Chapter Text
Arthur aveva preso il suo primo Pokèmon a 6 anni, Merlin lo ricordava ancora perfettamente – e prendere era una parola grossa perché non c’era nessuna pokèball di mezzo – quel Growlithe aveva semplicemente deciso di seguire Arthur ovunque andasse anche se, a dire il vero, quello che aveva salvato la situazione era stato lui, Merlin, come al solito.
Merlin non sapeva, allora, perché quell’insegna fosse caduta, ma corse verso Arthur terrorizzato a morte per vedere se stesse bene. Aveva un po’ di sangue che gli usciva dal naso e il fiato corto e Merlin era preoccupato, ma Arthur si voltò verso quel Growlithe e gli chiese «Tutto bene?» e Arthur trovò il suo primo Pokèmon.
Merlin prese il suo primo Pokèmon quattro mesi dopo Arthur – e lui sì che lo prese con lotta e tutto (o almeno, lottò molto, non con il suo primo pokèmon, però, ma almeno lottò contro dei pokèmon con un altro pokèmon e…uh, era comunque una cattura molto migliore di quella di Arthur).
Non c’era nessuna storia dietro, Arthur gli aveva prestato Growlithe ed erano partiti. Avevano cercato nella foresta per ore, ma nessuno dei due ne sapeva molto sul catturare i pokèmon - nonostante il padre di Arthur fosse un capopalestra e lui stesse a casa del famoso Professor Gaius.
Dopo un’intera giornata, quando ormai Growlithe era esausto e Arthur aveva cominciato a sedersi ogni volta che prendevano una pausa, come se non avesse la forza di stare in piedi, e Merlin stava per prendere la speranza… allora Merlin prese il suo primo pokèmon.
Un Teddiursa. Non era il Pokèmon che ogni ragazzino sognava di avere, ma non appena Merlin l’aveva visto aveva tirato la sfera pokè, stanco e affamato e quella non si era più riaperta.
Aveva catturato il suo primo pokèmon e non c’era stata nessuna epica battaglia, nessun racconto avvincente, nessuna avventura. E Arthur aveva riso così forte che continuò a lamentarsi per i dolori allo stomaco per giorni.
Un Teddiursa, ommioddio, continuava a ripetere Arthur tra le lacrime, ben fatto Merlin, ora sì che diventerai un maestro di pokèmon, Merlin.
Merlin avrebbe voluto dargli un pugno e farlo tacere perché non c’era motivo di avere tali pregiudizi (un Teddiursa valeva esattamente come qualsiasi altro pokèmon, dopotutto), ma stiede zitto ad ascoltare Arthur che rideva, appoggiato sulla sua spalla.
Quando Teddiursa si evolse, due anni dopo, quando lui e Arthur stavano finalmente migliorando e batté il Poliwag di Arthur in maniera clamorosa Merlin si prese la sua rivincita.
Dopo i primi gli altri erano arrivati da sé, gli altri importanti, almeno – perché sebbene ritenesse tutti i suoi Pokèmon importanti la sua squadra era speciale, più speciale di tutti gli altri.
Una volta che avevi fatto la prima mossa tutto era più facile, più immediato, ma Merlin non pensava che la sensazione cambiasse. E sebbene la cattura del suo primo Pokèmon non fu spettacolare, quello che provò tenendo stretta la sfera pokè di Teddiursa per la prima volta, con il piccolo pokèmon che si dimenava all’interno, era la sensazione più totalizzante e inebriante che avesse mai provato. E lo stesso con Gastly e Ralts e Elekid e tutti gli altri.
Poi… poi c’era Absol. Merlin non capiva Absol, non lo capiva per niente: lo guardava sempre con occhi freddi e inespressivi e preoccupati e Merlin non ci credeva a questa storia che gli Absol portassero sfortuna, ma gli abitanti del villaggio sì e ogni volta che succedeva qualcosa in paese davano la colpa a lui e Merlin era praticamente certo che questo ferisse il suo pokèmon, ma non ne poteva esserne sicuro, non quando il pokèmon non cambiava mai espressione.
Quando qualcosa del genere succedeva, quando qualcuno arrivava a casa sua pretendendo che scacciasse quel portatore di sventura, Arthur si presentava come una furia e li mandava tutti via – e a Merlin ricordava tanto quel bambino di sei anni che si lanciava contro quattro ragazzini che avevano due volte la sua età per salvare un piccolo pokèmon.
A volte Merlin era estremamente fiero di avere Arthur Pendragon come amico.
A volte, invece, lo odiava. In maniera assolutamente e incredibilmente feroce e, oddio, aveva voglia di buttarlo da una scogliera e l’avrebbe anche fatto, ma Arthur non gli dava nemmeno questa soddisfazione: faceva tutto da solo.
Lo veniva a svegliare alle prime luci dell’alba, zaino in spalla e, sorridendo, gli diceva che era ora di andare all’avventura.
Quando erano più piccoli erano solo gite nella foresta, con Growlithe e Teddiursa fuori dalle loro sfere, ma nel tempo si erano ingigantite e la loro pericolosità era aumentata di conseguenza.
Arthur Pendragon aveva deciso che, invece di ereditare la palestra da suo padre, si sarebbe rotto l’osso del collo.
E ora decideva di esplorare una caverna la cui entrata si trovava scavata nella pietra nel bel mezzo di un precipizio e poi decideva di esplorare vulcani e scalare montagne ed era come se non riuscisse a stare fermo, come se nulla fosse mai abbastanza. E Merlin era costretto a seguirlo ovunque, desiderando ogni volta che quella fosse l’ultima.
Anche se non era vero, anche se effettivamente parlando si lamentava più del necessario solo per godersi la faccia scocciata di Arthur, anche se non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo.
Quando avevano nove anni e mezzo e tre pokèmon a testa, Arthur lo prese da parte, uno sguardo serio ed eccitato in viso e Merlin sapeva cosa stava per dirgli ancora prima che lo facesse perché Arthur era incontenibile e voleva diventare il migliore di tutti – anche se non sapeva creare una strategia efficace ed era troppo impulsivo e un giorno si sarebbe fatto ammazzare – e quando l’altro gli disse «Voglio partire, quando avrò dieci anni, andare a raccogliere le medaglie, girare per tutta la regione e…e… e non lo so, non so cosa altro farò, so solo che voglio farlo,» Merlin fece un’espressione di finta sorpresa e Arthur gli colpì la spalla leggermente, le guance rosee per l’eccitazione.
Merlin l’aveva sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato e si era tenuto la risposta pronta e nella sua testa era sempre sembrata una risposta appropriatissima «Ti farai ammazzare o ti dimenticherai che uno dovrebbe lavarsi i vestiti una volta ogni tanto o ti perderai. Sappiamo entrambi che succederà, evidentemente devo venire con te.»
Nella sua testa suonava meglio, suonava spiritoso e ironico e il discorso di uno a cui non fregava niente. Nella realtà sembrava affettuoso e felice ed eccitato e forse un po’ esasperato e il discorso di uno a cui frega tutto.
Arthur aveva semplicemente ghignato, gli occhi azzurri che risplendevano felici e aveva risposto «Evidentemente…» e Merlin cominciò a pensare a dove sarebbero andati, a cosa avrebbero fatto prima e Arthur aveva tutte queste mappe e luoghi evidenziati che gli mostrava con reverenza, come se contenessero il segreto più grande dell’universo.
E Merlin era felice.
Quando compirono 10 anni Arthur venne messo in castigo da suo padre, per un anno intero.
Uther la chiamava punizione, almeno, ma sia lui che Arthur sapevano che era un modo per non farli partire ed Arthur era arrabbiato e frustrato, ma Merlin non sapeva che dirgli per farlo calmare.
Arthur avrebbe potuto scappare, probabilmente, sarebbero potuti scappare insieme – ma scappare non faceva parte di Arthur.
Arthur affrontava le cose di petto, pretendeva riconoscimento e, dopotutto, Merlin aveva sempre saputo che il rapporto con suo padre era uno – forse l’unico – punto debole del suo amico.
Era un rapporto complicato, in cui Arthur si faceva in quattro per farsi accettare da Uther mentre suo padre continuava a guardarlo senza nemmeno vederlo per davvero.
A volte Merlin pensava che il tutto fosse un po’ triste.
«Partiremo l’anno prossimo,» continuava a ripetere, però, perché il suo amico non sorrideva più e Arthur si rasserenava un po’ a quelle parole, ma Merlin aveva una brutta sensazione.
La madre di Arthur era morta dandolo alla luce, o almeno così gli aveva raccontato il Professor Gaius e Uther, distrutto per la perdita della moglie, si era buttato anima e corpo nella palestra: non vedeva niente e nessuno, lavorava e combatteva e respirava quella palestra. Poi c’era Arthur.
E Merlin non aveva mai realmente capito come funzionasse il rapporto tra loro perché a lui non sembrava che a Uther importasse di Arthur, ma Gaius aveva riso quando aveva cercato di spiegarglielo.
«Questa è la cosa più assurda che io abbia mai sentito, la vita di Uther ruota intorno ad Arthur, è l’unica persona al mondo di cui ad Uther importi ancora davvero qualcosa – oltre a Morgana – e se non vuole farlo partire, Merlin, non è per cattiveria,» si bloccò un secondo, espirando profondamente «non che io approvi, ma è solo spaventato di perdere anche lui.»
Merlin aveva detto che erano sciocchezze, che non aveva minimamente senso, ma poteva capire benissimo quella sensazione, e se ne vergognava enormemente.
Arthur era un po’ snob ed un coglione ed era insopportabile, ma piaceva a tutti comunque: i bambini cool volevano giocare con lui, tutti sempre con lui, e Merlin aveva voglia di dire a tutti loro che c’era prima lui. Che Arthur, con la sua completa mancanza di tatto, con la sua arroganza, l’aveva visto prima lui e ora ne deteneva i diritti.
E ogni volta che Arthur giocava con qualche altro bambino aveva paura che l’altro capisse che lui, Merlin, non era certo tutto questo granché e che loro, quegli altri bambini che ne sapevano un sacco sui pokèmon, che non avevano uno stupidissimo Teddiursa, fossero migliori.
«Arthur è impulsivo e un po’ stupido, ma ha le capacità per diventare il migliore allenatore che si sia mai visto. Uther è semplicemente spaventato che, una volta intrapreso il viaggio, Arthur non torni più,» aveva detto Gaius e quando l’anno dopo Arthur gli aveva detto che non poteva partire, ancora, che avrebbe ottenuto l’autorizzazione da suo padre vincendo uno scontro con lui, Merlin trasse un respiro di sollievo.
Un respiro di sollievo che non voleva sapere cosa significasse.
Quando Merlin aveva compiuto 12 anni ed Arthur era impegnato in uno dei suoi soliti allenamenti massacranti, Merlin aveva capito che in lui c’era qualcosa che non andava. E ne era terrorizzato.
Non era esattamente qualcosa che non andava, era più un qualcosa di strano.
A volte, quando era troppo stanco o troppo arrabbiato o troppo spaventato o troppo distratto o semplicemente troppo, succedevano cose intorno a lui e se all’inizio Merlin non ci aveva mai fatto caso – coincidenze – ora erano lampanti davanti ai suoi occhi terrorizzati.
Quando era caduta quell’insegna su quei ragazzi, tanti anni prima, quando la sua tazza era sempre accanto a lui, anche quando ricordava di averla lasciata in cucina e non certo in camera da letto, quando certe cose che avrebbero dovuto succedere – come Arthur che cadeva e si spezzava il collo dopo la rottura di un maledetto ramo – non accadevano e Merlin rimaneva lì a guardare il mondo che cambiava secondo i suoi pensieri.
Si chiuse in camera per cinque giorni impedendo a chiunque di entrare, Arthur compreso e quando ne uscì si diresse nel laboratorio del Professor Gaius senza fermarsi da nessun’altra parte.
Ci doveva essere un motivo se sua madre l’aveva lasciato alle cure di Gaius e Merlin non credeva a nulla delle scuse che gli erano state date nel corso degli anni.
Merlin non si sentiva non amato – forse, quando era piccolo, e tutti i bambini camminavano mano nella mano con i loro genitori, forse allora si era sentito non amato, ma non più – questo non voleva certo dire, però, che non si fosse mai chiesto perché si trovasse lì, a casa di un Professore rinomato in tutto il mondo.
E forse ora cominciava a capire.
Il professore era solo nel suo studio, il computer che mostrava immagini di pokèmon che Merlin non aveva mai visto di persona e Merlin cercò di trattenere le lacrime, ma aveva 12 anni ed era spaventato.
«Succedono cose strane… a volte… a volte succedono cose che non dovrebbero succedere intorno a me, o tutto il contrario,» sputò come se le parole stesse cercassero di uscire dalla sua bocca disperatamente «so che è colpa mia, lo so! Deve esserlo, ma… ma non so perché e…» e aveva paura, aveva paura di desiderare un giorno qualcosa di brutto e che quel desiderio venisse esaurito, magari un giorno qualcuno, tipo Arthur, l’avrebbe fatto arrabbiare più del solito e Merlin avrebbe perso il controllo dei suoi pensieri e oh Dio no «e devo saperlo controllare, devo capire come… e credo che tu ne sappia qualcosa, ne sai qualcosa? Devi saperne qualcosa o mamma non mi avrebbe lasciato qui! Aveva paura, vero? Aveva paura a stare sola con me e…»
E non sapeva più che dire e stava solo facendo vagare la mente, stava esplorando possibilità che in quei cinque giorni di reclusione non aveva mai nemmeno pensato e che ora si presentavano spaventose ed imponenti alla sua mente.
Gaius non aveva detto nulla, aveva continuato a guardarlo, gli occhi stanchi, ma preparati, come se sapesse che un giorno si sarebbe arrivati a questo. E probabilmente lo sapeva, pensò Merlin, lo sapeva e non ha comunque detto nulla!
«Merlin, non vorresti sederti?» il tono del Professore era controllato e calmo e Merlin l’odiava perché la sua voce, invece, era spaventata e nervosa e singhiozzante, ma si sedette comunque, guardando l’altro fisso «prima di tutto, tua madre non era, non è spaventata di te, Merlin, ma per te. Potevi fare del male a te stesso e tua madre… ti ha mandato qui da me.»
«Perché? Cosa… cosa ho?»
