Work Text:
Fictional Dream © 2009 (21 maggio 2009)
I Tokio Hotel (Bill e Tom Kaulitz, Georg Moritz Hagen Listing e Gustav Klaus Wolfgang Schäfer) sono uno dei più famosi gruppi di musica rock-pop tedesca.
Bushido, Kay-one, Chakuza, i membri dell’ersguterjunge sono personalità di spicco della scena hip-hop/rap tedesca.
L’autrice non intrattiene con i succitati artisti alcuna relazione di tipo economico-collaborativo.
Questo testo narra eventi di pura fantasia, destinati al diletto e all’intrattenimento di altri fan: non persegue alcun intento diffamatorio (né pretende di dare informazioni veritiere sulle persone di cui tratta) o finalità lucrativa.
L’intreccio qui descritto rappresenta invece copyright dell’autrice (Callie Stephanides - Fictional Dream).
*****
C’è una quantità di cose che un tedesco medio può fare solo davanti a una birra.
La prima – fondamentale – è guardare una finale della Bundesliga.
La seconda, stringere affari.
La terza, amicizie che dureranno per tutta la vita.
La quarta, ritrovarti abbastanza ubriaco, sì, ma non fino al punto da non capire quando sia il caso di salvare le palle.
Tutte le volte in cui mi capita di spulciare una fanzine hip-hop, di quelle per cui scrivevo anch’io, prima di ritrovarmi impastoiato in un’amicizia fraterna con Bushido per colpa di un simile articolo, appena dopo il prevedibile attacco della nostalgia, mi monta una specie di ilarità isterica per quel che mi tocca leggervi. Almeno: chiunque abbia un po’ di buonsenso capirebbe da solo che non puoi parlare del rap tedesco come se Tempelhof fosse un ghetto di Detroit.
Punto primo: a Detroit, se possibile, il clima fa molto più schifo di quanto non faccia a Berlino. Punto secondo: lì, le faide, vanno a coca, whisky e pupe. Da noi, a narghilè e kebab, il che crea un difetto coreografico non indifferente. Punto terzo: da queste parti, al più, vola qualche bottigliata, ma anziché spendere soldi per spararsi addosso, i nostri si lanciano nell’immobiliare e si rifanno i denti. E sì, se cogliete una punta di polemica nei riguardi di Bushido non avete poi tutti i torti.
A memoria d’uomo, l’unico che le abbia date sinora è stato Azad; il fatto che Sido le abbia prese – e che si sia pure scusato – è qualcosa che avrebbe dovuto gettare un velo di ridicolo su tutta la scena del gangsta nostrano. Sul momento eravamo un po’ tutti shockati dal fatto che ci fosse qualcuno che non si limitava a minacciare di mandare il cugino grande a menarti, ma che lo faceva in prima persona, per capire che il vento stava cambiando.
In quale direzione era ancora da vedere, ma qualcosa di grave si stava preparando.
Negli ultimi tempi, sempre per tornare al famoso discorso delle fanzine hip-hop e del tono falso e tendenzioso con cui pretendono di illustrarti la materia, si fa un gran parlare di crisi delle etichette e di riappacificazioni tumultuose.
Sulla carta suona benissimo, convengo; i dettagli, però, sono di uno squallore sepolcrale.
Tanto per dirne una, ad esempio, non è che l’ersguterjunge si starebbe sfasciando per dissensi artistici, o per biechi interessi economici: se così fosse, per dire, io mi sentirei ancora persino orgoglioso di aver calcato l’incerta via dell’hip-hop in luogo di quella più borghese (e violenta) del professore di educazione fisica – perché allenala tu una squadra di basket del liceo e portala a giocare in trasferta, poi mi racconti se ti fa più paura la mamma di Sido o quella di un’ala appena atterrata.
No: il crollo dell’Aggro, dell’ersguterjunge, delle mie palle e di quelle di Chakuza – che minaccia da mesi, ormai, di tornarsene in Austria ad aprire un ristorante cinque stelle Michelin – è solo il naturale corollario di affari di cuore che l’anatomia, per altro, collocherebbe da tutt’altra parte.
