europei abbiano alcool etilico al posto del plasma, oppure d’abitudine bevano petrolio: fatto sta un bicchiere dei loro ti sdraia per parecchio – ne sappiamo qualcosa Totchi, Die e io, visto che al ritorno da ogni bevuta avremmo avuto quasi bisogno di un trapianto d’organi completo, avendone lasciati in abbondanza sul lastricato di parecchie città.
Non che tutto sia necessariamente tanto traumatico: ad esempio le donne te la danno con molta più facilità, hanno le tette più grosse e certe cosce dritte che per guardarle Toshiya ha centrato una volta pure un palo del telefono. E poi non ti conosce nessuno, perciò puoi pure vestirti male o fare il coglione: il peggio possa capitarti è che ti arrestino – diciamo pure che è per questo che ho sempre dato la libera uscita al warumono unicamente con l’interprete, fosse solo per evitare me lo mettessero in quarantena alla dogana, nell’ipotesi avesse sentito il bisogno di mordere qualche autorità locale. Voglio dire: a me il cantante serve.
La cosa migliore, comunque, e non mi vergogno a dirlo, è il cibo. Puoi strafogarti delle cose più grasse e micidiali del mondo, senza sentirti in colpa neppure un po’, perché uno mica può morire di fame, no?
Pure Daisuke ci ha dato dentro come la fogna dei vecchi tempi, tutto felice e contento non ci fossero brodaglie strane o teste di pollo con cui ricattarlo. Solo quando si è accorto che gli ci voleva l’apriscatole per infilarsi nei jeans ha riattaccato con i suoi complessi dementi, finché non l’ho amichevolmente minacciato di morte. A quel punto suppongo abbia avuto un po’ da recriminare sulla mia sensibilità, ma si è arreso all’evidenza un po’ di carne addosso gli stesse meglio che quello scheletro da spaventapasseri con cui mi aveva rovinato tre Tour.
Tutto questo preambolo, insomma, per dire che non ho niente contro i tour internazionali e la globalizzazione musicale e tutte quelle chiacchiere che, in buona sostanza, vogliono soprattutto dire soldi. Perché, diciamocelo, uno non porta per quattro anni la giarrettiera sognando poi di vendere fiammiferi all’angolo della strada.
È chiaro che vuoi farcela: ed è pure evidente la musica non sia l’unico fine.
Perciò alla proposta dei Korn me ne sono fregato persino del fatto avessero parlato di noi con il paternalismo con cui si guarda ad una band di liceo. La musica non si fa mai sulle prime impressioni, quanto sul campo. Non ho ben capito cosa abbia impressionato più quei ragazzotti gaijin sostanzialmente innocui (un po’ troppo grossi, comunque) – se la potenza di Shinya (che non c’era verso capissero fosse un maschio e fosse persino peloso per essere un giapponese) o le dimensioni di una certa parte del corpo di Kyo, che, per altro, quando canta si eccita sul serio, ma in buona sostanza alla fine ci guardavano con un misto di timore e di rispetto che mi ha fatto piacere.
In caso contrario, suppongo, mi sarebbe toccato litigare: e non è che ci tenga a mostrare pure gli usi non convenzionali della ganesa.
Dopo l’Europa, insomma, anche l’America si è guadagnata la propria bandierina rossa sulla plancia del mio ideale piano di conquista del mondo, facendomi persino dimenticare tutto quel ch’è andato comunque storto: dalla tonsillite che mi ha messo K.O. il warumono in un periodo in cui di solito non si ammala neppure un tisico, al rincoglionimento cromatico di Toshiya.
Su quest’ultimo punto dovrei forse glissare, perché solo sfiorarlo concorre ad alimentare le mie recriminazioni peggiori. Proprio perché produrre un gruppo fuori dal Giappone costa un sacco di soldi e di fatica, la cosa importante è sempre – se non soprattutto – fare buona impressione: e siccome i gaijin sono parecchio sensibili sotto quel profilo, in buona sostanza tocca rinunciare al visual.
Visto che da quel punto di vista eravamo già parecchio avanti per conto nostro, dovevamo semplicemente risultare quanto più anonimi possibile. Non mi pare sia uno sforzo eccezionale, no? Allora perché un bassista che avevo reclutato in quanto tanto innocuo e carino con i suoi sani capelli neri da bravo ragazzo orientale, mi è diventato biondo da un giorno all’altro?
