Work Text:
Fictional Dream © 2006 (16 novembre 2006)
I La:sadie’s-Dir en grey (Tooru “Kyo” Niimura - vocalist/Kaoru Niikura - prima chitarra e leader/Daisuke “Die” Andou - seconda chitarra e chorus/Toshimasa “Toshiya” Hara - Basso [nei La:sadie’s, Kisaki]/Shinya Terachi - batteria e percussioni) sono uno dei più famosi gruppi di musica hard rock/visual-kei giapponese.
L’autrice non intrattiene con i succitati artisti alcuna relazione di tipo economico-collaborativo.
Questo testo narra eventi di pura fantasia, destinati al diletto e all’intrattenimento di altri fan: non persegue alcun intento diffamatorio (né pretende di dare informazioni veritiere sulle persone di cui tratta) o finalità lucrativa.
L’intreccio qui descritto rappresenta invece copyright dell’autrice (Callie Stephanides - Fictional Dream).
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A volte credo sia un peccato, se non un sacrilegio – proprio in un’accezione quasi religiosa del termine – pensare alla musica come a una somma di etichette che puoi incollare sul prodotto fregandotene della sostanza.
Etichette che ti fanno pensare un gruppo sia quello e niente più ancora.
Un gruppo sia un insieme fisso e immutabile di combinazioni, spesso persino uno stile, quasi a riprodurre nella vita e in ogni ascolto la lavagna dei buoni e dei cattivi.
I buoni musicisti, quelli seri, meglio se vecchi.
E le troie facili.
Come i gruppi visual-kei.
Come noi: i Dir en grey.
Soprattutto ti fa un po’ male pensare che i più convinti nell’assegnarti un ruolo – che non potrà mai essere diverso da quello che appare – sono spesso proprio quelli che si dicono tuoi fan. Quelli che scaldano l’atmosfera, ondeggiano sotto il palco e ti fanno sentire un nocchiero onnipotente su di un mare in tempesta.
È un’ebbrezza strana.
È quel che ti fa andare avanti. Finisce, però, anche con l’essere una forma di tristezza: quella di una voce che parla al silenzio, perché se ti trovi incollata un’etichetta, allora smetti di esistere come essere umano.
C’è molto poco da dire: questo è semplicemente realismo.
L’impostura di una classificazione senza cuore è quella che in fondo fa dei Dir en grey i messaggeri di suoni gridati, esplosioni devastate, cacofonie virtuose. Persino mia sorella, a volte, dopo aver ascoltato un po’ qualche nostro CD, si sfila gli auricolari, scrolla un po’ i capelli e dice quasi imbarazzata: ‘Certo che ne fate di casino!’
Quando l’ho raccontato a Kyo, si è acceso una sigaretta, ha tirato un paio di boccate, e ha argomentato ancora più parco. “Be’? E ti lamenti, Totchi? Pensa alla mia che ascolta i Johnny’s!”
La sua, in effetti, ancora non crede che suo fratello sia forse il più grande cantante giapponese di tutti i tempi. Neppure se la pensano così persino oltre le frontiere del nostro Paese.
Casino, cacofonia, fracasso, spazzatura, spaccatimpani: un po’ ti dispiace, un po’ ti ci abitui, cresci e realizzi che non potrai mai piacere a tutti. È già un lusso piacere a se stessi, a volte, figurarsi a chi cerca sempre un alibi per sputarti addosso.
Però non è del tutto vero sia possibile andare sempre oltre: soprattutto quando ti senti il solo a possedere la verità. Quando sai, cioè, che non è vero i Dir en grey siano solo dissonanze, perché oggi sono quelle che vendono, tra ragazzini arrabbiati per posa e vezzo, ma senza la minima consapevolezza di sé.
Nella nostra musica e, prima ancora, in chi quella musica compone, ci sono anche la dolcezza, la tenerezza e il sentimento che le luci ucciderebbero ugualmente, perciò non avrebbe senso portarle là dove nessuno le vedrebbe comunque e si dissiperebbero in un niente.