Lì.
E nel culo, tanto perché sarei un rapper anch’io, ce la siamo presa in parecchi. Molto più numerosi, per altro, dei diretti interessati.
La rovina della nostra pacifica enclave di sani maschi single, asserviti alla cucina di Maria Luise, arrivò nella primavera del duemilaotto, e come tutte le catastrofi immeritate, nessuno si preoccupò di allertarci con una colonna sonora abbastanza sadica da darci il debito preavviso.
Se anche il repentino interessamento di Anis per la brillantezza del suo sorriso non si fosse di per sé rivelato abbastanza preoccupante, l’acme venne la sera in cui, dopo un’ora di circonlocuzioni a vuoto, mi sequestrò per trascinarmi al Puro, locale cui eravamo intonati quanto una macchia di ketchup su un vestito da sposa.
Visto ch’era appena stato scaricato dall’ennesima madre dei suoi figli – posto che nessuno vorrebbe davvero essere figlio di Bushido, senz’altro non l’accetterebbe mai dietro la condizione di vedersela con tante madri quanto le bolle di un mezzomix – sul momento non pensai a qualcosa di eccezionale. Voglio dire: a trent’anni hai il dovere morale di non tenere sguarnito il letto, persino se vivi ancora con una mamma che ti rammenda calzini e mutande.
Mosso da un impeto di lealtà, per altro, mi ero persino preparato la bozza di un discorso plausibile. Qualcosa sul genere: ‘Bu, sei un adulto, no? Piantala di rimorchiare diciassettenni! Quelle vogliono la discoteca, i CD dei Tokio Hotel e i rave sul Balaton. Sei vecchio per certe cose!’
Non l’avrebbe presa granché bene, ne ero quasi certo, ma come amico e coetaneo sentivo il dovere morale di aprirgli gli occhi sulla vita. Da coinquilino, poi, a maggior ragione, perché non ne potevo più di quelle depressioni da due di picche che sfociavano nel suo discorso retorico preferito – quello sulla solitudine dei milioni e su re Mida che muore di fame.
Anis, però, può essere una persona persino peggiore di quella che ama dipingere la Bild. Sicuramente, molto più perversa.
Già dall’espressione che aveva stampata sul muso non mi sembrava tanto l’uomo-solo-in-vena-di-rimorchio, quanto l’uomo-solo-in-vena-di-confessioni, e io non ero del tutto sicuro di poter uscire in modo decoroso da un attacco della sua celebre logorrea – soprattutto perché le stronzate che è in grado di sparare andando a braccio, sono molto più dannose di quelle che elargisce per fare soldi. Poi ordinò il primo giro di birra – al Puro, cioè; nel tempio dell’oliva del Martini snob – e io, stupido tedesco, mi lasciai corrompere.
Sotto il profilo retorico, l’arma vincente di Anis sono le sue introduzioni: prende il discorso tanto alla lontana che quando arriva al punto, tu sei già ubriaco e hai pure smesso di ascoltarlo. Nel caso di specie, le birre erano diventate sei, quando si decise a fare quel nome.
Il nome della prossima madre dei suoi figli. Ma anche no.
Di una barocca circonlocuzione irripetibile – e perché non ho la sua faccia da culo e perché ho ancora qualche brandello di decenza nascosto da qualche parte – potrei a stento riferire la chiusa: il resto è nascosto da qualche parte tra le pieghe del mio subconscio, in attesa di trasformarsi in qualche grave forma di psicosi.
“… Perché tutto sommato, l’amore è amore, no? Che importanza potrebbe avere…”
Lo guardai come è legittimo supporre che un cane fissi il bambino che gli ha appena staccato a morsi un orecchio: incredulo e anche tanto spaventato.
“Scusa… Puoi ripetere?” E per non perdere tempo, già che c’ero, ordinai pure un whisky.
Anis, implacabile, mandò giù un’oliva della dotazione di serie e continuò a giocherellare con lo stecchino come se quell’attitudine cafona fosse una valida alternativa a una risposta plausibile.
“Ti ho appena detto che ho trovato la mia anima gemella, e il caso vuole che sia Bill Kaulitz. Vuoi un disegno?”
