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Prologo.
La neve smise di cadere.
Erano ormai ore che i ranger cavalcavano nella tormenta che li aveva sorpresi poche miglia a Nord-Est della Barriera, costretti a proseguire a passo d’uomo, rannicchiati sotto i mantelli con le redini strette tra i denti per non vedere le dita congelare e poi, d’improvviso, il vento si zittì e la nevicata solenne che aveva gelato loro le ossa divenne pigra, quasi insignificante, e, ben presto, si spense.
Il Vecchio Orso sollevò lo sguardo dalla criniera scura del suo cavallo e annusò l’aria, aggrottando la fronte. S’incupì, subito, non appena si accorse di quanto silenzio fosse calato sulla foresta come una cappa bianca ed immobile. Non era tranquillo. Persino il corvo sulla sua spalla aveva poca voglia di mettersi a berciare, e il Vecchio Orso non era tranquillo. Dalla colonna di uomini alle sue spalle si levò un sospiro di sollievo, tuttavia, e in fretta le voci e il chiocciare familiare dei suoi fratelli riempirono il vuoto lasciato dagli ululati del vento. Non fu sufficiente a tranquillizzare il Vecchio, però, ma da quel lato della Barriera c’era ben poco che potesse rilassarlo, non sarebbe bastato neppure che in cielo fosse comparso un sole torrido ed estivo: semmai, al contrario, pure quello lo avrebbe reso più inquieto.
Il cielo, da bianco che era, divenne in fretta grigio come piombo vecchio, e il cipiglio del Vecchio Orso si fece ancora più preoccupato. La loro meta era una radura di alberi bianchi neanche troppo lontana dai ghiacci della Barriera, ma la tormenta li aveva rallentati terribilmente. Il Vecchio Orso avrebbe voluto fare ritorno al Castello Nero prima del tramonto, ma forse sarebbero costretti a dormire all’aperto, nella Foresta Stregata, e già gli pareva di sentire le lamentele dei Confratelli, bisbigliate alle sue spalle.
La missione stessa, in realtà, era ben meno che gradita all’intero corpo di spedizione, ed era per questo che il Vecchio Orso in persona aveva deciso di guidarla. Il ragazzo Snow, Lord, lo chiamvano, sicuramente l’ennesimo motteggio di Ser Alliser, era venuto da lui proprio il giorno precedente, dicendo di aver visto degli uomini muoversi nella foresta, lontano dai villaggi dei bruti, in mezzo agli alberi, in mezzo al nulla freddo e desolato. Poteva trattarsi di qualche ranger, aveva detto, poteva trattarsi di Benjen Stark, e aveva così tanto insistito che, alla fine, il lord comandante s’era affacciato lui stesso dalla cima della Barriera, respirando l’aria gelida degl’infidi boschi al di là di essa, cercando tra gli alberi tracce di quello che il ragazzo giurava di aver visto. Con sua somma sorpresa, aveva dovuto constatare che Jon Snow non s’era lasciato abbagliare da un riverbero del sole sul ghiaccio, né dalla stanchezza né dal bisogno ingenuo e disperato di ritrovare suo zio: in mezzo ai rami ischeletriti e tanto lontani da sembrare zampe di formiche c’era qualcosa, degli abiti scuri, e per un attimo il Vecchio Orso aveva intravisto correre delle ombre chiarissime che gli avevano fatto tremare il respiro.
Aveva mandato un corvo alla Torre delle Ombre, allora, ordinando a Ser Denys di mettere di vedetta i suoi occhi più validi, perché da lì avrebbero avuto una visuale migliore sul punto indicato da Snow. Il corvo era tornato il giorno stesso, portando la conferma di Qhotor che effettivamente c’era qualcosa, lì, forse un cadavere, certamente un brandello di stoffa nero come la notte. Il Vecchio Orso, col cuore in gola al pensiero che davvero la neve si fosse portata via Ben Stark, e il sangue gelato dall’immagine di quella specie di pallidissimi fantasmi che gli era sembrato di vedere, aveva messo assieme un piccolo gruppo di ranger ed era partito, costringendosi ad ignorare il sibilo sottile di terrore che ancora adesso sentiva provenirgli da dentro le ossa, come un cattivo presagio.
Come diamine avesse fatto il ragazzo Snow a vedere qualcosa in mezzo a tutto quel ghiaccio restava, per il lord comandante, un mistero; forse gli dei gli avevano benedetto lo sguardo, per l’ostinazione con cui continuava a credere vivo suo zio, o forse era vero quel che dicevano le altre reclute, che il figlio bastardo di Eddard Stark vedeva con gli occhi stregati della bestia silenziosa che lo seguiva dovunque. Quale che fosse la verità, al Vecchio Orso non importava: il suo Primo Ranger rimaeva disperso da troppo tempo, e più di ogni altra cosa egli desiderava fare luce sulla sua scomparsa, anche se avesse significato, per lui, inciampare nel suo cadavere, in mezzo a tutto questo bianco.
«Bedwyck!» chiamò il Vecchio Orso, da sopra la spalla, e subito accorse ad affiancarlo, alla testa del gruppo di ranger, un cavallo di dimensioni modeste, sulla cui schiena sedeva un fratello ancora più piccolo.
«Comani, mio lord,» disse Bedwyck il Gigante, toccandosi con due dita la falda larga e floscia del cappello, umida per la nevicata.
«Scegliti un albero e da’ un’occhiata in giro, dovremmo essere quasi arrivati.»
«Arrivati, arrivati,» gracchiò il corvo del Vecchio Orso, ma più quietamente del solito, come se avesse temuto di disturbare. Strano, pensò il lord comandante, ma non diede voce né altro respiro ai propri timori, perché la foresta bastava da sé ad arrugginirgli il morale.
«Agli ordini, signore,» annuì il Gigante, e tirando le redini costrinse il cavallo a svoltare bruscamente a sinistra. «Ho visto l’albero adatto proprio un momento fa.»
Il Vecchio Orso si guardò attorno, scrutando torvo gli alberi, come fossero stati ostaggi reticenti a rivelare i loro segreti più oscuri. Se Ben è ancora vivo, riusciremo a trovarlo, tentò di farsi coraggio, ma gli parve che le parole gli tuonassero nella testa come il tamburo cupo della disperazione. Questa foresta è malvagia.
Non ci volle molto perché gli uomini perdessero quel po’ di vitalità che sembrava li avesse riscossi col brusco finire della tormenta, e il silenzio tornò a soffocarli. Al Vecchio Orso parve che persino i cavalli respirassero più piano, ora, e che la neve, sebbene fresca, neppure stesse più crocchiando sotto gli zoccoli. Il silenzio non gli piaceva: nascondeva coltelli codardi pronti ad infilarsi a tradimento nella schiena per pochi dragoni d’oro, o creature misteriose, perdute da secoli tra le frange delle leggende, troppo potenti e pericolose per fare rumore. Il silenzio lo rendeva nervoso.
Accolse quasi con sollievo il ritorno di Bedwyck, poco dopo, e la notizia che la radura era a meno di mezzo miglio di distanza. Fu meno contento di vedere il Gigante tremare, poi, sotto il mantello, mentre diceva, «Credo che il ragazzo avesse ragione, signore. Snow. C’è qualcosa, laggiù.»
E qualcosa c’era. I ranger caricarono i cadaveri di Othor e Jafer Flowers su delle barelle improvvisate di rami e mantelli, e la cavalcata di ritorno alla Barriera sembrò quasi una marcia funebre.