«Nulla, non è una malattia, è un dono!» e Gaius si alzò in piedi, avvicinandosi alla sedia di Merlin e mettendo le mani sulle spalle del bambino «un dono incredibile che la natura ti ha concesso! Ci sono persone, persone come te, Merlin, che hanno dei poteri loro concessi dalla natura. Alcuni sono capaci di curare chi gli sta intorno1, altri leggono nella mente degli altri. Tu hai un potere incredibile, il potere più forte che io abbia mai visto.»
Ne parlava davvero come di una benedizione, come di un qualcosa di incredibile – e probabilmente ci credeva anche – e Merlin continuava a sperare che se ne andasse. Perché non gli piaceva e lo rendeva nervoso e non poteva fare a meno di pensare che, un giorno, avrebbe fatto del male a qualcuno.
«Tu puoi fare accadere quello che vuoi. Non capisco ancora bene come funzioni, esattamente, ma ti ho visto fare cose che non credevo nemmeno possibili!» Merlin si chiese se dovesse sentirsi lusingato o qualcosa di simile. Aveva solo una grande nausea.
«Come fai a sapere tutte queste cose?» chiese Merlin, anche se non gli interessava realmente. Avrebbe voluto solo chiedere se ci fosse un modo per farlo andare via, tutto quanto. Avrebbe voluto andare via con Arthur per aiutarlo a diventare il migliore di tutti i tempi. Avrebbe voluto fare tantissime cose.
«Non sono così rare le persone come te, Merlin,» gli rispose Gaius, più calmo ora rispetto a pochi secondi prima «io posseggo un po’ di potere, pochissimo, una quantità irrisoria, ma conosco a mia volta persone dotate di poteri straordinari.»
«C’è un modo di farli andare via?» chiese, finalmente, abbassando gli occhi imbarazzato. Doveva chiederlo, doveva, ma sapeva che Gaius non avrebbe capito, non avrebbe apprezzato.
Invece il vecchio professore prese la sedia da dove l’aveva lasciata, quando si era alzato, e la mise accanto a quella di Merlin, sedendosi poi su di essa, posandogli una mano sulla gamba, come per dargli coraggio.
«Capisco che tu abbia paura, Merlin, tutti ce l’hanno all’inizio. Non c’è modo di farlo andare via, Merlin, questo potere è parte di te… di cosa hai paura Merlin? Di fare del male a qualcuno? E’ per questo che sei qui, io posso aiutarti in questo,» parlava lentamente, in maniera rassicurante e Merlin sentì il suo respiro che si tranquillizzava pian piano «non sarà facile, magari, ma con un po’ d’impegno non avrai problemi a controllare i tuoi poteri e riguardo all’altra cosa che ti spaventa…»
Merlin si voltò verso Gaius stupito, scuotendo la testa «Non c’è altr…»
«Riguardo all’altra cosa che ti spaventa, Merlin,» continuò Gaius, come se il ragazzo non avesse mai parlato «credi davvero che Arthur sia una persona che ti abbandonerebbe o tratterebbe in maniera diversa per questo? Pensi davvero così poco del tuo amico?»
Merlin non lo pensava ed era per questo che, come aveva cercato di dire a Gaius, la questione Arthur non lo spaventava assolutamente. Per nulla.
Stava per dirlo, ma Gaius continuava a guardarlo e Merlin non riuscì a negare nulla.
Perché Merlin era terrorizzato. Terrorizzato che Arthur si rendesse finalmente conto che era un bambino strano e andasse a giocare con gli altri bambini certamente più cool di lui.
Ma Gaius non aveva bisogno di saperlo questo, quindi stiede zitto.
Dopo quei cinque giorni d’inferno Merlin si prese una sgridata da Arthur in piena regola – qualcosa riguardo all’avergli fatto perdere tempo prezioso per gli allenamenti, che era inutile e che non lo voleva più come amico e Merlin sapeva, ormai, che voleva dire che si era preoccupato.
La versione ufficiale era che Merlin aveva avuto l’influenza e le uniche persone che avrebbero dovuto sapere la verità erano lui, Gaius, Morgana (che, apparentemente, vedeva nel futuro) e Arthur.
Anche se, in realtà, Arthur, una settimana dopo non sapeva ancora nulla.
Anche se, in realtà, Arthur, sei anni dopo, non avrebbe comunque saputo ancora nulla.
E non era perché Merlin era spaventato, non del tutto comunque. Erano una serie di fattori e Arthur che era così impegnato a sconfiggere suo padre e ricevere il permesso per partire che non aveva tempo per guardarsi intorno e rendersi conto di cosa stesse succedendo.
Ed era una fortuna, davvero.
A 14 anni Merlin sapeva controllare i suoi poteri quasi perfettamente e lui e Morgana passavano molto più tempo assieme di prima e tutti pensavano che stessero assieme.
Persino Arthur l’aveva creduto per un po’ di tempo, prima che gli spiegassero che si sbagliava e Morgana stava per dirgli il loro segreto – che non avrebbe dovuto essere un segreto ma che in un qualche modo lo era diventato comunque – e Merlin l’aveva fermata, ricevendo in cambio un’occhiataccia.
Arthur e Merlin passavano sempre meno tempo assieme con Arthur impegnato nei suoi allenamenti e Merlin impegnato con i suoi, ma non si poteva certo dire che avessero perso i contatti e continuavano ad andare nelle loro pazze gite su Vulcani e rupi e precipizi e Merlin si sentiva bene e libero.
Arthur era diventato un allenatore incredibile, questo era quello che dicevano tutti e nessuno riusciva a capire come fosse possibile che, ancora, non avesse battuto suo padre.
Nemmeno Merlin lo capiva, a dire il vero, ma per il momento andava bene. Partire ora sarebbe stato complicato e Merlin aveva già un po’ troppe cose complicate nella sua vita.
Era in una di queste spedizioni, quando Merlin aveva 15 anni e sentiva il peso del mondo sulle spalle che avevano incontrato Absol.
Absol era pacato e calmo, e Merlin non riusciva a capire cosa gli passasse per la testa quando lo guardava con i suoi occhi grigi e vuoti.
Gli Absol portano sventura si diceva e non erano certo i pokèmon più popolari e forse era per questo che quando lui e Arthur l’avevano trovato il pokèmon aveva una zampa ferita e zoppicava in mezzo alla foresta.
Però Absol teneva la testa alta, la zampa rossa come il sangue e un portamento quasi regale e Merlin non poté fare a meno di ammirare la sua forza. Absol non avrebbe mai taciuto i suoi poteri al suo migliore amico solo per codardia, al contrario suo.
Merlin aveva provato ad avvicinarsi al pokèmon, Ralts attento dietro di lui, pronto a proteggerlo, ma Absol l’aveva guardato, facendo incontrare i loro occhi per la prima volta e poi si era affidato completamente a lui. Absol era diventato il suo quinto pokèmon prima ancora che potesse rendersene conto.
Lui e Absol erano così simili. Il loro destino, almeno, e guardandolo Merlin non poteva fare a meno di chiedersi quale fosse la differenza tra loro; se anche lui, una volta venuta fuori la verità, sarebbe stato odiato come il suo pokèmon; se anche per lui Arthur si sarebbe sporto così tanto da prendersi anche un colpo al suo posto.
La risposta la sapeva benissimo e guardando negli occhi di Absol, a volte, ci vedeva un rimprovero verso quell’umano biondo così gentile che gli piaceva tanto.
Merlin non capiva cosa succedeva nella mente di Absol, la maggior parte delle volte, altre lo capiva fin troppo bene.
La squadra di Arthur a 16 anni era composta da Growlithe, Nidorino, Poliwrath, Bagon e Luxio.
Quella di Merlin da Absol, Ursaring, Ralts, Elekid e Hunter.
Cinque pokèmon a testa e non l’avevano fatto a posta, semplicemente non avevano ancora trovato il sesto elemento perfetto, o almeno questo diceva Arthur pensando a chissà quale incredibile battaglia.
A Merlin non interessava. Non aveva alcun interesse a combattere le battaglie pokèmon, al contrario di Arthur, e non aveva costruito una strategia sulla sua squadra. Semplicemente non aveva trovato un sesto pokèmon che gli piacesse sul serio, che meritasse di entrarvi, nella sua squadra.
Nell’estate dei loro 16 anni voci su una certa organizzazione cominciarono a farsi largo tra le persone con bisbigli spaventati ed irrequieti.
Era un Team Qualcosa, apparentemente, o almeno così gli aveva detto Arthur, e tutto quello che Merlin riusciva a capire era che erano persone cattive che rubavano i pokèmon degli altri e Merlin era felice di essere in quella cittadina, al sicuro.
Arthur non tanto.
Perché ad Arthur la vita di paesino stava stretta e voleva essere lì fuori a bloccare questi malviventi perché avevano fatto male ad un pokèmon, fatto piangere un bambino o una qualsiasi di queste cose che avrebbero mandato un eroe in bestia. E Arthur si credeva un eroe.
E Merlin era felice che Arthur fosse lì con lui, al sicuro, perché si sarebbe fatto ammazzare un giorno, quel cretino, ne era certo. E sebbene fosse un deficiente, Merlin era abituato ad averlo intorno e gli sarebbe piaciuto continuare così.
Ma Arthur scalpitava, giorno dopo giorno, e le sfide a suo padre, che fino ad allora si verificavano solo una volta alla settimana, avevano cominciato ad aumentare di numero – prima due volte la settimana, poi tre, poi ogni giorno.
Uther risultava sempre vincitore, tra lo stupore di tutti e fu un anno dopo, nell’autunno dei suoi 17 anni che Merlin scoprì il trucco.
Perché le abilità di Arthur erano indiscutibili ed era impossibile che Uther continuasse a vincere, giorno dopo giorno, non senza una mano, almeno.
Non aveva capito quale fosse il nome di quel ragazzo, ma un giorno come tanti altri, con Arthur che chiamava in campo Growlithe per l’ennesima volta, l’aveva sentito.
Aveva sentito il potere, una sottile interferenza e Growlithe era al tappeto e Merlin aveva capito tutto. Uther barava, per tenere suo figlio lontano da ogni pericolo, per tenerlo vicino a lui.
Non era giusto, Merlin avrebbe dovuto andare e rivelare il trucco, dire ad Uther che era una persona spregevole e che lui sapeva e lo stava per fare, si stava quasi per alzare dalla sua panchina quando qualcuno aveva cambiato la stazione radio del pokègear e notizie di una serie di allenatori rapinati dei loro averi e dei loro pokèmon dal famigerato Team Magical si irradiarono per gli spalti, gelide e spaventose e Merlin rimase seduto, incollato alla panchina a guardare il suo migliore amico perdere per l’ennesima volta.
E guardando lo sguardo di Uther – triste, colpevole ma anche risoluto – Merlin si sentì male pensando che, probabilmente, lo stesso sguardo era riflesso anche sul suo viso.
«Ahaha, pensavo che ce l’avrei fatta questa volta,» il tono di Arthur non era il suo solito, non c’era niente di arrogante e pomposo, era solo stanco e spezzava il cuore di Merlin facilmente ad ogni parola.
«Forse…» e la sua voce tremò leggermente «forse non sono tagliato per essere un maestro di pokèmon, alla fin fine. Forse mio padre ha ragione, dopotutto è un capopalestra, saprà cosa dice, no?»
E Merlin avrebbe voluto urlargli che Uther non sapeva nulla, che non aveva capito niente, che sarebbe stato – che era – un allenatore di pokèmon eccezionale e scusa, scusa, scusa, ma si ritrovò senza parole.
Poi Arthur si voltò verso di lui, un ghigno sul viso «Non prenderla troppo sul serio Merlin, non siamo tutti come te che lasciano perdere alla prima difficoltà, Merlin.»
«Cosa? Io non lascio mica perdere alla prima…»
«Ah sì? E quella scalata l’altro giorno? »
«Là avremmo, entrambi, potuto romperci l’osso del collo, era sopravvivenza.»
«Eri solo spaventato…»
«Di cadere da 200 mila metri, mi pare assolutamente normale!»
«Fifone.»
«Cretino.»
E sembrava tutto a posto, come se non fosse successo nulla, ma Merlin conosceva Arthur troppo bene e da troppo tempo per non avvertire quel minimo cambiamento.
Merlin, nonostante tutto, non era stupido.
Nel corso di quell’anno le sfide cominciarono a ridursi, ritornando alla loro solita routine settimanale e ogni venerdì Merlin aveva paura che Arthur gli avrebbe detto che rinunciava – dopo ben sette anni – perché nonostante la paura di esporre Arthur a qualsiasi pericolo fosse ancora paralizzante, un Arthur senza i suoi sogni, senza la sua voglia di andare in giro a salvare persone o scalare montagne impraticabili per la maggior parte degli esseri umani, un Arthur senza tutte queste cose semplicemente non sarebbe stato Arthur.
Ma il combattimento avveniva ogni venerdì, regolarmente e ogni venerdì Arthur veniva sconfitto all’ultimo secondo.
Ed ogni venerdì Merlin si sentiva sempre più in colpa.
Poi erano arrivati i 18 anni. Merlin non aveva più alcun problema con i suoi poteri, erano come un’altra parte del suo corpo ormai per lui e si era abituato alle milioni di cose strane che a volte accadevano intorno a lui – o a Morgana o a quel ragazzino della palestra.
Si sentiva sicuro e in pace, ma sapeva che non sarebbe durato a lungo – gliel’aveva detto Morgana e dato che lei riusciva a prevedere il futuro, Merlin tendeva a crederle sulla parola.
Non si aspettava, però, che tutto sarebbe cambiato un mercoledì pomeriggio, mentre qualche Pidgey volava distratto sotto un sole incredibilmente potente.
Fu allora, mentre Merlin riposava appoggiato ad Absol che la sentì per la prima volta.
Era un sussurro, come se qualcuno stesse gentilmente cercando di svegliarlo – solo che Merlin era sveglio, incredibilmente sveglio, e oltre ad Absol non c’era nessun’altro vicino a lui.
La voce continuava ripetere il suo nome: una, due, tre, quattro volte come una cantilena, bisbigliandolo come se stesse cercando di evocarlo e Merlin poteva tranquillamente ammettere che tutto ciò gli faceva accapponare la pelle.
Cinque, dieci minuti e la voce continuava incessante, come se non avesse mai dovuto stancarsi e Merlin chiuse gli occhi e fece l’unica cosa che era possibile: rispose.
«Sì?» la sua voce tremava, spaventata, e il silenzio che seguì gli fece sperare di aver fatto la mossa giusta. Almeno per qualche minuto.
«Merlin? » riprese infatti il misterioso bisbiglio dopo poco, ma era più incerto, come se stesse cercando di tastare il terreno o volesse confermare qualcosa.