La profonda differenza tra il nostro gruppo e quelli che amano genitori e figli – cinque o sei bravi ragazzi rassicuranti, che parlano di amicizia-amore-scuola senza la minima crudeltà – è che noi raccontiamo la verità. Siamo sgradevoli, forse, ma siamo veri. E stiamo bene sul serio: come fratelli, come compagni di lavoro e come amici.
Gli altri hanno firmato un contratto e spesso, chiusa la passerella di scena, sono ben contenti di non doversi vedere.
I Dir en grey non sono solo una band: sono una specie di famiglia.
Sono diventati la mia nel febbraio del millenovecentonovantasette. Fu allora che mi accorsi di tutto quello che in superficie non sarebbe mai filtrato e che dunque per primo avrei custodito come una specie di tesoro o di privilegio persino immeritato.
Fu allora che ho capito come oltre il rumore ci fossero le note: un fiume di note. E quanto dolci potessero essere persino quelle di Die.
Sul palco gli è capitato raramente di imbracciare la chitarra acustica e al dunque, in ogni caso, sono convinto abbiano più guardato lui che non ascoltato la sua musica. È un peccato, perché ai suoi arpeggi più semplici sono legati alcuni dei miei ricordi più belli. Dolorosi, anche: intensi e vivi come quei giorni lontani e indimenticabili che a volte ti si sedimentano dentro e ti ricordano cosa sia davvero l’emozione.
Mi ero unito ai Dir en grey per il mio ventesimo anno. Era una specie di regalo che mi ero fatto per il compleanno, a ben vedere, perché era un’occasione che davo a loro, ma soprattutto a me stesso. Un modo per uscire dalle acque stagnanti di gruppi che non avevano nessun progetto particolare. Come i Gosick, a ben vedere: grazie ai quali, però, avevo conosciuto Kaoru.
La sua offerta mi sorprese, ma non impiegai niente ad accettare. A volte bisogna prendersi il lusso di essere incoscienti, perché se non rischi – è evidente – dovrai per sempre rassegnarti a sguazzare nelle pozzanghere. Nel mare ci sono gli squali, è vero: ma è di una bellezza che vale senz’altro il prezzo della tua pelle.
Avevo un part-time e una vita frenetica: dovevo esercitarmi con il basso, provare con il gruppo, pagarmi i viaggi tra Osaka, Nagano e pure Tokyo. Era una vita che somigliava ad un’altalena: ondulatoria, a volte paurosa in certe volate troppo ripide. Pensandoci bene, era qualcosa che mi somigliava, perché diviso tra mille esigenze diverse ero il primo a essere instabile.
Dentro, più d’ogni altra cosa.
I miei fratelli andavano ancora a scuola e credo faticassero a capire cosa stesse accadendo in casa. Mia sorella, soprattutto, che stava per cominciare il liceo e aveva quella specie di intuito precoce che possiedono sempre le donne. Fino ad un paio d’anni prima ero ancora il suo fratellone un po’ strano che l’aiutava a vestire le sue bambole o le disegnava doujinshi dei manga che amava di più, e ora ero un estraneo dall’aspetto inquietante, che rincasava in orari in cui spesso non c’era neppure il modo di guardarsi in faccia.
Quando tornavo da un concerto, talora, la trovavo seduta in cucina che faceva colazione. Io cadevo dal sonno, avevo il trucco disfatto, i capelli a mezza schiena, arruffati o ancora umidi d’acqua o alcool o sudore.
“Toshimasa, com’è andata?”
A volte neppure le rispondevo, ma crollavo in camera mia di un sonno che non ammetteva né deroghe, né rimorsi.
Quelle stesse scene, però, erano altrettanto presenti ai miei genitori.