“No. Sono un tipo impressionabile,” rantolai, prima di sputacchiare ovunque whisky e disgusto. “E comunque… Quello un gemello già ce l’ha! Cos’è? Un’offerta speciale due per uno?”
“Cosa vorresti insinuare, Danny?”
Era evidente che fosse una domanda retorica: punto primo, non stavo affatto insinuando. Punto secondo, quel che pensavo ce l’avevo scritto in faccia e anche sottotitolato.
Ora: so che non c’era bisogno di possedere questa gran fantasia per sapere che prima o poi si sarebbe arrivati anche a questo, ma io, nella vita, al più avevo giocato a basket e fatto rap.
Mai scritta una fanfiction.
“No, sul serio… Non prendermi per il culo! Tu non puoi essere…”
Anis infilzò un’altra oliva, con una crudeltà, suppongo, che avrebbe dovuto istradarmi sui sentimenti che provava in quel momento nei miei confronti. “Ti ho appena detto che ho trovato la persona giusta per me. Cosa vuoi che m’importi se…”
D’accordo: dire di Bill Kaulitz che fosse un maschio era una parola grossa, ma fino a prova contraria, là in mezzo, aveva qualcosa anche lui. Il fatto è che Anis è un romantico: i romantici fanno un sacco di chiacchiere e basta loro innamorarsi per dare subito al sesso un altro nome. Soprattutto quello sbagliato.
“Ragiona, Bu! Tu sei il King di Tempelhof, no?”
“E allora? Anche Sido c’ha Doreen!”
Io, davvero, invidio la faccia da culo di Anis: una faccia così culosa che se anche cominciasse a fumare il narghilè con il sedere, non credo che riuscirei ad accorgermi della differenza. La faccia, soprattutto, di uno che riesce a sparare stronzate colossali come se fossero dogmi – e tu ci credi.
“Sì, ma Doreen è una donna!” tentai, quasi invocare il soccorso dell’evidenza potesse salvarmi dalla sua sfacciatissima follia.
“Dettagli,” sospirò serafico Anis, prima di estrarre il cellulare, digitare un pugno di cifre e cinguettare un incredibile: ‘Tranquillo, Schatz. I ragazzi sono tutti entusiasti!’ per cui avrei dovuto vomitare sul momento.
“Be’? Che significa quella faccia?”
“Come la mia faccia? Pensa alla tua telefonata! Che vuol dire che i ragazzi sono entusiasti? Di cosa dovrei essere entusiasta?”
Anis giustiziò un’altra oliva. “Ma di averlo tra noi, coglione! Adesso che è impegnato con il tour, non possiamo vederci granché. Minimo, quand’è a Berlino sta da noi. È più chiaro così?”
Il giorno dopo mi precipitai da Peter per chiedergli il numero di cellulare dell’agente immobiliare che gli aveva trovato il suo confortevole e dignitosissimo appartamentino di Neukölln, perché il pensiero di ritrovarmi a guardare la Bundesliga tra Luise Maria e Bill intenti a rammendare le mutande di Bushido era qualcosa di tanto doloroso da togliermi la voglia di vivere sulla fiducia.
Qualche piccola speranza da parte, nondimeno, ancora ce l’avevo – nel caso di specie, Kay.
Ora: Kay era sempre stato il pet di Bushido, il suo adorabile cinghiale, il pitt-bull da compagnia, il terzo figlio che Luise Maria avrebbe tanto voluto, se il primogenito non l’avesse già scoraggiata abbastanza. Avrebbe mai tollerato una proditoria invasione territoriale?
Ovvio che no.
No?
E invece sì, perché il karma, la sfiga, il genio maligno del kebab o chi per lui aveva già deciso che trent’anni fossero abbastanza per smettere di credere persino nel pantheon sbilenco di casa Ferchichi. Più nel dettaglio, anche Kenneth c’era caduto; il fatto ch’entrassero in conto un paio di tette, se non altro, attenuava la drammaticità estrema dell’insieme.