«Sì? H-hai bisogno di, ehm, qualcosa? Qualsiasi cosa? Tipo un pokègear per chiamare come tutte le persone normali?» e Merlin non sapeva cosa stesse dicendo, davvero, ma stava parlando con una voce nella sua testa, si sentiva in diritto di fare o dire cose completamente pazze dato che apparentemente lo stava diventando, pazzo, s’intende.
Ma in risposta non ottenne altro che l’ennesimo bisbiglio e un «Meeeerlin…» che non aveva nulla di rassicurante e poi, come era venuta, la voce sparì. Aspettò che tornasse per venti minuti prima di convincersi che non c’era più che, forse, se l’era solo immaginata.
E Absol lo guardava fisso negli occhi e Merlin poteva giurare di avervi visto curiosità nei suoi occhi, ma anche rassegnazione.
La voce non tornò per un’intera settimana, un’intera settimana in cui Merlin rimase sveglio la notte ad aspettare di sentirla di nuovo – perché aveva questa sensazione che non fosse finita che, al contrario, stesse appena cominciando – e oh, non avrebbe potuto avere più ragione nemmeno volendo.
E quando la voce tornò Merlin percepì un brivido percorrergli la pelle ancora prima di sentire la voce stessa.
«Meeeeerlin,» ripetè e lui si alzò a sedere, deciso ad andare fino in fondo alla faccenda, o almeno a vederci un po’ più chiaro.
«Cosa? Sono qui, cosa c’è?» chiese allora, cercando di imprimere alla sua voce una sicurezza che non aveva «non che non mi diverta a sentire una strana voce ripetere il mio nome in maniera vagamente inquietante, ma cosa?»
Sembrava abbastanza deciso, no? Come qualcuno che aveva la situazione sotto controllo e non qualcuno che aveva passato tutta la settimana a nascondersi sotto le coperte come un bambino, vero?
Ma nessuno gli rispose e il silenzio che seguì le sue parole durò due lunghissimi minuti e giusto quando Merlin stava per rinunciare, un’espressione rassegnata sul viso, la voce tornò. E finalmente disse qualcos’altro.
«Perché?» e beh, sebbene fosse riuscito finalmente a fare dire alla misteriosa voce qualcosa di diverso non riusciva a percepirla come una reale vittoria.
«Perché… cosa?» incalzò allora, «perché il cielo è blu? Perché Arthur non riesce a stare tre giorni senza mettersi nei guai? Perché continuo a cercare di parlarti? Perché cosa?»
«Perché,» e la voce sembrava stanca, come se continuare quella conversazione l’affaticasse incredibilmente «perché siete ancora lì? »
«Eh? Perché dove dovrei essere?» non solo strane voci cominciavano a parlargli dal nulla, ma cercavano di farlo sentire in colpa perché, a dire il vero, avrebbe dovuto essere in viaggio per il mondo, assieme ad Arthur, e invece era ancora lì.
E, ora che ci rifletteva la voce aveva parlato al plurale, aveva detto siete e Merlin avrebbe voluto chiedere di chi stesse parlando, ma sarebbe stato stupido, perché conosceva solamente una persona in grado di combinare un guaio talmente grande da provocare l’improvvisa apparizione di voci fantasma.
«Oddio, che cosa ha fatto Arthur?» borbottò, esasperato, ma la voce se n’era già andata e Merlin non poteva fare altro se non aspettare.
«Oddio, e cosa hai fatto ora?» Arthur sembrava esasperato, ma anche un po’ divertito e Merlin avrebbe dovuto dirgli di risparmiare il fiato e di smetterla di sporgersi verso di lui perché stavano attraversando una maledetta stradina minuscola su un dirupo più profondo di quanto Merlin riuscisse ad immaginare.
«C-cosa vuoi dire? Non ho fatto nulla!» ed era tecnicamente vero, lui non aveva fatto nulla, aveva solo risposto alla voce misteriosa come una qualsiasi persona educata avrebbe fatto.
«Non stai mai così in silenzio durante queste spedizioni. Non che non apprezzi il silenzio, ma è strano e non voglio tornare al villaggio senza essere preparato,» e sbuffò, drammaticamente, «essere tuo amico è un lavoro impegnativo.»
E solo Arthur riusciva a dirlo come se fosse la più grande rottura di scatole del mondo e, allo stesso tempo, la cosa migliore che gli fosse mai capitata e un sorriso scappò alle labbra di Merlin senza che quest’ultimo potesse trattenerlo.
«Chiedo perdono, sommo Arthur, per crearti così tante difficoltà!» disse, ridendo, e Arthur si sporse – troppo vicino, troppo vicino al dirupo, vai indietro con quel busto! – e gli diede un pugnetto sulla spala.
«Sta zitto, idiota.»
«Credevo che il problema fosse proprio il mio mutismo!» ribattè Merlin, l’ilarità crescente per la situazione e per l’evidente preoccupazione dell’amico «sono pronto a risolvere il problema, posso parlarti di qualsiasi cosa tu voglia. Dai generi di funghi per pozioni che sta studiando per ora Gaius alle nuove specie di pokèmon che…»
«Oddio, oddio zitto Merlin!» si lamentò il biondo, portandosi due mani alle orecchie e accelerando la camminata leggermente (e Merlin si trattenne dallo sporgersi in avanti ed afferrargli la maglietta per cercare di farlo rallentare; non era una buona idea) «ma come fai a essere così noioso, ah? Non voglio sentire più nulla, continua a stare zitto, non m’importa. Capito? Non m’importa!»
E Merlin sorrise, perché sapeva che non era vero.
E la voce tornava ogni giorno, più forte e più nitida.
«Perché siete ancora lì?» «Perché è pericoloso, maledizione!»
«Perché non stai facendo nulla?» «Cosa dovrei fare?»
«Muoviti, Meeeerlin…» «No, non prendo suggerimenti da una voce misteriosa!»
«Non puoi combattere il destino, Merlin.» «Ah, sì? Guardami.»
«Meeeeerlin…» «E’ inutile, non ti ascolto!»
E ogni giorno c’era un poco più di risentimento nella voce, una rassegnazione che Merlin non sapeva come catalogare, ma che lo faceva stava bene perché stava vincendo lui, questa volta.
E a Merlin piaceva vincere. Avere ragione. Perché Merlin aveva ragione la maggior parte delle volte, ma nessuno gli dava mai retta e tutto finiva orrendamente male.
Poi vedeva Arthur, piegato sulle ginocchia, stanco, ma che si rialzava e continuava ad allenarsi, e Merlin non si sentiva più tanto felice.
Perché forse era vero, forse aveva ragione quel drago e quello era veramente il destino di Arthur – di Arthur che risplendeva qualsiasi cosa facesse, di Arthur che era così stupido che si buttava in tutte quelle pazzie senza nemmeno riflettere, di Arthur che lo spintonava ogni volta che camminavano, di Arthur che gli sorrideva a volte come se nient’altro a quel mondo potesse essere più importante – e Merlin glielo stava portando via, soffiando da sotto il naso.
«Meeeeerlin, non puoi combattere il destino.» «Forse… forse hai ragione. Ma posso esserne spaventato…»
Avrebbe potuto dirlo a Gaius, o a Morgana, avrebbe dovuto, almeno, ma aveva paura.
E se sentire le voci era considerato troppo strambo, persino per uno come lui? E poi cosa avrebbe potuto dire loro, in ogni caso? Che sentiva una strana presenza che aveva evidentemente problemi a dire il suo nome in maniera normale e che lo stava spingendo a portare Arthur in giro per il mondo?
Oh sì, poteva già sentire gli sguardi di compatimento degli altri due.
Quindi quando la voce arrivò per la sua visita giornaliera, Merlin decise di prendere le redini della situazione.
«Meeeeerlin,» arrivò puntuale come un orologio e chiuse gli occhi, ispirando profondamente.
«Ora, ora voglio delle risposte. Chi sei?» e gli sembrava una richiesta ragionevole, no?
Ma non arrivò risposta alle sue parole, nemmeno un rumore.
«Non sto scherzando, chi sei? Se non mi dici chi sei non ti risponderò più.» E Merlin aveva paura che suonasse come un bambino piccolo “se non mi dici come ti chiami non giocherò con te mai mai più,” ma aveva bisogno di risposte e le avrebbe ottenute in qualsiasi modo.
«Ha importanza? Sapere chi io sia renderebbe le tue pene più sopportabili? Credi che tutto questo possa essere razionalizzato? Oh, giovane allenatore, non è così che funziona,» e la voce sembrava condiscendente, come se stesse parlando ad uno stupido o, appunto, ad un bambino «Ci sono eventi nella vita di ognuno di noi in cui si deve semplicemente seguire il proprio cuore, Meeerlin, a volte non è possibile fermare la ruota che gira. Puoi solamente salirci sopra.»
E Merlin poteva anche capire che questa serie di parole avesse un apparente senso logico ma «E questo cosa diamine c’entra? Io non sto seguendo il mio cuore! Io sto seguendo una voce dentro la mia testa! E lo sai cosa dicono alle persone che fanno queste cose? Di non farlo!» e Merlin lo trovava un ottimo consiglio.
La voce si limitò a ridere - ridere - e Merlin, sebbene non potesse vederlo, era sicuro che chiunque fosse all’altro lato della sua mente stesse scuotendo la stessa.
«Credi che io sia solo una voce creata dalla tua mente, giovane allenatore? Non essere stupido, io sono molto molto di più.»
«E allora dimmi cosa sei! Non credo di aver chiesto così tanto!» la voce sapeva il suo nome, sapeva dove viveva, sapeva di Arthur, apparentemente, e sembrava sapere sempre assolutamente tutto.
Era snervante. Lui voleva solo sapere con chi stava parlando.
«Io sono la mano del destino, giovane allenatore, ma anche un suo burattino. Ma se proprio hai bisogno di un modo con cui chiamarmi, di rendere tutto più reale per compiere finalmente il tuo destino,» e fece una pausa, come se continuare a parlare gli costasse fatica, o come se fosse annoiato, Merlin non sapeva bene quale delle due avrebbe potuto essere «puoi chiamarmi Rayquaza, giovane allenatore.»
E Merlin era sicuro di aver sentito quel nome da qualche parte, assolutamente certo, ma ora non riusciva a ricordarsi né dove né perché.
«Rayquaza? Aspetta, sono sicuro che…» ma sapeva già che la voce se n’era andata.
Il giorno dopo Merlin razionalizzò quello che sapeva e realizzò che non c’era assolutamente nulla di strano a chiedere a Gaius se conosceva un certo Rayquaza. Nulla di strano.
Dopotutto Gaius era un professore e studiava il mondo dei pokèmon di professione, no? Lui avrebbe dovuto saperlo, lui avrebbe dovuto sapere tutto.
«Ehm, Gaius?» chiese, titubante «posso… posso chiederti una cosa?»
Gaius stava studiando un nuovo fossile o qualcosa di simile, Merlin non era sicuro, ed era chino sul suo microscopio e Merlin si rese conto che lo stava ascoltando solo quando gli rispose.
«Certamente, Merlin,» mormorò, «hai avuto ancora problemi a controllare i tuoi poteri durante il sonno?»
«Cos? No!» e Merlin non sapeva perché fosse così imbarazzato, ma perdere il controllo dei propri poteri durante la notte, sebbene assolutamente normale all’inizio, ricordava un po’ troppo “fare la pipì a letto” per i suoi gusti «No, non c’entra niente quello, anzi, non ho avuto affatto problemi nell’ultimo anno.»
«Perfetto, direi, » e si voltò verso di lui, un sopracciglio alzato «allora qual è il problema?»
E Merlin avrebbe voluto dire che non c’era alcun problema, che non aveva detto che ci fosse un problema, perché Gaius pensava ci fosse un problema?, Ma sarebbe suonato abbastanza pazzoide e far capire alle altre persone che stava perdendo la testa era l’ultima delle cose che voleva.
«No, è solo un’informazione. Non è che hai mai sentito parlare di un certo Rayquaza, vero?» e Merlin era quasi certo di essere stato molto subdolo nella sua domanda – semplice curiosità giovanile, tutto qui! Ma quando Gaius lasciò cadere a terra una provetta, facendola rompere in mille pezzi, Merlin si disse che probabilmente aveva fatto qualcosa che non andava.
«Era solo curiosità, qualcuno l’altro giorno, ma non ricordo nemmeno chi e potrebbe non essere stato l’altro giorno e comunque soltanto qualcuno ha detto, quel nome e…» Merlin stava parlando così velocemente che né Gaius né nessun’altro al mondo avrebbero mai potuto capire cosa stesse blaterando, ma apparentemente Gaius non lo stava nemmeno ascoltando.
«R-rayquaza. Perché lo vieni a chiedere a me, ah? Cosa ne potrei mai sapere io? E, maledizione, ci tenevo a questa provetta, ora dovrò ricominciare da capo. Comunque perché mai dovrei sapere qualcosa su questo Rayquaza? Follia!» e Merlin aggrottò le sopracciglia, fermando il fiume di parole senza senso che gli erano affluite alla bocca dato che bastava una sola persona che sputava parole senza senso e Gaius stava facendo un egregio lavoro già di suo.
Perché era Gaius quello che sembrava spaventato? E perché stava, evidentemente, mentendo?
«Perché sei un professore e studi i pokèmon e dovresti sapere tutto quello che c’è da sapere sul mondo dei po… e comunque, a chi altro dovrei chiedere?» perché non è che Merlin avesse così tanti amici.
Gaius sembrò calmarsi, allora, tornando a respirare ad un ritmo normale e Merlin smise di preoccuparsi – perché per un minuto Merlin avrebbe potuto giurare che Gaius stesse per avere un infarto «Beh, sì, ovviamente, certo…»
Gaius si abbassò a raccogliere i cocci della provetta e Merlin si affrettò ad aiutarlo, guardandolo di sottecchi.
«Quindi sai chi o cosa sia questo Rayquaza?»
«Ahi!» mormorò Gaius, tagliandosi il dito con un vetro. E Merlin avrebbe riso – perché Gaius era così trasparente – e invece si affrettò ad andare a prendere un cerotto.
«Forse è meglio se qui continuo io,» disse, tornando, e Gaius annuì, andandosi a sedere.
«Rayquaza è…» cominciò Gaius, ma si bloccò, voltandosi poi verso la scrivania e cercando qualcosa. Merlin lo guardò con la coda dell’occhio, continuando a raccogliere i pezzi di vetro e rischiando di tagliarsi a sua volta due o tre volte.
