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Il grande gioco

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Era nato da un uovo oblungo e poroso, deposto in una conca di sabbia quando il mondo era giovane e profumava di pioggia.
Il primo respiro era stato vigore, il secondo fame: aveva mangiato il suo stesso guscio, maculato come una salamandra, fragile come l'osso di un uccello. Poi, mentre i suoi fratelli cominciavano a uscire e sua madre – alta, enorme, nera – spiccava il volo verso nuove generazioni, aveva stirato le ali al sole. I cieli chiamavano.
Troppo presto: i primi anni andavano passati nascosti, accumulando le forze. Non importava, aveva la pazienza necessaria.
Con l'età adulta aveva finalmente sfidato i suoi simili e si era conquistato un rango, un territorio, il terrore delle Piccole Genti; l'inavvicinabile Sareena – verde e flessuosa come un salice, impietosa come il ferro – era stata sua, per secoli di istinto egoista. Gli aveva dato compagnia, fedeltà, nidi.
(La sognava ancora, di tanto in tanto. Fantasma di un'era perduta.)
E gli aveva dato anche...
Gli aveva dato anche i Signori dei Draghi.

«Io non ho padroni.»
«Non sono padroni.»
«Perché dovrei obbedire, dunque?»
Uno schiocco di mandibole glauci. «Lo saprai quando ne vedrai uno.»

Il primo si chiamava Balinor; eredità dolceamara decisa nel ventre della Vecchia Religione.
Le sue parole erano forti, ipnotiche come la marea. Non era passato molto tempo prima che, superati l'orgoglio e la collera, Kilgarrah riconoscesse i buoni propositi che guidavano il ragazzo – strano bipede in cerca di amicizia – e gli permettesse di seguirlo. Ogni Signore dei Draghi possedeva poteri straordinari: l'aveva educato, aveva ascoltato. Mentre la magia di Albion prosperava, erano divenuti amici.
(Guardando quei due fantasmi con occhi di vecchio, quanto erano stati vulnerabili! Troppo sicuri, fiduciosi, troppo disgustati dagli intrighi.)
Un giorno, dopo anni, avevano sentito parlare di Uther Pendragon. La corte di Camelot era stata la tappa più bella e terribile dei loro viaggi, perché vi avevano trovato consanguinei, rispetto, onore e, alla fine, rovina. Balinor e la sua donna erano riusciti a fuggire; Kilgarrah era rimasto.
Il grande drago alza la testa verso la calotta della sua prigione per sentire il soffio del vento. Ci sono fessure da cui entrano odori e fasci di luce, miraggi del mondo un tempo al suo comando. E' come trovarsi dentro un uovo che non vuole schiudersi. Abbassa le membrane trasparenti degli occhi e pensa che i suoi antenati avevano ragione: la vita finisce come inizia.
Nel buio, nel silenzio, nella solitudine.
All'improvviso echeggia un rumore di passi, olezzo di pece in fiamme. Sul ciglio della gola, molto più in basso, compare Merlino; lo osserva, non visto.
E' così giovane e ingenuo. Assomiglia al Balinor di vent'anni fa e, come suo padre, crescerà. Tempo e dolore hanno quest'effetto.
Ma quale strada imboccherà?
Spalancando le ali, Kilgarrah plana sulla roccia prospiciente l'ingresso. Per Albion, l'ultimo dei draghi farà la sua parte nel grande gioco della vita, tramando come una volta sdegnò di fare.