Mia madre era sempre stata arrendevole e protettiva nei miei confronti. Mio padre mi voleva bene, come ogni padre che ha un debole per il figlio maggiore, ma che pure quel figlio maggiore sembrava voler deludere a ripetizione, perché proprio non c’era verso fosse come i primogeniti di tutti i suoi colleghi.
Ero un erede che aveva scelto una strana scuola superiore, che frequentava uno strano giro e, per quanto gli dicessero tutti che sì, ero oggettivamente molto bello, era strano persino d’aspetto. Frequentare un istituto d’arte non era come frequentare un liceo: non avevo obblighi di divisa. I miei capelli erano lunghi. Le mie dita, sempre sporche di colori. Forse lo erano anche i miei sogni, luminosi e vividi.
Mio padre non capiva quel che disegnavo, ma credeva nel mio talento. A suo modo, penso si fosse arreso all’ipotesi di aver generato un pittore. Un artista. Ma un musicista era un’altra cosa. Davvero un’altra cosa.
Le nostre discussioni erano esplose dalla prima notte in cui rincasai ben oltre il coprifuoco.
Sbronzo.
Aveva tutto il diritto di rimettermi in riga, ma non di credere che il problema fosse la musica. Quella, curiosamente, avrebbe finito con l’ordinare il mio caos. Minacce, insulti, botte: non avrei ceduto per nulla al mondo, fosse pure per quell’ostinazione che hanno sempre i figli quando si nega loro qualcosa. I miei fratelli più giovani, cui era sempre stato insegnato l’ossequio per l’anzianità – e per i quali ero dunque sempre stato un modello – da un giorno all’altro cominciarono a cozzare contro frasi sul genere: “Studiate, se non volete finire come quello là!”
“Tagliati i capelli. Non renderti ridicolo come tuo fratello!”
“Hai cominciato a truccarti? Non basta un pagliaccio in questa casa?”
Era colpa mia: me ne rendevo conto e ci soffrivo, ma non credevo fosse giusto tornare indietro. Sotto quelle luci ero felice e riuscivo a esprimermi come neppure con i miei colori. Come neppure in casa, a dirla tutta.
“Perché papà è così cattivo con te, Toshimasa?”
Ancora me la vedo mia sorella, quella mattina. Non so cosa fosse successo, se non che mio padre mi aveva dato ben più di uno schiaffo. Premevo contro il viso un panno bagnato, sperando non restassero segni troppo vistosi, o non sarebbe bastato neppure il trucco di scena. Ma l’espressione che le lessi in viso – pietà, incredulità, confusione – mi fece molto più male dei lividi. Mio padre non era un mostro e non avevo nessun diritto di farlo passare per tale. Neppure io ero uno spostato, però. Era un insuperabile punto di stallo.
Era tempo che me ne andassi.
“Papà non è cattivo. Non preoccuparti.”
Non guardai neppure per un’ultima volta la mia camera, presi quei pochi soldi che potevo chiamare miei ed ero riuscito a risparmiare, il basso e il primo treno per Osaka. Agli altri ragazzi non raccontai le premesse di quel mio avvicinamento, che pure agevolava non poco il nostro lavoro. Niikura vi lesse un segno di impegno e maturità, regalandomi un cenno del capo che sapeva soprattutto dell’apprezzamento negato altrove. Fu allora, in un certo senso, che cominciai a leggere in lui un sostituto di mio padre: qualcuno cui guardare per quegli occhi che non volevano più saperne di me.
Ma non era la stessa cosa.
Per sapere dove vuole arrivare, uno deve sempre conoscere alla perfezione le radici della propria storia: la mia fuga le aveva come recise, lasciandomi il trauma di un vuoto improvviso e niente di abbastanza solido con cui colmarlo. Se ne accorse Kyo, con cui pure non avevo ancora stretto quella che immagino di poter definire un’amicizia per la vita.