«Trovato!» esclamò, uscendo un pokèdex – non era uno di quelli nuovi, uno di quelli che Arthur prendeva in prestito da Gaius ogni volta che uscivano – era vecchio, Merlin pensava che probabilmente era uno dei primi modelli ad essere mai stato costruito.
Gaius lo aprì, cominciando a pigiare tasti a ripetizione, prima di annuire e allungarglielo. Merlin lo prese, incuriosito e vide l’immagine di un drago – o un serpente, non si capiva bene – verde a scaglie e sopra un nome: Rayquaza, pokèmon leggendario.
E Merlin aprì la volta uno o due volte, cercando qualcosa da dire, ma non ci riuscì. Un pokèmon leggendario! Questo era… questo era importante, era vero, era incredibilmente spaventoso perché non era un pazzo o una voce o uno scherzo, era un pokèmon leggendario.
Sua madre prima e Gaius poi gli avevano parlato di questi pokèmon unici nel loro genere, più potenti di qualsiasi altro pokèmon al mondo, che non sarebbero mai morti, che avrebbe continuato a vivere per sempre sorvegliando l’equilibrio dell’universo – o almeno, questo era quello che Merlin aveva capito – e lui aveva continuato a conversare con Rayquaza per tutto questo tempo.
Come se nulla fosse.
Continuò a leggere, come in trance, ma – probabilmente perché il pokèdex era vecchio e non aggiornato, probabilmente perché stavano parlando di un pokèmon leggendario – le informazioni riportate erano davvero poche e non abbastanza per lui.
“Rayquaza ha vissuto sopra l’atmosfera terrestre per milioni di anni, continuando a volare nello strato di ozono che circonda la terra, senza mai discendere al suolo” diceva e Merlin lo lesse due volte, prima di alzare lo sguardo.
«Ha vissuto? Perché, dove vive ora?» era una domanda normale, no? Insomma, da quello che diceva quel pokèdex Rayquaza poteva essere ovunque.
«Non lo so,» si limitò a rispondere Gaius, evitando di guardarlo negli occhi. E Merlin sapeva che stava mentendo, lo sapeva, glielo poteva leggere negli occhi.
Ma cosa poteva dirgli? Come poteva spiegargli il fatto che avesse un disperato disperato bisogno di sapere dove fosse, cosa volesse da lui. In che guaio si fosse cacciato.
Ma chiuse la bocca, tornò a guardare il pokèdex e cominciò a tremare leggermente, sperando che Gaius non se ne accorgesse.
«È sceso a terra,» disse dopo qualche minuto Gaius e Merlin non riuscì a capire di cosa stesse parlando, inizialmente.
«A terra? Vuoi dire, qui?» Gaius annuì, alzandosi e andando a prendere i pezzi di vetro della provetta, per andare a buttarli.
«Sì, è sceso qui, a terra, in molti l’hanno visto. E’ stato 50 anni fa, e poi è scomparso. Nessuno sa cosa gli sua successo. Nessuno lo sa, ma non a molti piace ricordare.»
Merlin avrebbe voluto chiedere “ricordare cosa”, ma Gaius era, probabilmente, una di quelle persone a cui non piaceva ricordare.
E Merlin si zittì, guardandolo andare via.
«Quiiiiindi, Rayquaza, eh? Nel senso di Rayquaza il pokèmon leggendario o uno strano caso di omonimia?» Merlin non ricevette risposta a quella domanda, e poteva anche capirlo, ma ora che sapeva con chi stava parlando esattamente non riusciva a mettere due parole decenti una dietro l’altra.
Non capitava certo ogni giorno di avere un pokèmon leggendario che ti parla telepaticamente.
«Posso chiederti cosa è successo cinquanta anni fa? Quando hai deciso di fare una gitarella fuori programma sulla terra?» chiese, prima di potersi trattenere e vide Absol alzare lo sguardo e Merlin avrebbe potuto giurare che lo stava guardando come se avesse voluto dargli lui la risposta e Merlin si chiese, esattamente, per quanto tempo vivesse un pokèmon-non-leggendario.
«Perché ti interessano i miei spostamenti, giovane allenatore? O qualcosa che è avvenuto prima che tu nascessi?» rispose Rayquaza, «dovresti interessarti maggiormente a cosa voglio ora che a questioni ormai dimenticate.»
«Gaius, il mio ehm, maestro, mi ha parlato di quando cinquanta anni fa sei sceso sulla terra ma non… non si è dilungato nei dettagli…» e Merlin li voleva tutti i dettagli, perché sembrava tutto così surreale e perché non ricordava di aver mai visto Gaius così sconvolto.
«Perché non ci sono dettagli da raccontare, giovane allenatore. E, inoltre, cosa ti fa credere che io voglia rispondere alle tue noiose domande?» e Merlin se ne risentì un poco perché tutto quello? Tutto quello era colpa di Rayquaza, era stato lui a cominciare – sempre che quello con cui stesse parlando fosse realmente Rayquaza e non beh, qualcos’altro.
«N-non avevo mai visto Gaius così…» provò, sentendo le parole venirgli a mancare.
«Non tengo alcun interesse per qualsiasi problema il tuo maestro abbia. Non ho alcuna voglia di ascoltare i problemi degli umani,» e disse l’ultima parola quasi sputandola, come se, se ci avesse impiegato troppo tempo a dirla, sarebbe rimasto infettato.
«E allora perché sei qui che tenti in ogni maniera di fare partire Arthur per il suo viaggio di formazione? Non ha senso! Sei un controsenso vivente!» urlò, perdendo la pazienza e Rayquaza sospirò, stanco.
E se Rayquaza era stanco, Merlin era esausto. Esausto di lottare giornalmente con una voce che nemmeno sapeva se esisteva; esausto di mentire e di nascondersi; esausto di tutto e niente. E Rayquaza non aveva la minima di idea di quanto fosse esausto.
«Questo e quello sono incredibilmente diversi, giovane allenatore, e credevo di essere stato chiaro in proposito.»
«Chiaro? Quando mai sei stato chiaro riguardo a qualsiasi cosa? Quando, perché mi piacerebbe saperlo! Doveva essere un minuto in cui io ero distratto, perché ricordo solo di averti sentito dire cazzate fino ad ora!» e non ce la faceva più, davvero, e voleva solo che lo lasciasse in pace o che gli disse la verità o che Arthur venisse e lo salvasse da tutta quella pazzia in qualche modo, perché Arthur l’avrebbe fatto, cacciandosi in un guaio ancora più grosso nel farlo, ma il punto non era quello.
«Hai finito, giovane allenatore?» e suonava accondiscendente, come se stesse cercando di non irritarlo e, davvero, questo era il limite: ora persino la voce nella sua testa lo trattava come un pazzo?
«Se hai finito,» riprese «la differenza risiede nell’importanza. Che il tuo maestro si comporti in maniera strana significa poco nel grande schema delle cose, che Arthur non parta per il suo viaggio capovolge l’intero sistema delle cose. Non puoi combattere il destino, Merlin, e questo è destino, destino nella sua forma più pura.»
Si interruppe per qualche secondo, come se stesse ricollegando i pensieri e poi ricominciò a parlare, trascinando Merlin con ogni parola «Se Arthur non partirà non potrà mai compiere il suo destino e diventare campione della lega pokèmon,» e Merlin dovette trattenere un attimo il respiro perché campione, tutto quello che Arthur aveva sempre desiderato e molto molto di più «e non potrà sconfiggere il Team Magical e salvare il continente di Albion dalla rovina.»
«Cos…? Aspetta che? Arthur sarebbe destinato a battere il Team Magical? No! No, è pericoloso! Tu sei pazzo, o io sono pazzo che t’immagino o…» Merlin lo sapeva, lo sapeva che se fossero partiti di lì Arthur non avrebbe perso tempo e sarebbe andato a cercare il Team Magical, lo sapeva e lo aveva più o meno accettato, ma andare a combattere i piani alti? Arthur, da solo? Oh no!
«Non sei tu, giovane allenatore, che decidi cosa possa o non possa fare qualcuno. Non sei tu che decidi quale sia il destino del giovane Pendragon, c’è qualcuno di più potente di te. Che diritto hai di fermare la crescita del tuo migliore amico?» e Merlin avrebbe voluto ribattere che non era colpa sua, che era Uther, era lui il cattivo, ma l’unica cosa che differenziava lui e Merlin era il coraggio di agire.
Merlin non ce l’aveva, anche se tenere Arthur al sicuro era tutto quello che voleva, tutto quello di cui aveva bisogno.
«E allora vai con lui e proteggilo, Merlin,» gli disse Rayquaza, e Merlin non sapeva se aveva detto le sue riflessioni ad alta voce o se quel maledetto pokèmon gli aveva letto nel pensiero e non gli importava.
«Ovviamente lo seguirò,» borbottò, perché non era questo il punto, questo non era nemmeno mai stato in discussione «vorrei solo…» che non mi facesse stare così tanto in ansia, che riuscisse a prendersi cura di sé stesso, che non corresse sempre dentro a cose più grandi di lui, che non cercasse di fare sempre l’eroe. Avrebbe voluto dire tutte quelle cose, ma nessuna di loro era vera e Merlin lo sapeva bene.
«È il suo destino, giovane allenatore, e prima te ne accorgerai, meglio sarà» gli disse Rayquaza, come saluto e Merlin rimase lì, Absol che gli si era appoggiato ad un fianco a pensare.
«Credi che io debba farlo, Absol?» lo chiese perché non lo sapeva, davvero, perché si sentiva solo e confuso e perso.
Absol lo guardò e Merlin, come al solito, non fu in grado di capire cosa volesse dirgli.
Absol se ne rincuorò, perché nemmeno lui sapeva cosa convenisse fare.
Le parole di Rayquaza continuarono a ronzargli in testa per giorni e Merlin decise di prendersi qualche giorno di “vacanza” per pensarci su bene. Non rispose a Rayquaza per i cinque giorni successivi passando tutto il suo tempo a guardare il vuoto, a rilassarsi un po’ con i suoi pokèmon e a tenere Arthur fuori dai guai.
Inaspettatamente, dopo tutto il tempo che ci mise a rifletterci su la soluzione arrivò attraverso qualcun altro. Tipico.
«No, cioè, puoi crederci?» disse Morgana, i capelli che ondeggiavano al vento e lo sguardo più furioso che Merlin le avesse mai visto – e Morgana che faceva paura anche quando era solo mediamente arrabbiata, in quel minuto era terrorizzante.
«Credere a cosa?» chiese Merlin, Ralts si appiattì ancora di più contro di lui, tremando di paura e Hunter – fifone di natura – ritornò direttamente nella sua sfera pokè. Merlin non poteva che invidiarlo.
«Uther! Ecco chi!» urlò, alzando le mani al cielo e Merlin sospirò.
Morgana e Uther litigavano tutto il tempo, era una cosa che tutto il paese sapeva. Nessuno sapeva bene perché, ma Morgana, sebbene non fosse sua figlia e sebbene non fosse nemmeno la sua figlia adottiva – non ufficialmente, comunque – era andata ad abitare a casa di Uther e Arthur quando suo padre era morto.
Quando qualcuno, un po’ più sfacciato, chiedeva a Uther come mai il capopalestra si limitava a dire che era un favore per un amico, un amico per cui avrebbe dato anche la vita, ma nessuno aveva mai visto Uther e il padre di Morgana assieme, mai.
In ogni caso, da quando Morgana era andata ad abitare con i Pendragon all’età di cinque anni, non c’era stato un solo giorno in cui lei e Uther non avevano litigato furiosamente e tutti, ormai, ci avevano fatto l’abitudine.
Per questo Merlin non capì subito che una tempesta era arrivata a concludere quei suoi cinque giorni di riposo, per questo Merlin non si preparò bene mentalmente in maniera da avere almeno una piccola piccolissima possibilità di far credere a Morgana che non ne sapeva assolutamente nulla e che sì, anche lui la trovava una cosa assolutamente immorale.
Invece Merlin rimase lì, rilassato e tranquillo e pronto a scavarsi la fossa da solo.
«Uther barava nei combattimenti con Arthur! Puoi crederci? Nei combattimenti con suo figlio!» e Morgana era così indignata, la sua proiettività nei confronti di Arthur che si mostrava in tutta la sua forza – perché non importava quanto potesse prenderlo in giro o divertirsi a rendergli la vita impossibile, quello era il suo Arthur e nessun’altro doveva osare toccarlo.
Merlin pensò per un attimo che anche lui avrebbe dovuto reagire allo stesso modo, che una parte di lui l’aveva anche fatto, ma era stata una parte piccola ed era stata presto seppellita dalla sua paura. Ma non era giusto, non era giusto per nulla.
Solo che aveva esitato troppo e lo leggeva negli occhi di Morgana e sapeva di essere fottuto. Incredibilmente fottuto.
«Tu… tu lo… tu lo sapevi?» mormorò, incredula, e Merlin avrebbe voluto nascondersi e dirle che sembrava peggio di come fosse, che non era come pensava lei, che Merlin stava avendo i suoi bei problemi, grazie, tutto quello che fece, invece, fu aprire la bocca e poi richiuderla poco dopo.
«…Io…» e davvero, cosa poteva dire?
«Tu lo sapevi! Lo sapevi! E non hai detto nulla! Hai guardato Arthur spaccarsi la schiena durante gli allenamenti, giorno dopo giorno, e non hai detto nulla!» e Merlin poteva quasi avvertire la sua rabbia e forse anche Morgana era un poco come lui, forse anche lei poteva fare accadere cose e Merlin si spaventò per un secondo.
«Ma Uther ha un poco di ragione! Arthur si farà ammazzare un giorno! Andrà ad aiutare qualcuno senza nemmeno rendersi conto in cosa si stia immischiando e si farà ammazzare e…» e Merlin sarebbe rimasto da solo e sarebbe stato così devastante, diamine. Il solo pensiero mandava Merlin nel panico.
«Quindi non hai detto nulla perché sei un codardo. Non è nulla di nuovo, Merlin, mi chiedo perché mi stupisco ancora, davvero,» e Merlin lo sentiva il suo disprezzo, il suo disappunto «come con i poteri, vero Merlin? Sei solo un fottuto codardo che non riesce nemmeno a credere nel suo migliore amico!»
E Merlin vorrebbe dirle che non capisce, che lei non potrà mai capire il terrore che a volte lo attanaglia, ma poi si rende conto che Arthur è il fratello di Morgana e probabilmente Morgana capisce. Ed è comunque più coraggiosa di lui.
Merlin è penoso.
