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Un posto a cui appartengo (Somewhere I Belong)

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GOTHAM – DOWNTOWN WEST SIDE

5:40 a.m.

Le luci dei Moli Dixon parevano frammenti incandescenti caduti dal cielo che ora ne era rimasto spoglio, un'unica massa informe e nera, priva di profondità. Erano centinaia, rossicce o bianco giallastro, spuntavano rade sulla terraferma, s'arrampicavano sopra gli inanimati pontili e si gettavano sulle acque nere galleggiando con moto ondulato, ipnotico. Le presenze cupe e inanimate dei pontili, le chiatte ormeggiate, i grossolani edifici squadrati dei magazzini erano poco più che mostri dormienti in quel non-silenzio perpetuo che era la città di notte. Ovunque ci si trovasse, persino in Downtwn West Side, c'era sempre qualcuno che non dormiva e che, a suo modo, faceva confusione.

Con l'alba alle porte non restava che un leggero brusio, le fiamme si erano pressoché spente, ma le sirene della polizia tardavano ad ammutolirsi. Era ancora sufficientemente intatto il carico del barcone usato dalla Triade, abbastanza per confiscare ciò che restava della merce e imprigionare gli organizzatori di quel traffico. Quelli della Mano Fortunata avrebbero avuto molto a cui pensare in quei giorni. C'erano cose su cui non si poteva chiudere un occhio, c'erano limiti che non potevano essere superati.

Uno schiocco di vento tra le travi di legno pregne di salnitro diede vita a scricchiolii sinistri. Era giunto il momento di andarsene. La luce del sole strisciava bassa da un orizzonte frastagliato. Gotham vomitava ancora fumi e nebbie dai suoi alti palazzi dentellati. Calarsi non sarebbe stato un problema, sgusciare via senza essere notato tra gli affaccendati poliziotti nemmeno.

 

UPPER EAST SIDE

09:30 p.m.

Il tintinnare dei flute era appena un tono più stridulo delle chiacchiere degli invitati. La vasta hall che accoglieva il ricevimento era di dimensioni così ampie che i presenti, centinaia di uomini e donne tra i più facoltosi di Gotham, somigliavano a formiche colorate e scintillanti sull'enorme ripiano di una scacchiera. Visti dall'alto della gradinata almeno apparivano innocui. Qualche passo nella loro direzione e avrebbe avuto inizio lo spettacolo. Non che ci fosse alternativa, per quanto sgradevole gli risultasse quella pantomina, era necessaria.

Un bel respiro, il sorriso tirato sulle labbra, più molle e artificiale del gel tra i capelli, un'ultima stretta al nodo della cravatta. La camicia premeva troppo sui pettorali, la giacca invece era tagliata ad hoc per non mostrare i muscoli. Antonio, il suo sarto personale, sapeva come alleggerire le forme anche se non ne comprendeva il motivo. Scarpe di lacca lucida, nere con una vezzosa striscia bianca appena sopra la suola, italiane anche quelle, non emettevano un suono calcando il marmo screziato dei gradini.

Fu intercettato che non era neanche arrivato a metà del tragitto.

«Signor Wayne! Finalmente l'ospite speciale della serata è giunto!»

Il sorriso, che già tirava sulle labbra, si fece cordiale. Accettò il flute con lo champagne che gli veniva porto. «Marc Seaform, credevo che la stampa l'avrebbe tenuta prigioniero tutta la serata.»

L'uomo davanti a lui, alto, ampio girovita, in un sontuoso completo grigio perla con cravatta rosso sangue, sventolò la mano per un attimo e finì di trangugiare il suo champagne. «Ho sempre tempo per salutare il più generoso dei sostenitori di Genesis
Seaform era un chimico molto famoso nel suo campo. Si occupava di chimica organica e anche se il suo lavoro non aveva mai riguardato direttamente gli esseri umani, le cose erano cambiate nel momento in cui aveva proposto alla Wayne Corp. e ad altre grandi compagnie della città di finanziare il suo progetto. La Wayne Corp. aveva sborsato trecentomila dollari per Genesis, una cifra considerevole, la più generosa tra i vari contribuenti. Una ricerca sperimentale mirata alla cura di malattie genetiche rare. Tra le varie attività che l'impero finanziario Wayne seguiva c'era sempre spazio per opere di beneficenza e quella proposta dal team di Seafort era piuttosto interessante, non solo per le implicazioni filantropiche, ma anche per ciò che avrebbe comportato in termini di conoscenze dei disordini e delle patologie genetiche che spesso erano alla base della trasformazione psichica degli individui, informazioni che avrebbero fatto comodo nel database di Batman.