Dopo una settimana spesa a minacciare di morte Daisuke, se avesse tentato un tiro dei suoi – e non si fosse fatto ricrescere almeno un minimo di sopracciglia – mi tradiva proprio Totchi?
“Ma che cazzo hai in testa? Un gatto morto?” fu quanto gli dissi dopo aver contato fino a tremila, salvo realizzare che mi sarei incazzato lo stesso. Totchi si offese a morte per l’inaspettata contestazione del suo look da debosciato occidentale, Kyo gli andò dietro e fino alla partenza mi lasciò a macerare nell’angoscia si facesse qualche altro piercing o tatuaggio dei suoi come ritorsione per aver insultato il suo protetto.
Fortunatamente eravamo tutti ragionevolmente tesi per l’esperienza che ci aspettava da reprimere gli infantilismi peggiori e lavorare al meglio delle nostre possibilità – dove per ‘meglio delle nostre possibilità’, chiaramente, s’intende come dico io, visto che sono quello che comanda e l’unica persona seria di un gregge di pecore idiote.
Anche negli U.S.A., insomma, tutto è andato secondo i miei piani: bei concerti, bella musica e meno danni del previsto. Ci sono state anche sbronze micidiali e ho la vaga impressione sia circolato qualche scatto di cui dovrei vergognarmi – fosse pure perché il mio bassista aveva sempre l’aria di un barbone alcolizzato (più o meno quello che abbiamo rischiato di diventare tutti, e non me ne farei un vanto) – ma non è nulla che definirei propriamente irrimediabile.
I danni, quelli veri, si son visti solo al rientro, un po’ come quelle subdole malattie infettive che ti schiantano proprio quando pensi d’essertele evitate.
Diciamo che in questo caso si potrebbe parlare di un’infezione culturale: di una contaminazione non autorizzata di vezzi e pose tutte occidentali.
Diciamo pure che hanno provato a fregarmi, pungendomi nel vivo: e io, ovviamente, mi sono mortalmente incazzato, fosse pure perché mi si può toccare tutto.
Tranne hide, la ganesa e il pizzetto.
Soprattutto hide, però.
 
Quando quell’uggioso pomeriggio del trentuno ottobre Kaoru Niikura si sfilò occhiali da sole fattivamente superflui per squadrare meglio i suoi volenterosi – ma neppure tanto – sottoposti, l’espressione più amichevole in cui riuscì a imbattersi fu quella di noia desolata e mal represso scazzo del proprio batterista.
Sarebbe a dire, nei fatti, quella che Shinya indossava d’abitudine e non sarebbe mutata a meno che San Yoshiki non gli avesse fatto baciare le stigmate delle bacchette.
“Allora? Sarebbero quelle facce?” aveva grugnito, prima di appollaiarsi su uno sgabello e verificare una per una le chiavette della ganesa, fosse mai si fossero allentate per una sindrome da abbandono.
Die, che oltre al chitarrista vestiva il ruolo di portavoce e rompipalle del gruppo – anzi: era quasi più un elemento di disturbo a volte che un complemento armonico – si era acceso una sigaretta, aveva tirato una boccata d’effetto e poi pontificato: “C’è che è il trentuno ottobre, Kao.”
Kaoru gli aveva scoccato un’occhiata polemica, prima di replicare soavemente. “Grazie per avermelo detto. Ora la mia vita ha finalmente un senso, Die.”
Andou doveva sentirsi meno umorista del solito, perché al suo sarcasmo aveva reagito con un grugnito, propagatosi come un’eco irresistibile agli altri due contestatori. Non a caso era stato Totchi – che con la coda di cavallo era almeno leggermente guardabile, fosse pure perché gli trovavi la faccia – ad aggiungere. “Ma è Halloween! Stanotte…”
Kaoru aveva sottolineato con un arpeggio polemico la propria irritazione, prima di assicurarsi il completo silenzio con la solita occhiata da dittatore (raffinata in lunghe ore di autointimidazione allo specchio, ma era meglio non lo sapessero).
“E il quindici usciamo praticamente ovunque, il che implica lavorare senza tante storie. Devo ripetervelo ancora, o volete essere tra le guest star della serata?”