«Non è così facile, non è così facile! Tu non hai nemmeno la minima idea di cosa mi sta succedendo attorno ultimamente!» ed era vero, nessuno aveva la minima idea di cosa stesse passando, nessuno «e va bene, sì, sono un codardo, non possiamo essere tutti coraggiosi come te. E poi non ti ho visto metterti davanti a lui e urlargli contro dei tuoi poteri. Perché Morgana, ah? Perché? Potevi dirgli dei tuoi poteri senza menzionare i miei. Perché non l’hai fatto?» e Merlin dovrebbe probabilmente fermarsi lì, lo sa, ma è stressato e c’è una voce nella sua testa che gli ripete ogni giorno come ogni scelta nella sua vita sia stata sbagliata e non ne può più «Non l’hai fatto perché anche tu, l’incredibile Morgana, hai paura qualche volta! Perché hai paura che ti lasci anche lui, ah? Perché sei una persona estremamente sola, Morgana, ah?»
Merlin si meritò lo schiaffo, lo sapeva, ma questo non lo rendeva meno doloroso.
Morgana non stava piangendo, perché Morgana non era un tipo che lasciava che gli altri vedessero quanto fosse ferita, quanto fosse fragile, ma era come se lo stesse facendo e Merlin non riuscì a trattenersi «Scusa…» mormorò, abbassando lo sguardo.
Morgana non disse nulla per qualche minuto e il silenzio non era mai stato così pesante tra di loro. La guancia di Merlin faceva ancora male e poteva vedere Morgana che muoveva le dita cercando di fare passare il fastidio.
«Dirò a Uther di smetterla, che io so. Non dirò nulla di te, puoi fare come ti pare per quanto mi riguarda. Mi fai schifo, Merlin,» e se ne andò, voltandogli le spalle e senza girarsi a guardarlo nemmeno una volta.
Merlin si portò le mani alla testa, gemendo e potè giurare di sentire una voce che, ridendo, diceva «Non puoi combattere il destino, giovane allenatore. Non importa quanto ci provi.»
E il fatto che probabilmente avesse ragione non faceva altro che renderlo ancora più arrabbiato.
«Credi che io abbia qualche possibilità domani, Merlin?» ed era strano sentire Arthur così insicuro – per la seconda volta.
«Più possibilità di quante tu ne abbia avute in questi anni,» ed era la verità, perché oggi Uther non avrebbe usato trucchi – Merlin ricordava gli occhi di Morgana ed era certo che Uther non avrebbe potuto barare di nuovo, non se ci teneva alla sua vita.
«Vorresti dire che le altre volte non avevo possibilità, Merlin?» chiese Arthur, trascinando le utile tre lettere del suo nome, come sempre, e Merlin sorrise.
«No, ma ho visto come ti sei allenato e ho visto come combatti e Arthur, questa volta vincerai.» E avrebbe dovuto vincere anche tutte le altre volte, perché Arthur era bravo, incredibilmente bravo.
Quello che gli mancava in strategia lo suppliva con la potenza e la perseveranza e la testardaggine – che evidentemente era un tratto necessario per entrare a far parte della squadra di Arthur.
E Merlin si rese conto che quello che gli aveva detto Rayquaza poteva diventare realtà: Arthur avrebbe potuto diventare il campione della lega. Arthur era forte e talentuoso e pazzo abbastanza.
«Vincerai di sicuro,» ripetè, perché ne era certo. Perché il destino di Arthur – non puoi scappare al destino, giovane allenatore – era grande e luminoso e lontano lontano da lì.
«Okay, ragazzina, puoi smetterla ora, ho capito!» disse Arthur, ma sorrideva e Merlin non l’aveva visto così felice in mesi. E improvvisamente ne valeva pena.
Per quell’espressione ne valeva la pena.
Non appena entrarono nella palestra Merlin si rese conto che Uther sapeva che Arthur avrebbe vinto, che non ne aveva il minimo dubbio. Morgana, attenta come un’aquila, era seduta negli spalti, pronta ad intervenire nel caso Uther o qualsiasi altro avessero provato qualcosa di strano e non appena lui e Arthur entrarono salutò il suo fratellastro con un sorriso e non degnò Merlin nemmeno di uno sguardo. Poteva andare peggio, poteva cercare di incenerirlo – di nuovo – Merlin si considerava fortunato.
«Cambiamo le regole per oggi, Arthur,» disse improvvisamente Uther, uno sguardo risoluto sul viso, e Merlin guardò il capopalestra confuso «utilizzeremo tre pokèmon a testa, il capopalestra non potrà cambiare pokèmon nel mezzo del duello.»
Merlin si rese conto che quelle erano le regole per una qualsiasi lotta in una palestra, che quello scontro era davvero l’ultimo. Era quello ufficiale.
Evidentemente se ne rese conto anche Arthur che guardò il padre come se gli avesse appena fatto il regalo più bello del mondo – oh, Arthur – ma cercasse in ogni modo di nasconderlo.
«Per me va bene, certo,» acconsentì dunque Arthur e Uther fece un cenno con la testa al giudice.
«La battaglia per la conquista della Medaglia Corona sta per cominciare, il capopalestra Uther Pendragon si scontrerà contro l’allenatore Arthur Pendragon in uno scontro tre contro tre. Il capopalestra sceglie il primo pokèmon!» disse il giudice e Merlin sentì il cuore battergli in gola. Era stupido, davvero, ma poteva vedere Morgana, dall’altra parte della palestra, nervosa quanto lui.
Si chiese, per l’ennesima volta, come fosse riuscito Arthur a renderli tutti così invischiati nel suo sogno.
Poi non ebbe il tempo di chiedersi più nulla perché Uther lanciò la prima pokèball e Garchomp apparve, ruggendo.
Arthur sembrò rifletterci qualche secondo prima di prendere a sua volta una sferapokè e lanciarla sul campo. Poliwrath, una buona scelta.
La pietra acqua che aveva fatto evolvere Poliwhirl era stata un regalo di Gaius, per i suoi 15 anni e Arthur l’aveva adorato.
In ogni caso Poliwrath era uno dei pokèmon più forti di Arthur e Merlin era certo che non avrebbe avuto problemi con Garchomp – se Arthur non si fosse lanciato in una delle sue strategie senza capo né coda, ovviamente.
«Garchomp, vai, lacerazione!» urlò Uther, improvvisamente, e il combattimento era iniziato.
Merlin non riusciva a staccare gli occhi dal campo mentre Poliwrath evitava l’attacco e ricambiava con un bollaraggio, che Garchomp evitò agilmente.
«Poliwrath, pantanobomba!» e questa volta Garchomp non riuscì ad evitarlo, risentendo il colpo e mentre cercava di togliersi il fango dagli occhi, Poliwrath attaccò di nuovo «bene e ora Sottomissione!»
Evidentemente Arthur sperava di concludere il primo scontro in fretta e quando Poliwrath sbatté a terra Garchomp, ricevendo egli stesso dei danni, Merlin pensò che forse ci era riuscito.
Il pokèmon drago si rialzò però, digrignando i denti e Uther annuì, soddisfatto, «Turbosabbia, ora, e poi dragoartigli!»
Questa volta fu il turno di Poliwrath che, troppo vicino a Garchomp, non riuscì ad evitare il turbosabbia e, di conseguenza, non riuscì a vedere il colpo successivo, venendo sbalzato contro la parete.
Era stato un duro colpo e per qualche secondo l’intera palestra, tranne Arthur, trattenne il fiato. Poliwrath si rialzò quasi immediatamente, instabile sulle gambe ma comunque in piedi e Arthur non sembrò nemmeno un poco sorpreso – e Merlin ipotizzò che Poliwrath fosse in piedi per pura testardaggine, nulla di più.
«Okay, Poliwrath, sei pronto?» Arthur la pose come fosse una domanda retorica, perché nessuno dei suoi pokèmon poteva non essere pronto, non quel giorno.
«Ancora in piedi?» chiese Uther per poi annuire «allora Garchomp, terrempesta!» E Merlin pensò, mentre nella palestra cominciava a crearsi una vera e propria tempesta di sabbia, che la situazione stava diventando critica. Guardò verso Arthur, spostando gli occhi dai due pokèmon per la prima volta, ma Arthur non era per niente preoccupato. Il che voleva dire o che aveva un piano o che era uno stupido pomposo pieno di sé. Ed entrambe le cose erano possibili.
«Poliwrath, pioggiadanza!2» e Merlin quasi si mise a saltare sul posto perché sì, era una buona strategia, era un’ottima mossa!
E la tempesta non ebbe nemmeno il tempo di formarsi prima che una pioggia incessante la domasse e Merlin sapeva che, a quel punto, Poliwrath aveva vinto.
«E ora, Poliwrath, idropompa!» urlò Arthur e se, normalmente, idropompa era una mossa potente, sotto l’effetto della pioggia che continuava a cadere incessante sul campo, divenne praticamente invincibile e Garchomp si ritrovò a terra incapace di combattere.
«Garchomp è incapace di combattere, vince lo scontro Poliwrath!» dichiarò il giudice e Uther richiamò il pokèmon nella sua pokèball mentre Arthur cercava di nascondere la sua soddisfazione.
«Okay, ora vai, Dragonite!» Dragonite era uno dei pokèmon migliori di Uther. L’incontro, per Uther, cominciava ora.
«Te la senti di continuare, Poliwrath? O preferisci essere sostituito? » chiese Arthur, preoccupato per l’instabilità del suo pokèmon, ma Poliwrath non aveva alcuna intenzione di tirarsi indietro fino all’ultimo secondo e negò con la testa.
Testardi, erano tutti dei testardi allucinanti. Ma Arthur sorrise, fiero, e Merlin non riuscì davvero a fargliene una colpa a Poliwrath.
«Okay allora, Poliwrath, bollaraggio!» ma Dragonite schivò, elegantemente, e nonostante la pioggia continuante incessante, Dragonite non aveva alcun problema a volare, veloce come al solito.
«Dragonite,» e Uther lasciò per un attimo la frase in sospeso, come gustandosi la vittoria «tuono pugno!»
Per un attimo Merlin pensò “oh, è vero, Dragonite ha anche una mossa di tipo elettro” e si distrasse proprio nel momento in cui, un Poliwrath sfinito ed elettrizzato crollò a terra.
Arthur richiamò il suo pokèmon immediatamente mentre il giudice dichiarava Poliwrath incapace di combattere.
«Okay, vai Luxio!» Luxio andava bene, poteva usufruire della pioggia danza e, allo stesso tempo, aveva un vantaggio su Dragonite. Luxio era una buona scelta, Arthur si stava comportando meglio di molte altre volte.
«Dragonite, ira di drago!» e Luxio evitò l’attacco, proprio all’ultimo secondo, anche se non completamente.
«Luxio, sgranocchio!»
«Evità con agilità, Dragonite!»
I due pokèmon continuavano ad evitare attacco dopo attacco, ma era ovvio a tutti che quello che stava perdendo quello scontro era Luxio e Melin si chiese cosa avesse in mente Arthur, sempre che avesse in mente qualcosa, ovvio.
E poi Merlin se ne rese conto. Carica.
Ecco perché, nonostante tutto, non aveva ancora fatto utilizzare nessuna mossa elettrica a Luxio, lo stava facendo caricare! E nessun’altro sembrava essersene accorto.
La pioggia, intanto, stava cominciando a diradarsi, era quasi scomparsa e fu allora che Arthur ghignò e Luxio cominciò a risplendere.
«Okay Luxio, ora fulmine!» e con gli ultimi residui della pioggiadanza, la carica elettrica al massimo, Dragonite venne investito in pieno da un fulmine incredibilmente potente.
Arthur aveva programmato tutto, il mandare in scena per primo Poliwrath e l’utilizzare Pioggiadanza, mandare poi Luxio per servirsi dell’acqua per amplificare il suo attacco.
Arthur, quello che non sapeva nemmeno come si scrivesse la parola strategia.
«Dragonite non è più in grado di combattere, vince lo scontro Luxio,» disse il giudice e Merlin si sentì così felice per il suo amico. Arthur stava vincendo e non c’era nessuno lì che l’avrebbe fermato quella volta.
«Siamo all’ultimo pokèmon, allora. Vai Charizard.»
Charizard – o meglio, Charmender – era stato il primo pokèmon di Uther tanti anni fa quando aveva cominciato il suo viaggio. Arthur gliel’aveva detto spesso. Charizard era il pokèmon più fidato di Uther, quello che aveva resto la palestra di Camelot così famosa.
«Luxio?» chiese Arthur, perché nonostante la sua strategia fosse ottima, il suo pokèmon aveva ricevuto ingenti danni. Ma Luxio scosse la testa e puntò le zampe sul terreno e Arthur rise «Okay, okay, nessun bisogno di arrabbiarsi!»
Uther seguì lo scambio con un sorriso, ma Merlin poteva quasi vedere quanto stesse soffrendo. Una parte di Merlin lo capiva e sapeva, sapeva che dopo Charizard tutti gli sforzi che aveva fatto Uther per tenere Arthur al sicuro sarebbero andati in fumo, ma ora come ora non gliene importava perché era così eccitato per quello scontro che non riusciva a pensare al dopo o ai pericoli o qualsiasi altra cosa.
Arthur era nato per essere un allenatore di pokèmon, il migliore che fosse mai esistito.
Merlin l’aveva sempre saputo, ma aveva preferito non riconoscerlo, perché Arthur sarebbe diventato irraggiungibile quando questo fosse successo. E a Merlin il pensiero non piaceva.
Luxio non durò molto contro Charizard, ma riuscì a paralizzarlo leggermente grazie a tuononda e Arthur richiamò indietro Luxio ringraziandolo per quello che aveva fatto.
Toccava all’ultimo pokèmon, ora, e Merlin non aveva la minima idea di chi potesse essere.
Nidorino, tra i tre che gli mancavano, era la scelta peggiore. Tra Bagon e Growlithe, però, non sapeva davvero chi sarebbe stato meglio.
Se Merlin ci avesse pensato un attimo, però, gli sarebbe stato chiaro quale pokèmon avrebbe scelto Arthur. E quando Growlithe fece la sua apparizione in scena, Merlin sapeva che non c’era alcuna strategia dietro.
Growlithe era stato il suo primo pokèmon ed era ovvio che Arthur l’avrebbe scelto per combattere il primo pokèmon di suo padre.
Era una scelta semplice nella mente di Arthur.
I due pokèmon erano alla pari, entrambi pokèmon di fuoco con le stesse resistenze e gli stessi vantaggi. Su un campo puramente tecnico erano alla pari.