Per di più Bruce Wayne amava mettersi in mostra. Amava assecondare le chiacchiere dei suoi anfitrioni, lanciare sguardi ammiccanti alle belle signore, bere qualche bicchiere di troppo per poi allentare le sue costose cravatte. E quei sontuosi banchetti erano perfetti per l'occasione.

«La serata sembra alquanto animata.» commentò Bruce, sorseggiando lo champagne.

«La città ha partecipato con molta sollecitudine.» annuì l'uomo allegramente. «Contiamo di raccogliere ancora qualche spicciolo. I laboratori sono già allestiti, avrei piacere di mostrarveli mr. Wayne.»

«Sì, sarebbe interessante.» Bruce esibì un tedio cortese, ma aveva realmente intenzione di far visita ai laboratori di Genesis quanto prima.

«Beh, a breve inizieranno le danze.» Affermò Seaform. «Si trovi una bella dama e cerchi di schivare i paparazzi. Ce ne sono parecchi in giro. Sa com'è, la stampa è fondamentale per questo genere di eventi.»

Bruce meditò se continuare a parlare un po' con il chimico oppure rimandare, quando con la coda dell'occhio notò una fisionomia familiare. C'erano molti cittadini di Gotham che conosceva e con i quali avrebbe dovuto scambiare le chiacchiere di rito prima di gettarsi tra le braccia di una formosa signora, ma quella presenza lo lasciò interdetto.

Perché si trovava lì? Perché non l'aveva avvertito?

«Non so se riuscirò davvero a schivare i paparazzi, ma sulla bella dama può contarci, dott. Seaform.» Si congedò, lasciando il flute vuoto sul vassoio di uno dei camerieri mentre con gesto fluido afferrava un'altro bicchiere pieno.

«Mr. Wayne, so che lei è uno dei principali finanziatori del progetto Genesis, posso farle qualche domanda?»

Bruce si accostò all'uomo. Più alto di lui, con un abito elegante ma con mediocri rifiniture, capelli neri tirati indietro, occhi azzurro intenso dietro lenti dalla montatura dozzinale. Il badge attaccato sul risvolto della giacca era leggermente inclinato sulla sinistra.

«Posso forse non concedere un'intervista al mio stesso giornale?» Appoggiò una mano dietro il gomito dell'altro e lo spinse delicatamente verso la grande terrazza che si affacciava sulla scintillante skyline dell'Upper east side. «Clark, che ci fai a Gotham?» mormorò, concedendo qualche benevole cenno del capo ai volti familiari che si giravano a guardarli.

«Un articolo per la sezione scientifica del Daily News. Niente di importante, ma abbiamo ricevuto l'invito in redazione.» rispose Clark Kent, mentre tirava fuori il block notes per gli appunti.

Un block notes? Bruce scosse la testa. Smallville lo chiamava Lois Lane per sottolineare le sue origini provinciali. Clark poteva anche essere l'uomo più potente del mondo, ma in certe situazioni sembrava davvero il semplice figlio di un agricoltore.

«Okay, e poi cos'altro?» aggiunse a mezza bocca.

Clark si aggiustò gli occhiali sul naso. «Dobbiamo proprio parlarne qui?»

Bruce strinse le labbra impercettibilmente. «Hai ragione. Vieni da me più tardi.»

«Ora me la concede questa intervista, mr Wayne?»

Le domande di Clark furono poche e semplici, le risposte banali, persino scontate. Quelle che ci si aspetta da un multimiliardario annoiato che non ha nemmeno una grande idea di dove buttare i suoi troppi soldi.

«La ringrazio per il suo tempo.» concluse Clark, con quel suo sorriso così schietto. Bruce lo squadrò qualche istante in più. Anche quando fingeva il suo sorriso sembrava sincero e probabilmente lo era.

«Clark?» lo richiamò, sussurrando appena mentre gli stringeva la mano formalmente. «Non occorre che tu dorma in un albergo di quart'ordine. Dirò ad Alfred di prepararti una stanza.»