Nishimura era un nanerottolo dall’aspetto inoffensivo e dall’aura terrificante. Era uno e milioni di individui diversi al contempo. Era carino ed era spaventoso. Quando a Nagano l’avevo sentito cantare, quasi non riuscivo a credere che non fosse già un professionista decennale. Una resistenza del genere non era umana. Non lo era la sua voce, i suoi acuti, la risonanza del suo plesso, l’energia parossistica e folle per cui poteva dimenarsi per ore.
E i suoi testi: in Giappone non si era mai visto nessuno in grado di scrivere come lui.
Era la verità: ma i versi di Kyo te l’incidevano nella carne, finché non ti germogliava dentro. Per questo mi intimidiva un po’, come credo sia ragionevole ti intimidisca e ti sorprenda chiunque ti sia tanto superiore da essere inarrivabile.
Kyo non parlava molto.
Da mezze frasi che avevo captato, quando ancora andava a scuola, passava per un tipo strano, un po’ spostato, quasi autistico. Ancora non sapevo che un poeta come lui non aveva neppure un diploma – e se gliel’avessero dato, forse, ci si sarebbe pulito il culo, per dirla come lui. Senza la musica, magari, sarebbe diventato un giovane barbone: invece era un profeta. Anche se stava zitto per buona parte del tempo, Kyo guardava. Registrava a suo modo ogni dettaglio, ma lo faceva: come ultimo acquisto, in fin dei conti, dovevo aspettarmi come inevitabile e plausibile passasse in rivista anche me. E una sera, quando mi separai dagli altri per tornare a casa, mi seguì.
Non mi pareva abitasse dove avevo trovato alloggio – un blocco inguardabile e frequentato quasi peggio, ma in cui almeno le porte si chiudevano decorosamente – ma non mi sembrava il caso di porgli una domanda così diretta e così mirata.
“Che bello! Stasera ho un po’ di compagnia!” scandii nel tono più neutro ed entusiasta che potei trovare nel mio registro abituale.
Kyo mi si affiancò senza neppure guardarmi in faccia, tirando profonde boccate dalla propria sigaretta, con un’espressione concentrata quasi solo su quell’operazione.
“A volte sei proprio fastidioso, tu,” sparò poi a bruciapelo.
Nishimura non conosceva la minima mediazione. La voce popolare vuole che sia un mentitore nato, ma la realtà è molto più complessa. Persino più divertente. A molti fa comodo dire che è un bugiardo, perché fa meno male che non ammettere sia invece un tipo che dice sempre la verità. La prima che gli passa in testa, per altro.
Così con me.
Potevo atteggiarmi a duro e fregarmene, perché in fin dei conti chi pensava di essere per trattarmi in quel modo delirante? Però, come ho già detto, lo rispettavo, lo temevo e quella stoccata gratuita mi aveva come ferito.
“Perché?” gli chiesi dunque con una strana timidezza, che mi imbarazzava quasi più del contesto.
“Ho fame. Lì fanno un ramen accettabile. Pagami la cena.”
Era sempre brusco, ruvido in un suo modo particolare. Poi poteva anche regalarti sorrisi dalla dolcezza disarmante. Rari, molto più rari di quelli di Die. A dispetto di Andou, però, quando Kyo rideva gli sorridevano anche gli occhi: era un’emozione più profonda.
“Sembra che ti impegni a piacere per forza. Sempre sissignore, sempre di buonumore, sempre entusiasta. Cos’hai di sbagliato per non incazzarti mai?”
Quasi gli sputai i tagliolini in faccia.
“Cosa?” articolai, semisoffocato da un boccone che non voleva saperne di trovare la giusta direzione.
“Da che stai scappando, Toshiya?”
Mi guardò dritto in faccia e lo scandì con una chiarezza inappellabile.
‘Da che stai scappando, Toshiya?’
Più che mangiare scorpioni, Kyo li imitava alla perfezione: e mi aveva punto nel vivo. Non riuscivo a replicare, né a trovare una scusa da piazzare a bella posta per sottrarmi a quella situazione penosa.