“Davvero, Kay… Tu devi fare qualcosa!” implorai – mugolai, scongiurai, mi umiliai – e Kenneth, con uno sguardo bovino, si accese una sigaretta e non trovò nulla di più intelligente da dire se non: ‘Secondo te, Bu me lo fa tenere in camera il poster delle Monrose?’
Come nella migliore delle tradizioni, dunque, chiesi asilo politico a un amico: sarebbe a dire che riparai da Chakuza, alle prese con uno stinco di porco in salsa di mirtillo molto più rassicurante dei romantici di un assurdo villone giallo. E Peter, dal basso del suo grembiulino tirolese, mi apostrofò con un: ‘Allora? È arrivato il coming-out?’ che, da uno conciato come lui e per di più associato a DJ Stickle, non mi sarei proprio aspettato. “O sei un ingenuo, Danny, o tu di uomini non capisci proprio niente!” pontificò tronfio, senza riflettere in modo adeguato e sull’ambiguità della sua uscita e sulla mia faccia.
Ero circondato e non lo sapevo?
“Ma… Pure tu?” rantolai.
Chakuza mi rifilò una mestolata molto indispettita, prima di tornare a punzecchiare l’arrosto. “Non sono masochista, grazie tante. Secondo te, perché avrei preso le distanze?”
Ci pensai un po’ su. Non mi venne in mente niente di sensato. “Ma era nell’aria, no? Secondo te, se non gli fosse sempre piaciuto, l’avrebbe infilato con la forza pure nelle sue tracks?”
“Ma io pensavo… Ma sai… Gli stereotipi… Le provocazioni,” rantolai, chiedendomi una volta in più perché avessi smesso di allenare i miei meravigliosi ragazzi che approfittavano degli spogliatoi solo per menarsi.
Peter mi rifilò un’occhiataccia, prima di punzecchiare ancora l’arrosto. “E magari Fler era solo un amico, no?”
D’accordo: dall’alto dei miei trent’anni, ero ancora di un’ingenuità commovente. Questo, però, magari avrebbe dovuto sollecitare un quid minimo di simpatia, anziché spronare allo smantellamento della mia autostima.
“E d’accordo! Ma se Bu salta sponda, l’ersguterjunge che figura ci fa?”
Chakuza levò gli occhi al cielo e subito dopo al forno, che sul piano dell’ispirazione gli era forse più congeniale. “E Kay è un altro che si innamora, invece di aiutarmi a riportare Anis sulla buona strada!”
“Ma dai?” “Già. La bionda delle Monrose. Almeno potrebbe sfruttare quelle altre due per…” “Frena. Bu si è già servito.” “Ah.”
Ipnotizzato, fissavo Peter sorbire da intenditore dense cucchiaiate di salsa, chiedendomi perché un uomo felice sino a un pugno di giorni prima stesse ancora parlando con un tappo austriaco più devoto al mirtillo che alla sacra guerra del rap. Forse perché, grembiule a parte, sembrava persino un interlocutore frequentabile?
“Comunque, fossi in te, starei sereno,” grugnì, prima di cercare il vino adatto a irrorare il suo capolavoro. “Due galline nello stesso pollaio non possono stare.”
“Galline?”
“Gallina Bill e gallina Mandy,” fece Chakuza, e qualcosa mi disse che il saggio gastronomo aveva fotografato la verità per quella che era – triste. Malata. Vera.
Nel mentre decisi di traslocare e, già che c’ero, di prendere le distanze in generale. Tuttavia, dopo qualche mese di tregua, fosse pure perché Kaulitz era in America, ergo impossibilitato a rovinare ulteriormente la scena musicale tedesca, l’Armageddon oracolato dallo stinco si palesò: tutto insieme e virulento come neppure avevamo osato immaginarlo.
Una sera d’inverno così fredda che neppure un cinghiale avrebbe osato bussare alla mia porta, mi ritrovai davanti casa proprio l’anello di congiunzione tra la specie succitata e l’essere umano: Kay, insomma.
“Be’?” gli chiesi interdetto. E lui, dopo essersi guardato intorno, mi lanciò le braccia al collo ululando un: ‘Mandy mi ha lasciato!’ per cui avrei dovuto gettare la spugna anch’io.