Neppure il warumono, questa volta, aveva osato favellare ulteriormente, benché la consapevolezza collettiva, come di consueto, dicesse di una feroce e ingiusta tirannide. Kaoru, ovviamente, trovava in quella sua meravigliosa tattica di addestramento l’ennesima prova della propria grandezza di leader, né gli sovveniva alcuna valida ragione per ammorbidirsi quel tanto che avrebbe concesso agli altri quattro di respirare: tanto era evidente che non avrebbero mai saputo impiegare bene il loro tempo libero.
Che quella fosse una presunzione pericolosa, nondimeno, Niikura avrebbe avuto modo di saggiare ben presto, complice un imprevedibile tiro del caso.
Erano infatti le cinque del pomeriggio, quando il cellulare del leader aveva spezzato il silenzio concentrato della sala prove, squillando con un’insistenza che sarebbe stata duramente repressa in qualunque apparecchio non fosse appartenuto a Kaoru.
“È il fotografo per i provini del booklet. Vado a dare un’occhiata. Guai a voi se provate a evadere,” erano state le sue ultime direttive, prima che, imperioso e disinvolto com’era sempre, abbandonasse la scena.
Die aveva fissato Kyo, che aveva guardato Toshiya che aveva portato lo sguardo su Shinya: quando la palla era passata di nuovo al chitarrista, neppure a sottolinearlo, si era sintetizzata in un democratico e sentito: “Ma vaffanculo, Kao,” dal sapore piuttosto liberatorio.
A quel punto si erano spezzate le righe e pure i freni inibitori che nulla come il terrore delle ritorsioni di Niikura era in grado di ingenerare.
“Che palle! Stasera non c’è un buco in cui non si festeggi,” aveva commentato Totchi, lisciandosi una delle ciocche sbiondate e crespe che avevano sostituito il suo serico ebano naturale. “Che fai? Metti il dito nella piaga?” aveva brontolato Shinya, sfilandosi i guanti e sgranchendosi le lunghe dita. “Yoshiki aveva pure organizzato…” “Sì, Yoshiki, Yoshiki, Shin-chan… Lo sappiamo che combinate,” aveva ghignato il chitarrista, prima che gli piovessero contro le bacchette di Terachi. “Crepa, Die,” era stato l’amichevole commento, prima che anche il batterista lasciasse la postazione e si sistemasse accanto al resto del gruppo sul divano.
“Questa è una dittatura, però. Peggio di casa mia,” aveva grugnito Kyo, accendendosi una sigaretta e salvando immediatamente il pacchetto dalla bramosia scroccona di Die. “Adesso te ne accorgi? Solo che quando c’è da protestare, sono sempre io a lamentarmi. Da solo!” aveva sottolineato polemico il chitarrista. “Be’… A questo punto c’è poco da fare, no? Lo sappiamo com’è fatto,” aveva quietamente osservato Toshiya, facendo per recuperare il basso.
Die aveva fissato Kyo, scuotendo il capo. “Lo so che è una pecora, ma è difficile educarlo, cosa credi?” aveva sussurrato il cantante. “Neppure se hide fosse ancora vivo, secondo me, gli riuscirebbe l’esorcismo.”
E una luce oscena si accese negli occhi del chitarrista.
“Kyo, tu sei un genio!” aveva gridato esultante, prima di scoccargli un bacio tanto naturale da essere francamente preoccupante. “Ragazzi? Finalmente abbiamo la risposta a tutti i nostri problemi!”
“Ti impicchi?” aveva flautato Terachi con un sorrisino crudele.
“No! È un altro il morto che ci serve!”
 
Uno non è che ci goda a fare il dittatore – be’, un po’ sì. Ma solo per giocare, beninteso. È che in un gruppo ci vuole ordine e niente di meno, altrimenti va tutto come piace a Die: a puttane. Per questo, quando mi avviai per la sala prove senza sentir provenire dallo studio la minima nota, cominciai a irritarmi davvero.
Che c’entrava Halloween? Non eravamo più in America e dei morti potevo tranquillamente fregarmene, visto che non erano certo quelli ad ascoltarmi. Né a comprare CD.
La prima cosa mi venne in mente fu che quei quattro disgraziati se ne fossero andati, lasciandomi pure i tabs da riordinare. Fuori era già buio pesto e la pioggerellina del pomeriggio era diventata un acquazzone inquietante.
Perfetto: sarei rimasto pure imbottigliato in uno di quegli ingorghi da cui nascono i serial killer di Tokyo – il mio abito mentale era nei fatti esattamente quello.