“Tu sei bravo. Ci sai fare e si vede che la musica ti piace. Kaoru non ti sostituirebbe neppure se fosse hide in persona a chiedergli di suonare il basso per i Dir en grey. Però sembri comunque un cane che aspetta la carezza del padrone. A me le persone senza orgoglio non piacciono neppure un po’.”
Sorseggiò il fondo della zuppa, mi batté sulla spalla un colpetto leggero e se ne andò, lasciandomi con il conto da pagare e di merda.
Semplicemente.
Di merda.
Soprattutto quello.
Non era vero non avessi orgoglio: cosa poteva saperne Nishimura di quanto mi ero lasciato alle spalle?
Non eravamo tutti uguali. Non tutti pisciavano in testa ai nemici o si spogliavano nudi in mezzo alla strada o ci andavano a vivere, per strada, pur di non guardare più in faccia i propri genitori. C’era anche chi, come me, si sforzava di non peggiorare la situazione, di non far star male nessuno, persino a costo di sentirsi fuori posto da solo. Però la coscienza mi rimordeva: e mi diceva che scappare come un ladro da Nagano non era stata una mossa particolarmente intelligente per chiudere davvero i conti con il passato.
Non tutte le radici erano state divelte, cioè: ce n’era ancora qualcuna ch’era seguitata a crescere, a germogliare e si era infine annodata contro i miei polsi quasi fosse l’ennesima catena.
Tornai a casa ch’era la fine di marzo, ma la neve non si era ancora sciolta: era anzi una di quelle giornate che ti dicono come l’inverno non ci tenga proprio a morire dalle mie parti.
Avevo indossato il paio di jeans più decoroso che possedevo, mi ero legato i capelli e preparato una specie di discorso pieno di toni pacati, ragionevolezza e buonsenso, con cui sostenere le mie ragioni.
Mi aprì il mio fratellino, che aveva i capelli a spazzola, la divisa ancora indosso perfettamente allacciata, e l’espressione stupita di chi ha visto un fantasma. Poi, però, un sorriso pieno di calore si allargò sul suo viso e mi fece entrare senza il minimo indugio. Mentre mi sfilavo gli anfibi, due braccia sottili e forti scivolarono contro il mio collo, mentre le labbra di mia sorella affondavano nei miei capelli, come faceva a volte da bambina, anche se parevano trascorsi eoni dai giorni in cui frequentavo l’istituto d’arte e mi portava la cioccolata che mi mandavano le sue amichette.
“Hai un calzino bucato. Se vuoi, ci penso io,” mi disse con una naturalità che tradiva però mille sentimenti diversi e mi faceva pensare che forse avevo sbagliato ancora a riaprire antiche ferite senza avere la minima idea di come avrei potuto suturarle.
“Nonna non sta tanto bene, perciò mamma è andata a stare da lei per qualche giorno. Papà, invece, torna tra un po’.”
Mi riempivano di informazioni banali, tutti e due, neppure volessero a ogni costo colmare la distanza che pure c’era stata. Poche settimane che, date le premesse, sembravano lunghe come anni.
Erano quasi le nove della sera, quando mio padre rincasò. Non mi disse nulla finché i miei fratelli non eseguirono l’ordine perentorio di ritirarsi nelle rispettive camere. Voleva affrontarmi da solo e mi stava bene. Era tra noi ch’era nato il problema e tra noi doveva risolversi.
Lo vidi allentare il nodo della cravatta, sedersi dall’altro lato del tavolo: un’espressione controllata che intimidiva più della rabbia.
“Cosa ci fai qui?” mi chiese. “Volevo spiegarti,” replicai altrettanto parcamente. Mio padre mi guardò con una freddezza che non aveva mai usato, neppure quando stava per allungarmi un ceffone. “Non c’è niente da spiegare. Hai preso la tua decisione e sai come la penso.” Mi morsi le labbra. “Sì, so come la pensi tu, ma a te non frega proprio niente di sapere come la pensa tuo figlio?” “I miei figli sono bravi ragazzi e mi obbediscono. Non c’è nessun bisogno di chiamare in conto gli assenti.”