Ma Charizard aveva più esperienza ed era, indiscutibilmente, più forte da un mero puro di vista tattico. Si era evoluto due volte, raggiungendo il picco del suo potere, Growlithe al contrario era piccolo e giovane e sconsiderato, esattamente come Arthur. E avrebbe vinto, Merlin se lo sentiva.
Lo scontro cominciò immediatamente quando entrambi i pokèmon attaccarono con un lanciafiamme che si andarono a scontrare a mezz’aria, creando una piccola esplosione.
E poi Charizard era in volo e Growlithe continuava a cercare di prenderlo con lanciafiamme, senza riuscirci.
«Attacco d’ali, Charizard!» urlò Uther, mentre il pokèmon drago scendeva in picchiata.
«Growlithe, agilità e poi morso!» rispose Arthur e mentre Growlithe evitava l’attacco di Charizard si portò alle sue spalle, mordendogli un’ala.
Charizard urlò di dolore, ma colpì Growlithe con la sua coda, sbalzandolo via e nello stesso momento lo colpì con un attacco lacerazione.
Growlithe rotolò a terra, gemendo per il dolore, ma si rimise in piedi, immediatamente, come se non fosse mai stato colpito.
Arthur non si preoccupò di controllare il suo stato, perché non poteva permettersi di ritirarsi, non quella volta. E Merlin lo capiva.
Growlithe si lanciò poi in avanti, con Arthur che lo spronava e Charizard, che non poteva volare per il dolore all’ala si preparò ad accoglierlo ruggendo.
«Growlithe, riduttore.»
«Charizard, lanciafiamme.»
E quando il lanciafiamme di Charizard impattò con Growlithe ci fu una piccola esplosione, di nuovo, e nessuno fu in grado di vedere cosa fosse successo, chi avesse vinto.
Un grande polverone copriva la visuale dei due pokèmon e tutti rimasero con il fiato sospeso.
Merlin, però, sapeva già il risultato, poteva avvertire la forza dei due pokèmon e così anche Morgana.
E quando il piccolo Growlithe, ansimante, abbaiò soddisfatto sopra un Charizard svenuto, Merlin e Morgana sorrisero e Arthur si gettò in avanti, andando ad abbracciare il suo pokèmon.
Era ufficiale, sarebbero partiti.
Uther diede ad Arthur la medaglia corona e gli mise una mano sulla spalla, dicendogli che era fiero di lui e Morgana continuò a guardarlo male per tutto il tempo – o almeno, quando non era impegnata a guardare male lui.
Arthur era raggiante, quasi risplendeva di luce propria e tutti i suoi pokèmon erano fuori dalla sfera, insieme a lui, a festeggiare.
«Finalmente ce l’abbiamo fatta, Merlin,» gli disse Arthur, quella sera, alla festa che Morgana aveva organizzato.
«Ce l’hai fatta, Arthur,» disse di rimando Merlin, perché lui non aveva fatto nulla. Lui aveva solo ostacolato Arthur sempre e comunque, ma da quel minuto in poi sarebbe cambiato.
E sapeva da dove doveva cominciare…
«Senti…» disse, ma si accorse che non era stato il solo ad aver cominciato a parlare e Arthur scoppiò a ridere.
«Vai prima tu» si affrettò a dire Arthur, ma Merlin avrebbe dato qualsiasi cosa per ritardare quello che doveva dire quindi negò.
«No no, vai tu, davvero.» Merlin doveva ancora pensare bene a come dirglielo perché se se ne fosse uscito con un “sai, ho dei poteri magici”, nemmeno Arthur, che lo riteneva la persona più stramba sulla faccia della terra, gli avrebbe creduto.
Quindi si sarebbe preso il tempo necessario per formulare la frase bene, nella sua mente.
«Tu credi… credi che io possa farcela?» era una domanda sincera la sua, ma Merlin non riusciva a capire a cosa si riferisse.
«A fare che?» gli chiese, quindi, e Arthur abbassò lo sguardo, le guance colorate e cominciò a mordersi il labbro inferiore.
«Nulla, lascia perdere, non è niente» e Merlin capì e avrebbe voluto ridere perché la prima risposta che gli era venuta alla bocca era “secondo la voce nella mia testa il tuo destino è di diventare campione della lega, sai?“
«Ce la farai.» Disse questo invece assolutamente convinto per la seconda volta quella giornata, perché anche se Rayquaza non gliel’avesse detto, Merlin non avrebbe avuto alcun dubbio. Non dopo aver visto il combattimento di oggi. Non dopo aver visto tutti gli estenuanti allenamenti a cui si era sottoposto.
«Non ne puoi essere sicur…» ma prima che Arthur potesse finire la frase Merlin parlò di nuovo, la stessa sicurezza nella voce.
«Ce la farai. Ne sono sicuro,» e lo era, davvero, ma Arthur lo guardò, incredulo e scoppiò a ridere, passandogli un braccio dietro le spalle.
«Tu sei una persona assurda, Merlin, sei un enigma, davvero,» e poi fece una paura, a tornò immediatamente serio «ma grazie, Merlin. Se lo dici tu, mi fido. Tu sei un po’ come Morgana, voi mi dite sempre tutto in faccia, anche se potreste davvero evitare, a volte.»
E Merlin sentì il peso e il significato di quelle parole che cominciavano a farsi spazio dentro di lui. Arthur si fidava di lui perché Merlin non gli aveva mai mentito e oh, non era vero.
Non era assolutamente vero, Merlin era il bugiardo più bugiardo sulla faccia della terra.
Un bugiardo che non si era fidato di Arthur. Perché Arthur era passionale ed eroico, ma anche stupido e un pallone gonfiato e agiva prima di riflettere e Merlin aveva paura che, nel momento in cui avrebbe scoperto i poteri di Merlin, per un solo singolo istante, l’avrebbe disprezzato.
Anche se poi sarebbe tornato tutto alla normalità, anche se poi Arthur l’avrebbe protetto in quella maniera stupida e goffa con cui proteggeva Absol ogni volta che il paese
partiva per una delle sue spedizioni punitive. Anche in questo caso, Arthur l’avrebbe disprezzato per un lungo minuto e Merlin non avrebbe mai potuto dimenticarlo.
«Beh, qualcuno deve pur dirti che sei uno stupido snob pallone gonfiato, bisogna prepararti ad accettare la verità,» rispose allora, cercando di farsi tremare la voce e Arthur gli cinse il collo con un braccio e lo costrinse a piegarsi in avanti, mentre con una mano gli scompigliava i capelli.
«Ah-ah-ah, spiritoso Merlin, molto spiritoso,» e Merlin si sentiva bene in quel secondo, meglio di quanto fosse mai stato.
E quando, dopo averlo rilasciato, Arthur gli chiese cosa volesse dirgli, poco prima, Merlin mentì.
«Me lo sono scordato, non doveva essere nulla d’importante comunque,» e Arthur rise, dicendogli che, se non l’avesse avuta attaccata al collo, si sarebbe dimenticato anche la testa da qualche parte.
E Merlin pensò che sarebbe stato bello potersi dimenticare la sua testa piena di poteri strani e voci misteriose da qualche parte.
Sarebbe stato bello.
Per andare da Camelot alla città vicina c’era una strada da percorrere, piena di pokèmon selvatici e allenatori e Merlin e Arthur l’avevano percorsa così tante volte nel corso della loro vita che ormai la sapevano quasi a memoria.
Ma quel giorno era diverso.
Arthur aveva uno zaino più grosso del solito in spalla e Growlithe, libero accanto a lui, continuava a trotterellare eccitato un po’ ovunque. Morgana era con loro, dopo che aveva insistito perché si unisse anche lei al viaggio e nessuno aveva davvero potuto ribattere nulla perché il pensiero di Morgana e Uther soli a casa faceva paura un po’ a tutti.
E Merlin aveva ancora il pokèdex che Gaius gli aveva dato – “non vedo perché solo Arthur debba averne uno. Eccone uno per te e uno per Morgana, buona fortuna, Merlin” – e Absol sembrava più felice del solito al pensiero che non sarebbero più dovuti tornare a Camelot per molto molto tempo.
La situazione tra lui e Morgana non era cambiata di una virgola nella settimana che aveva preceduto la partenza, nonostante Merlin avesse provato molte volte a parlarle.
Morgana non poteva perdonarlo e Merlin non aveva alcun diritto di pretendere che lo facesse, lo sapeva. Perché aveva detto una cosa così cattiva che ancora si chiedeva come era potuta uscirgli e la cosa peggiore era che, nel secondo in cui l’aveva pronunciata, Merlin voleva ferirla, voleva farle male, perché Merlin stava soffrendo e non era giusto che fosse sempre e solo lui.
Persino Arthur aveva colto gli sguardi di ghiaccio che Morgana aveva continuato a rivolgere a Merlin in quella settimana e quando furono quasi arrivati in città, Arthur si fermò e si voltò verso gli altri due.
«Vi siete resi conto, vero, che stiamo per imbarcarci in un viaggio per tutta la regione di Albion, giusto?» chiese, serio e Merlin non capiva dove volesse arrivare.
«No, Arthur, pensavo dovessimo andare a fare shopping,» rispose Morgana, annoiata, ma Arthur non la degnò nemmeno di uno sguardo.
«E vi rendete conto che questa è l’esperienza più importante della mia vita? Quello che ho sempre sognato da quando sono nato, giusto?» e né Merlin né Morgana dissero niente dopo quello, ma Arthur non si aspettava una risposta e continuò «e non ho intenzione di farmela rovinare perché voi due avete avuto uno screzio amoroso o chissà che e no, non m’interessa sapere cosa.»
I due ebbero la decenza di mostrarsi pentiti perché Arthur aveva ragione, lo sapevano, ma non sapevano come aggiustare la situazione.
«Quindi io ora andrò in città, da solo,» e Merlin stava per protestare perché non avrebbe mai permesso che Arthur partisse per questo viaggio da solo, ma Arthur continuò «e voi due rimarrete qua e risolverete questo qualsiasi cosa sia e poi mi raggiungerete al centro pokèmon. Siamo d’accordo?»
Merlin avrebbe voluto dirgli che no, non erano d’accordo, perché conoscendo Arthur gli sarebbe successo qualcosa in quei venti minuti, ma non poteva davvero protestare. Morgana annuì, semplicemente, e Arthur sorrise, fiero di sé.
«Bene, e non azzardatevi a venire se prima non vi siete chiariti!» decretò «andiamo Growlithe.»
E si allontanò, il suo pokèmon che gli trotterellava fieramente dietro.
Merlin alzò lo sguardo verso Morgana che si stava impegnando per guardare ovunque tranne che nella sua direzione e sperò che Arthur fosse pronto ad aspettare un bel po’.
Merlin fu il primo a parlare, aveva senso, dopotutto era lui quello che aveva sbagliato – lo riconosceva, non era così stupido da credere di essere mai stato davvero nel giusto.
«Senti, Morgana… Arthur ha ragione…» lo disse sapendo che lei stava pensando la stessa identica cosa. Merlin non avrebbe mai lasciato che Arthur partisse da solo, Arthur non sarebbe mai tornato indietro e Morgana non sarebbe mai tornata a Camelot senza Arthur; erano dentro un circolo vizioso senza altra soluzione se non continuare quel viaggio tutti e tre assieme, ma non potevano farlo continuando a litigare tutto il tempo o continuando ad ignorarsi, non solo per la loro sanità mentale, ma anche per il bene di Arthur e del suo viaggio.
«Lo so,» gli rispose infatti Morgana, voltandosi finalmente a guardarlo «e, se devo essere sincera, posso capirti, Merlin. Sono terrorizzata, perché Arthur è un cretino e ha questa capacità innaturale di attirare guai, ma quello che Uther ha fatto, quello che tu e Uther avete fatto: è sbagliato.»
Questa volta toccò a Merlin dire «Lo so,» perché era la verità e Merlin l’aveva sempre saputa, ma non era riuscito a fermarsi e non aveva davvero fatto qualcosa, dopotutto, si era limitato a non fare nulla, che non era esattamente fare qualcosa, era l’esatto contrario. O almeno, questa era la scusa che si era dato e funzionava alla grande.
«E avevi ragione…» disse poco dopo Morgana e Merlin non riuscì a trattenersi.
«Sì?» perché non ricordava di aver detto qualcosa di giusto, mai.
Probabilmente il suo tono rispecchiava la sua incredulità perché Morgana rise un poco – e oh, era la prima volta che l’aveva vista ridere di fronte a lui dal giorno della litigata - «quando hai detto che anche io avevo paura. Che non avevo ancora detto nulla ad Arthur dei miei poteri perché avevo paura. Avevi ragione, ho semplicemente preso te come scusa per nascondere anche io la verità. Hai ragione, sono una codarda anche io.»
Merlin aprì la bocca per dirle che erano sciocchezze, che non aveva mai incontrato nessuno più coraggioso di Morgana – perché lui non sapeva cosa avrebbe fatto se tutti e due i suoi genitori fossero morti, voleva bene a Gaius, ma la sola idea di perdere sua madre lo terrorizzava – ma Mogana lo zittì con un gesto della mano.
«Non contraddirmi, Merlin, potrei arrabbiarmi di nuovo,» ma sembrava più tranquilla ora, come se si fosse tolta un peso dallo stomaco.
Merlin, però, doveva fare lo stesso, non era giusto che fosse solo Morgana ad ammettere i suoi sbagli.
«Non avevo alcun diritto di dirti quelle cose Morgana,» cominciò dunque, ignorando Morgana che provò ad interromperlo – probabilmente per dirgli che non importava perché ci aveva preso in pieno - «no! Non ne avevo alcun diritto. Non so cosa hai passato, non riesco nemmeno ad immaginarlo e… Morgana, ti ammiro molto, davvero. E beh, magari essere un po’ codardi una volta ogni tanto non fa male, insomma, avere paura certe volte rende più saggi. E ho una prova a supportare la mia teoria: Arthur.»
Morgana rise, e Merlin capì che le cose sarebbero tornate a posto, che Morgana in fondo l’aveva già perdonato «Già, se Arthur a volte capisse cosa voglia dire avere paura forse ci penserebbe due volte prima di rischiare l’osso del collo ogni tre secondi.»
Merlin annuì, fiero che Morgana avesse immediatamente capito il suo ragionamento.
«E a proposito: forse dovremmo andare, temo cosa abbia potuto fare Arthur da solo tutto questo tempo…» disse, fingendo una preoccupazione eccessiva.
Morgana lo ricompensò con un altro sorriso e Merlin pensò che, per una volta, Arthur aveva avuto un’idea saggia.