Eccheccazzo.
“È tutta colpa di quel coso orrendo, che sta sempre tra i piedi!” si curò di farmi sapere, aggiungendo che la sua ragazza ne aveva abbastanza di quella specie di soubrette anoressica ch’era sempre vestita meglio di lei, truccata più di lei e, soprattutto, simpatica quanto un palo della luce infilato nel culo.
“Se Mandy parla così, mi sa tanto che è anche più donna di lei,” rantolai, mentre Kenneth straparlava, mettendomi a parte di terrificanti uscite a quattro in cui non limonava nessuno, visto che le dame erano al più impegnate a rinfacciarsi cerone e tinta.
“È un incubo!” mugolò Kay, cui non sapevo se dovere un po’ di solidarietà o ridere in faccia, perché non ci voleva senz’altro una zingara per capire che sarebbe finita malissimo – che la storia stessa del rap tedesco poteva finire per molto meno, soprattutto.
“Come faccio, me lo dici?”
L’uomo consigliava ‘impiccati’. L’amico disse solo: “Consultiamo un saggio.”
E lo trascinai da Chakuza – quel giorno, però, solo sushi, perché teneva a farmi vedere come maneggiava i coltelli.
“Allora? Non ho fondato un’altra etichetta per accollarmi i drammi dell’ersguterjunge!” brontolò, prendendosela con un tonno.
“Devi aiutarci a risolvere un problema. Gallina Bill ha beccato gallina Mandy,” feci lapidario, mentre Kay mi fissava come se tra i due quello scemo fossi io. Il saggio polverizzò un paio di seppie e oracolò di nuovo. “Cambiate gallo,” disse serafico, costringendomi una volta in più a riflettere sulla diabolica intelligenza (e cattiveria) dei nani.
“Cioè?” mugolò Kay, ch’era buono come il pane e tardo quanto un treno italiano. Chakuza trasformò un’orata in un origami e poi gli fece lo spelling del nome proibito. “Fler.”
E una luce oscena guizzò nei miei occhi.
“Già. Fler,” ripeté obbediente Kenneth, che di sicuro non aveva capito niente, ma non ci stava a passare per l’idiota della situazione. “Chiama Congo, digli che c’è in caldo un Carlo Cokxxx Nutten III e i rumor internettiani faranno il resto,” suggerì Chakuza, prima di mostrarci cosa sarebbe stato delle nostre pellacce se non l’avessi lasciato cucinare in pace. Quel che ci premeva sapere era stato offerto: restava da tessere l’ordito di una spregevole tela.
C’ero anch’io, in ogni caso, la sera in cui il disegno terroristico culminò, segnando sì forse il punto più basso dell’eroica parabola dell’ersguterjunge, ma regalandomi qualche soddisfazione sul piano personale.
Perciò immagina: interno notte. Il Puro pieno di fighe e la gallina dei Tokio Hotel che si annoia con il fratello cretino. E Kay, accanto a Mandy, che prende posto al suo fianco, al bancone di un bar troppo affollato. Gallina Bill gracchia cigolanti proteste per l’assenza di Bushido, quando Kay, con uno smagliante sorriso, glielo dice: che Anis ha da fare per il suo film. Talmente tanto, in effetti, che ha dovuto chiedere a Fler di aiutarlo, e Fler non gli direbbe mai di no, perché il primo amore non si scorda mai.
Lo sanno tutti che i gangsta rapper sono solo dei romantici vestiti malissimo, no?
C’è una quantità di cose che un tedesco medio può fare solo davanti a una birra.
La prima – fondamentale – è guardare una finale della Bundesliga.
La seconda, stringere affari.
La terza, amicizie che dureranno per tutta la vita.
La quarta, ritrovarti abbastanza ubriaco, sì, ma non fino al punto da non capire quando sia il caso di salvare la pelle.
Kay ha traslocato alla seconda. Quanto a me, tutto quello che spero è che Anis non voglia mai ringraziarmi per avergli salvato la carriera presentandomi una sua amica.
A me, sia chiaro, i cornrows non piacciono neppure se li porta il vero Samy Deluxe.