Fu una pugnalata.
”Allora io cosa sono?” mormorai abbassando la testa, perché non avevo il coraggio di ritrovare sul suo volto di pietra la stessa indifferenza e disprezzo che vi avevo già letto.
“A tutti capita di fare errori nella vita. Questo non vuol dire tollerarli per sempre.”
Mi alzai, infilai gli anfibi, senza pensare che un calzino era ancora ostaggio di mia sorella, e chiusi la porta alle mie spalle. Pensavo di potermi trattenere almeno un paio di giorni, invece non c’era più posto per me. Mi aveva cancellato senza la minima remora, anche se in passato ero certo d’esser stato bene con lui.
Forse me l’ero sognato.
Mi incamminai verso la stazione che già scendeva una pioggerellina gelata mista a neve davvero intonata al mio umore: soprattutto quando realizzai di aver perso il portafoglio e di non avere la minima chance di tornare dove almeno servivo a qualcosa.
Forse.
Mi sedetti su una panchina, fissando il vuoto che si apriva all’improvviso davanti ai miei occhi, in una notte che sembrava infinita: non avevo più abbastanza fiducia per credere il sole potesse davvero sorgere un’altra volta. Nella mia vita non ce n’era la minima scintilla.
Mi strinsi nel giubbotto, sperando la determinazione ad andare avanti mi asciugasse gli occhi e mi rendesse insensibile al freddo, ma non c’entrava niente la determinazione. Ero solo un ragazzo sconfitto su tutta la linea.
Cominciai a camminare per scaldarmi un po’. Lo feci per tutta la notte, in una città che una volta era stata la mia, ma la cui indifferenza non era in fondo diversa da quella di mio padre. Camminai, finché il sole non spuntò all’orizzonte e il dolore della piaga che mi si era aperta sul piede nudo divenne troppo forte per andare ancora avanti.
Ero di nuovo nei pressi della stazione: pensavo che ci sarei morto. Poi, mentre seduto sul marciapiede sbuffavo nuvole di vapor d’acqua in luogo della nicotina che non avevo, una voce mi sferzò alle spalle, con una violenza che non ero più in grado di sopportare.
“Si può sapere che ti ha detto il cervello? Kao ti ammazza di sicuro!”
Era Kyo.
Forse mi aveva trovato spingendosi sin là mosso da quella sua profetica ispirazione.
Forse non era molto difficile intuire dove fossi finito.
“Magari,” replicai, posando la fronte contro il suo petto: e scoppiando in un pianto dirotto.
Kyo non disse niente. Si sedette accanto a me, mi spinse contro il suo grembo e mi lasciò fare, accendendosi una sigaretta come se non stesse accadendo nulla di significativo.
Poi, mentre passava le dita tra i miei capelli, disse con assoluta naturalità: “Ho mandato a cagare i miei di vecchi, figurati se mi spaventa farlo con quelli di un altro.”
Scossi piano il capo, sperando capisse che comunque ne avevo abbastanza. Kyo sospirò in profondità, mi assestò un pugno contro la spalla, e replicò in rimando.
“Col cazzo che molli. Tu devi imparare come si sta al mondo.”
“Non ce la faccio a camminare, Kyo,” lo implorai.
“Appoggiati a me. Tanto non pesi niente,” fu tutta la sua risposta.
“Ma…”
“Dimmi solo in che direzione dobbiamo andare.”
Era una situazione assurda, che raggiunse toni quasi farseschi quando davvero ci trovammo davanti mio padre. E Kyo, senza allentare di un millimetro la presa da me, gli disse con una freddezza spaventosa: “Sia chiaro che non è lei che lo caccia, ma io che me lo prendo. E adesso tiri fuori tremila yen per il treno. Tanto diventiamo famosi e glieli restituiamo con gli interessi.”