Merlin era quasi arrabbiato. Anche senza il quasi.
Perché Merlin? Merlin scherzava.
Poi erano arrivati al centro pokèmon e Arthur aveva un pacco di ghiaccio sulla fronte e una ragazzina continuava a ripetere che Arthur era il suo eroe ed era stato incredibile e una serie di urletti che Merlin non era riuscita a decifrare.
«Tre minuti, Arthur, ti abbiamo lasciato da solo tre minuti e tu ti sei andato a spaccare la testa da qualche parte!» strillò Merlin e sì, probabilmente suonava un po’ come una ragazzetta isterica, ma non è che gli importasse molto.
«E questo vuol dire che devi avere sbattuto molto forte, perché gli stupidi hanno la testa dura e tu sei il re degli stupidi,» incalzò Morgana, che suonava decisamente più controllata e tranquilla di lui ed era ingiusto, perché Merlin sapeva che non era così.
«Smettila con le paroline dolci, Morgana, potrei commuovermi,» rispose Arthur, ghignando verso la sorellastra «e Merlin, sto bene. Respiro, parlo, riesco a capire i tuoi urletti, è stata solo una botta.»
E Merlin avrebbe voluto dirgli che non era quello il punto! Che Arthur doveva smetterla comunque, perché non faceva bene al suo cuore e comunque che è successo? Ma non riuscì a dire nulla, se non mugugnare frasi senza senso.
Morgana, ancora una volta, lo batté e cominciò a parlare come se sul ghiaccio che tamponava la fronte di Arthur non ci fosse un po’ di sangue. Oddio.
«Cosa è successo, comunque, Arthur? Che stupidaggine hai fatto questa volta?»
«Arrivando qui, nel sentiero, ho incontrato questa ragazzina che veniva importunata da dei brutti ceffi,» cominciò a spiegare Arthur e Merlin pensò che era ovvio, che Arthur era fin troppo cavaliere per capire che infilarsi in una rissa 4 contro 1 non era sempre l’idea migliore e che poteva tornare indietro e chiamarli «e sapete chi erano? Erano degli scagnozzi del Team Magical, questi bastardi! E volevano - ehm, cos’è che volevano esattamente?» e Arthur si voltò verso la ragazzina, aspettando una risposta e oh, perfetto, Arthur non sapeva nemmeno in cosa si fosse immischiato.
«Volevano –mi hanno chiesto - » tentennò la ragazza, guardandoli tutti di soppiatto. Che non si fidasse di loro? Che senso aveva? Arthur era il suo cavaliere azzurro o qualcosa di simile, perché sembrava improvvisamente così spaventata? «volevano i miei pokèmon, ecco! Volevano prendersi i miei pokèmon e non importava quanto rifiutassi, loro continuavano ad insistere.»
Merlin non era convinto al 100% e non solo per il tono della ragazza: lei non sembrava esattamente un’allenatrice famosa o brava, in ogni caso, anzi tutto il contrario. Perché avrebbero avuto interesse nel rubarle i pokèmon?
Ma Arthur non aveva colto alcuna di queste cose e Merlin non si sorprese nemmeno troppo.
«Ecco, sì, quindi mi sono messo in mezzo e improvvisamente abbiamo cominciato a combattere – e li ho battuti alla grande, ovviamente, ma loro se la sono data a gambe subito dopo. Questo è tutto.»
Arthur chiuse il racconto alzando le spalle.
Merlin aggrottò le sopracciglia, però, perché mancava qualcosa «E lo sbattone alla testa?»
Arthur non rispose immediatamente alla domanda, si guardò a destra e poi a sinistra e mugugnò un «non ha importanza…» che misero Merlin sull’attenti.
C’era una cosa che chiunque conoscesse Arthur sapeva: quando Arthur cominciava a mugugnare voleva dire che era successo qualcosa, spesso qualcosa di assolutamente ridicolo.
Morgana, un sorriso malefico in volto, doveva essere arrivata alla stessa identica conclusione «No no, Arthur, devi dircelo! Potrebbe essere grave e noi dobbiamo sapere cosa l’ha causato!»
Arthur arrossì, imbarazzato e prima che potesse inventarsi una frottola o dire ai due di lasciare perdere, la ragazza cominciò a parlare «Beh, è stata colpa mia, sono stata io che l’ho chiamato mentre correva e l’ho distratto. Si è voltato verso di me e…» Arthur provò a fermarla, ma la ragazza continuò imperterrita, un sorriso inebetito sul viso «… non ha visto l’albero.»
Merlin e Morgana guardarono la ragazza negli occhi per qualche minuto prima di registrate cosa avesse detto. Poi scoppiarono a ridere.
«Cioè, hai scacciato quattro elementi del Team Magical senza farti nulla e poi sei andato a sbattere contro un albero mentre li inseguivi?» Merlin era incredulo e divertito.
«Io… vi odio,» borbottò Arthur, imbarazzato e Merlin scoppiò a ridere ancora più forte. Tutto quello era così incredibilmente Arthur che non potè fare a meno di provare un affetto incondizionato verso quell’idiota del suo migliore amico.
Quella fu la prima volta che Arthur ebbe a che fare con il Team Magical. Purtroppo non fu l’ultima, anche se Merlin aveva pregato con tutte le sue forze che lo fosse.
Arthur era un bravo allenatore. No, un allenatore incredibile, Merlin lo sapeva già e sapeva anche quanta passione ci mettesse nei suoi allenamenti.
Eppure, quando finalmente lasciarono la loro prima città – Arthur completamente rimesso – ed entrarono nel bosco, Merlin non poté fare a meno di pensarlo ogni volta che Arthur batteva chiunque lo sfidasse.
Non sapeva se ci fosse una ragione per cui tutti sentivano questo impellente desiderio di sfidare chiunque gli capitasse sott’occhio, ma Arthur ricevette una quantità tale di sfide che lasciarono Merlin quasi impressionato.
E le vinse tutte, senza eccezioni, come se quelli che lo sfidavano non fossero altro che insetti fastidiosi.
Perché loro non erano un capopalestra e non erano Uther Pendragon e dopo che Arthur aveva sconfitto suo padre e guadagnato la medaglia corona tutti gli altri non erano che allenatori mediocri.
E presto Arthur divenne famoso, in un certo qual modo, e gli allenatori che incontrarono alla fine del bosco non lo sfidavano più solo per questa loro fissa di sfidare chiunque.
Lo sfidavano perché Arthur Pendragon era un bravo allenatore. Un allenatore incredibile.
E Merlin si sentiva importante perché lui? Lui già lo sapeva, lui lo aveva saputo molto prima di tutti loro.
La prima palestra – beh, la seconda teoricamente – arrivò in un lampo. Erano arrivati in città da pochi minuti quando, cercando il centro pokèmon avevano visto la palestra.
Arthur aveva già deciso che avrebbe affrontato il capopalestra solo l’indomani – erano tutti troppo stanchi e avevano affrontato troppi combattimenti nella foresta – ma quando i suoi occhi si posarono sull’edificio Merlin poté quasi sentire la sua voglia di fregarsene ed entrare comunque.
Morgana, che doveva essersene accorta anche lei, sbuffò – anche se Merlin sapeva che se non fosse stata così stanca, se tutti loro non lo fossero stati, avrebbe detto ad Arthur di entrare, di battersi quel giorno stesso - «Non pensarci nemmeno, Arthur, ho bisogno di trovare un letto. Domani potrai dimostrare che sei il bambino più bravo di tutto il quartiere, ma non ora.»
Arthur si girò e Merlin dovette trattenersi dal ridere «Ma…»
«Niente ma, Arthur,» lo interruppe Morgana, cominciando già a camminare «e non provarci, tenere il muso con me non funziona.»
«Cos…? Io non stavo tenendo il muso!» cercò di difendersi Arthur voltandosi verso Merlin in cerca di supporto «è assurdo, io non metto il broncio, vero, Merlin?»
A quel punto Merlin si avvicinò, studiandolo attentamente «Eppure a me, quello, sembra tanto un broncio…»
«Ti odio, Merlin. E odio anche te, Morgana. Vi odio tutti! Dovrei continuare questo viaggio da solo!» urlò Arthur, melodrammaticamente, alzando le braccia al cielo e cominciando ad andare dietro Morgana, Growlithe che sospirava al suo fianco.
Lui e Arthur avevano preso l’abitudine di lasciare Growlithe e Absol liberi, la maggior parte del tempo, come tutti gli altri loro pokèmon. Era una cosa normale al villaggio, meno in quel viaggio, ma a volte lo facevano comunque.
«Se provassi ad andare senza di noi moriresti, Arthur, o ti perderesti per strada. Tu sei il belloccio, io sono la mente e Merlin è lo chaperon,» spiegò Morgana e Merlin avrebbe voluto protestare, ma Morgana si voltò verso loro due, esasperata «e ora, per favore, per favore, andiamo a cercare questo dannato centro pokèmon. Ho bisogno di un letto e Drowzee ha bisogno di essere curato.»
Sia Merlin che Arthur si zittirono a quel punto, troppo spaventati per dire davvero qualcosa.
Se c’era qualcosa di più terrificante di Morgana era Morgana Molto Molto Stanca.
Abituarsi alla completa mancanza di privacy non era stato poi così difficile. Non c’era molto spazio, Merlin lo sapeva, e condividere la stanza al centro pokèmon e la tenda quando si accampavano fuori era una necessità e Merlin – ma soprattutto Arthur e Morgana – avrebbe dovuto abituarsi in fretta se non voleva uscire di testa.
Il cambiamento era stato più facile per Merlin che per gli altri due: Merlin non era abituato ad avere una camera molto grande o una casa molto grande – quella di Gaius comprendeva le due camere da letto, la cucina, un bagno e il salone – e Merlin era abituato alla presenza costante di Gaius che gironzolava per casa.
Arthur e Morgana, dall’altro lato, erano cresciuti in una casa con più stanze di quanto fosse necessario – molte delle stanze della loro casa erano lasciate allo sbando e lui e Arthur, da piccoli, vi ci si chiudevano dentro, sognando incredibili avventure – e il cambiamento era risultato loro evidente. Non si erano mai realmente lamentati, però, consci dell’impossibilità di altre soluzioni, ma la tensione era palpabile.
Fossero stati solo lui e Arthur sarebbe stato diverso, probabilmente, erano abituati a dormire assieme fin da piccoli, con Arthur che si arrampicava alla sua finestra per nascondersi sotto le coperte con lui e raccontargli di come avrebbero preso il loro primo pokèmon e di come, raggiunti i 10 anni sarebbero partiti e sarebbero diventati i migliori – ma con Morgana lì era diverso. Merlin le voleva un bene dell’anima, ma erano sempre stati solo lui e Arthur nelle loro fantasticherie e a volte la sua presenza stonava così tanto che Merlin doveva chiudere gli occhi per un secondo.
Era questo a cui pensava, steso a pancia sopra sul letto, Absol che, sveglio come sempre, guardava la luna attraverso la finestra; Arthur che si muoveva leggermente nel sonno, come un bambino e Growlithe che mugugnava accanto a lui; Morgana che non produceva il minimo rumore, perfetta come al solito, ma la cui presenza era così chiara che nessuno avrebbe potuto ignorarla.
Era a questo a cui pensava quando la voce cominciò a risuonare nella sua mente.
Non poteva esistere un minuto peggiore: se avesse cominciato a parlare gli altri due l’avrebbero sentito e come avrebbe potuto spiegarlo? Come avrebbe potuto spiegare una cosa del genere quando non trovava nemmeno il coraggio di dire al suo migliore amico che era un po’ più speciale di quanto credesse?
«Meeerlin,» soffiò la voce, come una folata di vento nelle sue orecchie e Merlin si mise a sedere immediatamente, le mani che stringevano spasmodicamente le lenzuola.
Pensava che, a quel punto, la voce l’avrebbe lasciato in pace. Erano partiti, no? Avevano fatto quello che voleva, giusto? E allora cosa voleva ancora da lui?
«Giovane allenatore, partire era solo l’inizio. Il primo passo verso il compimento del vostro destino,» gli rispose la voce, come se avesse sentito i suoi pensieri – e, Merlin realizzò, era probabilmente quello che era successo - «la strada che porterà il giovane Pendragon a trionfare lungo tutto il continente di Albion è ancora lunga e tortuosa.»
Merlin avrebbe voluto dirgli che non avevano bisogno di lui, che Arthur non aveva bisogno di lui, ma Rayquaza non gli diede il tempo.
«Per la sfida di domani,» riprese, «Arthur è ancora troppo inesperto, nonostante tutto, non è ancora pronto ad espandere le sue radici liberamente, ha bisogno di essere guidato. Per la sfida di domani dì lui di utilizzare Luxio contro il primo pokèmon, ritirarlo contro il secondo e poi rinviarlo in campo. Luxio è l’unica possibilità che ha, domani.»
Merlin si dovette trattenere a forza per non parlare, mordendosi la lingua così tanto da farsi quasi uscire sangue. Perché quelle? Quelle erano stronzate.
Arthur poteva battere chiunque senza questi trucchetti da strapazzo. Aveva battuto Uther senza barare e Uther era uno dei capopalestra più rispettati di tutta Albion. Arthur poteva batterli tutti.
«Ma Uther, il cui cuore è troppo debole, non avrebbe mai davvero potuto vincere contro suo figlio senza trucchi,» gli rispose «lei, lei è tutta un’altra storia.»
Ma Merlin si girò dall’altra parte, mettendosi le mani sulle orecchie e continuando a ripetere Arthur ce la farà, Arthur ce la farà, io ho fiducia in lui, volta dopo volta.
Quando riaprì gli occhi la voce era scomparsa e Rayquaza non faceva più razzia dei suoi pensieri si sentì fiero di sé stesso. E si rese conto che lo pensava davvero, perché Arthur avrebbe potuto vincere il capopalestra senza l’aiuto di nessuno.
Né il suo né quello di un qualche drago millenario.
Arthur ce l’avrebbe fatta con le sue sole forze.
Apparentemente, però, o Merlin aveva davvero davvero sopravvalutato Arthur o c’era qualcosa che non andava.
Quando erano entrati nella palestra, Arthur emanava sicurezza ed arroganza da tutti i pori e Morgana aveva anche cercato di dissuaderlo perché non era mai una grande idea presentarsi così – ma quello era Arthur Pendragon e chiedergli di apparire meno arrogante era come chiedergli di tingersi i capelli di blu.