«Beh... ok, grazie.»

Bruce si voltò, allargando le braccia in direzione del senatore Karly e della sua magrissima, giovane moglie.

 

VILLA WAYNE

01:45 a.m.

La limousine lo lasciò nell'ampio atrio della villa. Le alte siepi allungavano ombre scure fino al vasto patio. Il marmo appariva d'argento alla luce delle luminarie bianche del viale. Fece pochi passi quando alle sue spalle un'altra ombra anomala si materializzò come piovuta dal cielo. Per un singolo istante il suo istinto lo mise in allerta. Avvertì immediatamente i muscoli tendersi e il suo cuore reagire pompando più velocemente il sangue. Bastò sbattere le palpebre e tutto tornò alla normalità.

«Bruce, potremmo parlare domani mattina se ora preferisci...»

«No, parliamo subito. Entriamo.»

La porta si aprì, Alfred comparve contornato dalle luci dorate dell'interno. «Master Bruce, mr. Kent.» si fece da parte.

Camminarono per i vasti corridoi della struttura. La villa era di dimensioni ragguardevoli con intonaci e stucchi di fattura europea. Mobilio pregiato, molte stanze chiuse, pressoché inutilizzate. Bruce condusse Clark nella biblioteca. C'erano delle poltroncine.
«Siedi.» disse, rendendosi conto che il tono somigliava più ad un ordine che ad un invito. Sospirò allentando il nodo della cravatta fino a sfilarsela. Si tolse la giacca e sbottonò la camicia. A volte gli sembrava che gli mancasse più aria con quei completi ingessati piuttosto che con la sua pesante armatura da Batman. «Posso offrirti qualcosa?» domandò, tentando di essere più affabile.

Clark sedette su una delle poltroncine, allentando a sua volta qualche bottone della camicia. «Ti ringrazio, c'era abbastanza da bere e da mangiare al rinfresco.»

Bruce si strofinò gli occhi e sedette di fronte all'altro. «Dunque Clark, perché sei qui a Gotham?» Vide che si mordeva leggermente le labbra. Aveva le dita delle mani incrociate e giocava con i pollici. Nervosismo mal celato. Clark Kent era davvero un uomo troppo onesto. La cosa lo spinse a sorridere, nonostante tutto.

«Sono settimane che non ti fai vivo alla Watch Tower, eravamo preoccupati. Non hai risposto agli ultimi messaggi e dopo gli eventi con Barbara io...»

«È tutto sotto controllo Clark, sono stato semplicemente impegnato a smantellare un traffico illegale da parte della Mano Fortunata. Ora che Joker è di nuovo ad Arkam ho dovuto occuparmi delle situazioni lasciate in sospeso.»

«Stai bene Bruce, mi sembri... distante.» affermò Clark con aria preoccupata.

«Non sono poi così indispensabile alla Watch Tower, J'onn ha sicuramente tutto sottocontrollo e poi comunque mi sarei fatto vivo a breve. Sei venuto qui davvero solo per questo? Per controllare come stavo?»

Clark accavallò le gambe e distolse per un attimo lo sguardo, mentre le dita spingevano in alto gli occhiali perfettamente immobili sul suo naso. Altro disagio evidente. Il sorriso comparve di nuovo sulle labbra del miliardario. «È tutto a posto. Posso gestire i momenti di crisi, anche quando sembrano non esserci vie di fuga. Barbara ora sta bene, è forte, non è affatto intenzionata ad arrendersi.» Si alzò in piedi. «Ora perdonami, ma sono di ronda. Ho inflitto un brutto colpo alla triade, devo accertarmi che gli italiani e i russi non tentino di approfittarne. Alfred ha già preparato la stanza per te.»

«Vuoi che io...»

«Neanche per idea.» tagliò corto Bruce. «Fatti una bella doccia calda e una dormita. Pensa a scrivere il tuo articolo e fammi apparire abbastanza superficiale. Buonanotte Clark.»

Sulla soglia della porta si voltò. «Clark?»

«Sì?» Clark alzò lo sguardo, sul suo viso l'ombra della preoccupazione non si era del tutto dissolta. Si conoscevano ormai da anni, eppure non si era ancora abituato alla scontrosità di Bruce.

«Grazie.»