Non so perché mio padre ce li diede davvero, se perché, ridotto com’ero, gli avevo fatto pena, o perché aveva ragione Kyo: le persone piene di orgoglio ricevevano sempre rispetto. E Nishimura ne aveva anche per me.
Sul treno non dissi una parola. Fingevo di dormire per non prendere il discorso e tremavo come una foglia. Kyo si sfilò la propria giacca e l’usò per coprirmi. “Dove c’è posto per un futon, ce n’è anche per due. Almeno finché non ti trovi una sistemazione più decente,” disse. “Grazie, Kyo,” sussurrai appena. Nishimura non replicò, anche se avrebbe avuto tutto il diritto di dirmi che aveva affrontato di peggio, ma se l’era cavata lo stesso.
Forse aveva pure intuito che gli avrei risposto nell’unico modo possibile: che era un profeta, lui. Non uno tra i tanti.
A Osaka ci aspettavano gli altri, compreso il Dio della morte, ma nessuno sembrava intenzionato a falciarmi. Die mi prese in spalla, mentre Kaoru e Kyo chiacchieravano dei prossimi pezzi dei Dir en grey come se la nostra strana processione fosse una riunione di gruppo non diversa dalle altre.
Shinya, con la sua solita timidezza strana, sempre un po’ fuori fuoco, spazzolò via un po’ di neve dai miei capelli, mentre Andou si divertiva come di consueto a imbarazzarlo con stoccate maligne.
Chiusi gli occhi: anche quella poteva essere la mia famiglia. Non era vero fossi solo.
Mentre, avvolto in un plaid dal colore indefinibile, starnutivo in continuazione e piagnucolavo per il bruciore dello iodio contro il taglio che mi si era aperto sul piede, Kyo si divertiva a torturarmi, Shinya tentava di fare ordine nel porcile ch’era il minuscolo appartamento che dividevano ora Nishimura e io (e tre blatte, che Kyo chiamava per nome e mi aveva intimato di non disturbare), mentre Kaoru requisiva tutto quel che c’era in frigo, quasi fosse una sanzione di guerra. Die era uscito per tornare una mezz’ora più tardi con la chitarra acustica e, senza che riuscissimo ad accorgercene subito, visto che schiamazzavamo come idioti, nel silenzio di quell’inverno ormai agonizzante cominciarono a risuonare le note di una canzone che conoscevamo tutti fin troppo bene.
Misery.
Faceva un effetto strano in un’esecuzione prettamente acustica, ma era al contempo l’inno più adatto a un momento come quello: un istante indecifrabile in cui non sapevo se sentirmi distrutto o euforico, invincibile o a pezzi. Però ero vivo, quello sì. Vivo e volevo restarlo come hide c’insegnava a fare. Sul ritornello cantavamo tutti.
Stay free your misery furisosogu kanashimi wo sono ude no naka ni dakishimete
Kiss your misery kareru made odoru darou subete uketomeru yo kono mama
Stay free my misery. Stay free my misery. Stay free my misery.
Resta libera, mia miseria, se il dolore che esplode diventasse un vento che non fa che fuggire
Resta libera, mia miseria, aspettiamo che smetta di piovere, guarda, mangiamo le tue lacrime
E non era né casino, né rumore. Eravamo proprio noi, la nostra musica e tutto quel che ci legava e nessuno aveva il diritto di toglierci.
Fu una specie di strano festino improvvisato, che si protrasse per un arco di tempo che non saprei quantificare, visto che alla fine crollai, sopraffatto dalle troppe emozioni di quel giorno o, più prosaicamente, perché non puoi dormire per strada a Nagano d’inverno e pensare di cavartela senza almeno un raffreddore tremendo. Quando mi svegliai, però, la magia non era finita. Anche se il fazzoletto bagnato che avevo in fronte mi copriva un po’ la visuale, realizzai senza difficoltà alcuna fossero ancora tutti lì.