La sala prove non era solo muta, ma pure completamente buia, nemmeno a voler sottolineare la bontà delle mie intuizioni. Repressi una bestemmia che sarebbe stata molto pesante e pure irrispettosa, e feci per accendere la luce. Ovviamente non mutò nulla: quel poco di luce che filtrava nasceva dagli edifici adiacenti o da qualche lampo lontano.
Non sono né un coniglio, né superstizioso, ma non era oggettivamente un ambiente molto rassicurante. Non il trentuno ottobre, almeno, visto che Daisuke aveva avuto anche la meravigliosa idea di ricordarmelo.
Cominciai a farmi luce con l’accendino, per vedere se non mi riusciva di trovare l’interruttore generale e capire cosa diavolo avessero combinato. Erano abbastanza idioti da tentare un sabotaggio ai miei danni? Speravo bene per loro la risposta fosse negativa, perché non sarei stato clemente.
Quello mai.
Che potessero essere molto – ma molto – più stupidi fu però una consapevolezza che mi raggiunse presto. O meglio: che seguì il quarto d’ora più orrendo della mia gloriosa vita.
Ero intento a inciampare nel disastroso disordine dello studio, quando la porta di servizio si aprì all’improvviso, lasciando filtrare una corrente gelida tutt’altro che rassicurante. Anche se non volevo farmi suggestionare ad alcun costo, a quel punto avevo già perso la presa sull’accendino, sprofondando in un buio che sembrava quasi più pesto di prima.
“Va bene, coglioni, vi siete divertiti abbastanza?” dissi ad alta voce (diciamo pure che urlai, ma con il cuore in gola mi era uscito quasi un falsetto). E fu allora che nel silenzio orrendo e totale della sala, fui raggiunto da una scudisciata di memoria, ansia e panico allo stato puro: da un punto non meglio precisato dello spazio, nei fatti, risuonava ‘Tell me’.
E non erano arpeggi qualunque, no: erano quelli di un indimenticabile ragno rosa.
Chiariamo subito un punto: io non credo ai fantasmi. Non credo neppure alle visioni e a niente cui non potrei comandare come dico io. Diciamo che è una questione di buonsenso e di stile: restava il fatto hide mi stesse suonando ‘Tell me’ dall’Altro Mondo e un lampo lontano mi avesse mostrato un miraggio di rosso che mi aveva quasi innescato l’infarto.
Togliamo il quasi: l’ultima cosa che ricordo è di aver gridato ‘Cazzo, hide’ e poi di essere stramazzato al suolo.
A svegliarmi fu la pioggia che precipitava direttamente sul mio viso, ma che registrai subito dopo essere piuttosto il personale diluvio di Toshiya – che a parte i capelli, era evidente, era rimasto quello di sempre – troppo preso dal singhiozzare: “Ecco, l’avete ammazzato! Io lo sapevo che era una stronzata!” per accorgersi mi fossi svegliato (e mi stessi preparando a esplodere).
Un po’ come Kyo e Die, che intanto discutevano su come fosse meglio far sparire il corpo, visto che ormai… “Ormai cosa, coglioni?” ringhiai, togliendomi la soddisfazione di specchiarmi nel loro terrore, questa volta.
“Kao… Davvero… Era per scherzare,” tartagliò Die, nascondendo dietro di sé la chitarra acustica che mi costringeva a ricordare come pure Andou fosse bravo. E rosso di capelli.
“Ma davvero? Allora facciamo che ti ammazzo io?”
 
La cosa migliore del suonare all’estero è che indubbiamente impari una quantità di cose. Anche che Halloween non è male come pretesto per fare un po’ di baldoria. Al Club Città di Kawasaki, per dire, organizzano sempre un party molto carino (sempre che non ti propinino Takarai in marinara. Ma quest’anno mi ha detto bene).
Non ti annoi neppure se sei da solo: perché, ovviamente, sono da solo.
Siccome sono generoso, però, spero che anche al pronto soccorso abbiano allestito una festicciola: così, tanto per tenere allegro chi so io, in attesa che mi passi la voglia di congratularmi ancora per il suo senso dell’umorismo.
Non per niente: qualche falange lussata guarisce in tempo per il quindici; mi seccherebbe dover ricorrere alla seduta spiritica.
Mica è sempre il trentuno ottobre, no?