I miei amici: e forse qualcosa in più.
Kaoru mi sorrise e mi fece segno di restare in silenzio; nel suo grembo, arricciato, arrendevole ed indifeso come non l’avevo mai visto, dormiva Shinya. In un angolo della stanza, Die continuava ad arpeggiare suoni improvvisati e dolcissimi, che somigliavano quasi a una ninna nanna. Non avevo neppure bisogno di volgermi sul fianco, poi, per sapere dove fosse Kyo, perché sentivo la forza con cui mi stringeva le dita.
No: non avevo alcun diritto di arrendermi, né di recriminare. La solitudine, se pure esisteva da qualche parte, non mi apparteneva; io vivevo all’interno di un quadro in cui non c’era il minimo spazio per quella stronza. C’eravamo solo noi.
Eravamo tutto quel che contava davvero.
Toshiya, la testa tra le mani, ripensava a quei giorni cercando nel ricordo un antidoto all’ansia improvvisa e a quel sordo dolore che dava l’impotenza, perché non era mai stato, come Kyo, in grado di combattere davvero la storia. E ora ch’era stato Nishimura a cedere – s’era poi davvero possibile usare quelle parole – non era stato in grado di fare niente.
Die gli aveva battuto piano sulla spalla, costringendolo a realizzare che il medico era uscito, con un’espressione ch’era difficile leggere e faceva forse per questo persino più paura. Per proprio conto sapeva pure come il suo unico desiderio fosse trovarsi accanto al warumono e dimostrargli che non gli toccava solo dare: poteva pure accettare di ricevere.
Neppure Andou avesse mangiato la foglia, si era sentito menare un colpetto contro la schiena.
“Lo placchiamo Kao e io. E se non dovessimo bastare, usiamo pure quella stronza di Miyu. Tu va’ da Kyo. Di sicuro sarà incazzato nero e tu sei l’unico con cui non se la prende mai.”
Persino Shinya, malgrado l’allusione non proprio ortodossa allungata alla sua cagnetta, aveva sorriso: il che lo invitava a cogliere quel suggerimento come una voce di buonsenso da non lasciar svanire impunemente.
Era entrato con circospezione, ma Nishimura si era volto subito nella sua direzione, con una specie di sorriso rassicurante che suonava forse per questo tremendamente stonato. Era pallido e il suo sguardo aveva la lucentezza innaturale della febbre.
“Ehi, come va?” gli aveva chiesto, senza pensare che Kyo non avrebbe potuto rispondergli, fosse pure per l’infezione che gli aveva divorato la voce e l’aveva atterrato a un passo dal grande lancio negli U.S.A.
Nishimura si era limitato a fargli un vago gesto con la mano, la solita noncuranza studiata con cui l’aveva sempre visto liquidare tutto: dai ricordi di merda, al timpano che aveva perso ormai più di un lustro prima.
“Sbrigati a guarire. Kao sta terrorizzando chiunque qui dentro. Sai, il Dio della Morte…”
“Non te ne approfittare tanto perché sparare su te è come sprangare una tortora,” aveva ridacchiato alle sue spalle una voce fin troppo nota, che l’immagine evocata denunciava ancora più del tono, cupo e virile.
“Adesso che siamo di nuovo tutti insieme, pensandoci bene, possiamo pure fare un po’ di casino come si deve. Tranne gli afoni, ovviamente!” aveva rimarcato Die, prima che Shinya gli allungasse una spinta e Kyo gli mostrasse un medio fin troppo eloquente. Però si coglieva a pelle come non vi fosse spazio per equivoci o distorsioni interessate di sentimenti puliti.
Perché la musica era quello: davvero un po’ di casino, forse. Un po’ di casino al momento giusto.