Quando i due contendenti avevano scelto i primi due pokèmon, Merlin non aveva detto nulla e aveva guardato Nidorino fare la sua entrata in scena.
Non sapeva molto sulla capopalestra di quella prima palestra: il suo nome era Mary Collins, ma lei preferiva farsi chiamare Lady Helen per nessuna ragione particolare – probabilmente pensava le desse un’aria più importante – ed utilizzava pokèmon di tipo buio. Le informazioni di Merlin, Morgana e Arthur si fermavano lì.
O meglio, Arthur ricordava che Lady Helen e suo padre, una volta, avevano avuto una discussione feroce, ma su cosa, Arthur non lo sapeva – “Un motivo in più per lasciare perdere l’aria da padrone del mondo, Arthur,” aveva cercato di dire Morgana, ma Arthur aveva semplicemente scosso le spalle.
Apparentemente quello che non sapevano di Lady Helen era la sua bravura come allenatrice e l’odio che provava per tale Uther Pendragon (e Merlin si chiese, brevemente, se ci fosse qualcuno a quel mondo che non odiasse Uther Pendragon e, probabilmente, l’unica persona a quel mondo era Arthur il che era un po’ triste).
Il primo pokèmon di Lady Helen fu Honchkrow e Merlin pensò che Rayquaza aveva ragione, avrebbe dovuto mandare Luxio (ma Arthur non poteva saperlo e quella strega l’aveva fatto scegliere per primo e non c’era una qualche regola che lo proibiva? «No, Merlin, è una regola non scritta, lo fanno tutti, ma non è realmente obbligatorio,» gli aveva spiegato Morgana, prima che Merlin andasse in giro a reclamare vendetta).
In ogni caso Merlin non era spaventato, Nidorino poteva vincere, Nidorino era forte, forse non il pokèmon più forte di Arthur, certo, ma comunque niente male.
Poi Nidorino aveva perso ad una velocità tale da fare impressione, ma Merlin non si era spaventato, Merlin credeva in Arthur e aveva ancora due pokèmon a disposizione e sarebbe andato tutto bene.
Arthur aveva mandato Luxio, finalmente, e il pokèmon elettro si era liberato dell’altro velocemente, rinfrancando il morale di Arthur (e quello di Merlin, magari un poco, perché anche se credeva ciecamente in Arthur e non era per niente spaventato, proprio per nulla, gli faceva piacere).
Poi Lady Helen, la strega, aveva mandato in campo Plupitar (“…utilizzare Luxio contro il primo pokèmon, ritirarlo contro il secondo…”) e Merlin vide Arthur muoversi per richiamare Luxio e Merlin stava già festeggiando internamente dimenticandosi di che pokèmon stavano parlando.
Tutti i pokèmon di Arthur, Merlin l’aveva già menzionato probabilmente quelle cento volte necessarie, erano dei testardi che non sapevano perdere, ma Luxio era spettacolarmente testardo. Luxio odiava venire richiamato e, spesso, quando Arthur si imponeva, Luxio cominciava ad evitare il raggio della sfera.
Apparentemente questa era una di quelle volte.
E Luxio? Luxio non aveva alcuna intenzione di uscire dal campo di battaglia e Arthur rinunciò abbastanza presto, perché era Arthur e perché si credeva l’allenatore più bravo del mondo.
«No, è un suicidio!» aveva sussurrato Morgana e Merlin non avrebbe potuto essere più d’accordo, ma Arthur credeva di poter vincere in qualsiasi situazione. Arthur credeva che Luxio avrebbe battuto Pulpitar con una scintilla più potente di tutte le altre, così potente da scalfire anche la roccia che componeva il corpo del pokèmon avversario.
Arthur non aveva ancora capito che questo non succedeva nella vita reale, nella vita reale un pokèmon di roccia rimaneva impassibile a qualsiasi scossa, non importava quanto potente e quando Luxio venne dichiarato incapace di combattere, senza aver arrecato nessun danno all’avversario, Merlin maledisse quello stupido idiota del suo migliore amico.
Perché se avesse perso non sarebbe stato solo un duro colpo per la sua autostima, ma Rayquaza non avrebbe più smesso di torturare Merlin e oh, no, tutto ma non quello!
Ma ora Arthur doveva scegliere il suo ultimo pokèmon (nuovamente un 3 contro 3) e Lady Helen aveva ancora Pulpitar e un altro pokèmon pronti a distruggere chiunque avesse richiamato Arthur.
Quando Poliwrath scese in campo né Merlin né Morgana si sorpresero – era la scelta giusta da fare, l’unica scelta, a dire il vero.
Poliwrath si occupò di Pulpitar facilmente, tutto considerato, ma l’altro pokèmon riuscì a colpirlo con un iper-raggio che lasciò Merlin senza fiato (e se Poliwrath non si fosse rialzato? No no no!) ma Poliwrath era tornato in piedi, come se nulla fosse stato e aveva sconfitto l’altro pokèmon senza problemi.
Ma i problemi c’erano, perché Poliwrath tremava leggermente, stanco e ferito e Morgana accanto a lui gli prese la mano, spaventata e Merlin si rese conto che era entrata in risonanza con Poliwrath e sapeva quanto brutta fosse la situazione. E Merlin immaginò fosse molto molto brutta.
Specialmente quando il terzo pokèmon di Lady Helen fu un Crawdaunt. Un pokèmon erba, perfetto.
E lo scontro cominciò con un Poliwrath che tremava sulle sue stesse gambe e un Crawdaunt che rideva, sentendosi già la vittoria in pugno.
Uno sgranocchio, una martellata e nottesferza e Poliwrath era in ginocchio, chiaramente sofferente, ma ancora miracolosamente in piedi.
Ma Arthur lo guardava e nonostante la sua voglia di vincere, Merlin sapeva che Arthur stava pensando di arrendersi perché Arthur ci teneva ai suoi pokèmon ed era stato uno stupido a non insistere di più con Luxio, ma proprio in quel momento Poliwrath si voltò verso il suo allenatore e Merlin sentì la sua voglia di rendersi utile, di rendere il suo allenatore fiero di lui, di rendere Arthur felice e si rese conto che quel pokèmon tremante e in ginocchio non avrebbe mai permesso ad Arthur di ritirarsi, mai in tutta la sua vita.
Morgana doveva essersene accorta perché, un po’ senza fiato, cercò di sdrammatizzare la situazione «Come mai sembrano tutti così innamorati di quell’idiota di Arthur, ah? Essere stupidi e arroganti rende sexy? O simpatici, per quel che conta?»
E Merlin avrebbe voluto dirle che era per i suoi occhi e per il modo in cui si buttava sempre nelle situazione senza pensare e per come correva in aiuto di tutti come fosse stata la cosa più normale del mondo, senza aspettarsi nulla in cambio, ma probabilmente non avrebbe aiutato a spezzare la tensione, proprio per nulla.
«Fa pena, ecco perché, fa semplicemente pena a tutti e non riusciamo a lasciarlo solo,» rispose allora e Morgana sorrise, annuendo.
Nel frattempo Poliwrath si era rimesso in piedi, i pugni stretti e si era gettato in avanti, ancora prima che Arthur desse un qualsiasi ordine, che dicesse qualsiasi cosa e Merlin non sapeva cosa fosse successo, aveva sbattuto le ciglia un singolo istante e Crawdaunt era a terra e Poliwrath era in piedi e aveva vinto.
E non ci credeva nessuno.
Merlin e Morgana erano congelati ai loro posti, ancora incerti e Arthur guardava Poliwrath incapace di muoversi e Lady Helen – oh, Lady Helen era semplicemente sconvolta.
E fu allora, quando vide lo sguardo di puro orrore sul volto della donna che Merlin si riprese e saltò a sedere, urlando «Ce l’hai fatta!» prima ancora di potersi fermare.
E poi Morgana lo superò, correndo verso Arthur e abbracciandolo di slancio.
Perché quella vittoria era importante quanto quella contro Uther, perché quella era la prima vera battaglia importante che Arthur aveva vinto lontano da casa, nel suo viaggio e Merlin avrebbe voluto che Rayquaza fosse nella sua testa in quel momento per potergli rinfacciare quella vittoria.
Merlin continuò a pensare “te l’avevo detto,” per qualche oretta, giusto per essere sicuro.
Quella sera, per festeggiare, Arthur, Merlin e Morgana si misero seduti fuori, sotto le stelle a parlare e parlare e parlare. Di nulla in particolare, giusto perché ne avevano voglia.
Parlarono di quell’allenatore di Rattata che avevano incontrato l’altro giorno e che continuava a chiamare Morgana per informarla di quanto fosse speciale il suo Rattata3 (e Arthur aveva riso, dicendole che il Rattata di cui stava parlando non era di certo un roditore) e di quella volta in cui da piccoli Arthur e Merlin si erano nascosti da qualche parte per un’intera giornata, spaventando a morte tutti quanti.
E poi, quando le birre erano finite e la testa di tutti e tre aveva cominciato a girare in maniera strana e confortevole, erano passati a parlare di altre cose, cose più personali.
Avevano cominciato a parlare dei genitori di Morgana, della madre di Arthur e del padre di Merlin, della paura di Morgana di rimanere da sola, della paura di Arthur di fallire e della paura di Merlin di praticamente tutto (anche se la più potente era quella di perdere Arthur, per qualche stupida ragione, ma non poteva dirlo e aveva sentito la sua lingua formare le lettere contro il suo palato, senza che alcun suono ne uscisse).
E poi non avevano parlato più, semplicemente sdraiati sull’erba, i loro pokèmon a qualche metro da loro che dormivano ormai da molto tempo.
Merlin avrebbe potuto dire, sentendo il sonno che avanzava, che dormire lì non era una buona idea, che avevano un centro pokèmon a qualche passo da lì, che avevano una tenda almeno, se volevano rimanere lì fuori, ma quando Arthur, sull’orlo del sonno aveva borbottato qualcosa come «Sono felice di essere qui con voi,» Merlin non era riuscito a dire nulla, restando sdraiato in silenzio, un sorriso pigro che si faceva strada sul suo viso.
Nonostante la vittoria, comunque, Arthur non era felice di quell’incontro, non l’aveva mai detto, ma Merlin poteva sentirlo e vederlo nel modo in cui si allenava (più forte e più duramente) e nel modo in cui a volte si perdeva a fissare il vuoto, un’espressione contrita.
E se c’era qualcuno che aveva preso quel combattimento persino peggio di come lo aveva preso Arthur quello era Nidorino, che da quel giorno si era allenato tre volte più duramente e tre volte più a lungo di tutti gli altri.
Di tutti i pokèmon di Arthur, se Luxio era il più testardo, Poliwrath il più tenace, Growlithe il più leale e Bagon il più fiero, Nidorino era il più timido.
Non amava combattere, non più del normale, comunque e allenarsi mente altri lo guardavano gli era praticamente impossibile e, quando poteva, si metteva dietro Arthur, nascosto dal resto del mondo.
Arthur non gliene aveva mai fatto una colpa e l’aveva accettato per quello che era.
Però quella sconfitta gli aveva aperto gli occhi sul fatto che non erano più in quel piccolo villaggio sperduto tra le montagne, che le cose si facevano serie e Arthur avrebbe potuto rimpiazzarlo facilmente, trovare un pokèmon più forte, più atletico e più in linea con la sua praticamente-assente-strategia. E si era spaventato.
E Merlin lo capiva benissimo.
Non c’era stato un cambiamento eclatante nel pokèmon, non contando il tempo passato ad allenarsi senza nemmeno battere ciglio e Merlin era convinto che Arthur, l’egocentrico idiota, non si fosse accorto di nulla.
Merlin sarebbe stato in errore.
«Posso… posso chiedervi un favore?» aveva chiesto Arthur, un giorno, voltandosi verso lui e Morgana
Né lui né Morgana l’avevano presto troppo sul serio, sulle prime, abituati com’erano a bloccare il 90% delle cose che dicesse.
«No, Arthur, non puoi prenderti i miei trucchi per pitturare maschere intimidatorie sui tuoi pokèmon,» rispose Morgana, senza nemmeno voltarsi verso di lui.
«Cos? NO! E poi avevo tipo se anni, Morgana e…»
«No, Arthur, non possiamo fermarci a mangiare adesso, capisco che hai fame, ma dovrai aspettare un altro po’,» si intromise allora Merlin e Arthur raggiunse una pericolosa tonalità di rosso.
«Ma volete ascoltarmi? E’ importante!» e lo sembrava dal modo in cui Arthur manteneva lo sguardo alto e fiero, senza la minima incertezza «potremmo… potremmo fare una piccola sosta da qualche parte? Cioè, una piccola fermata non programmata. Allungherebbe il viaggio di un poco ma…»
«Dove vorresti portarci, Arthur?» gli chiese Morgana, stanco di sentirlo esitare.
Arthur abbassò finalmente gli occhi, imbarazzato e forse un po’ spaventato e poi alzò un braccio, indicando dietro di lui e no, non poteva essere vero perché stava indicando «la cima della maledetta montagna?» e dire che Merlin fosse sconvolto e confuso era decisamente andarci leggeri.
«Sarebbe molto importante. Hanno trovato una cosa lì, una cosa che mi serve e…» Arthur sembrava imbarazzato e Merlin non sapeva cosa pensare.
«Cosa, il tuo cervello? Tranquillo, hai vissuto 18 anni senza, cosa sono altri 18 in più?» disse Morgana, occhieggiando malamente alla cima di quella montagna.
Poi Arthur si morse un labbro e disse qualcosa a così bassa voce che né lui né Morgana erano sicuri di aver sentito bene.
«No, una pietra, ho bisogno di una pietra,» mormorò mordendosi il labbro e Merlin aggrottò le sopracciglia prima di piegarsi e raccogliere una pietra da terra.
«Ecco, problema risolto,» disse e gliela lanciò, ricevendo un’occhiata annoiata.
«Oh, grazie Merlin, come avrei mai potuto fare senza di te, Merlin?» e Merlin sghignazzò sotto i baffi «no, seriamente, non ho bisogno di una pietra qualunque! Ho sentito dire… Gaius una volta ti ha detto che avevano trovato una specie di meteorite, no?» disse Arthur, ritrovando tutta la sicurezza di poco prima.
Merlin annuì, perché ricordava che Gaius gli avesse detto qualcosa del genere, era un ricordo confuso, ma comunque.
«Beh io, ho bisogno di un pezzo di quel meteorite!» ripeté Arthur e Merlin davvero non riusciva a capire perché.
«Ti sei svegliato una mattina appassionato di rocce, Arthur?» gli chiese Morgana, alzando un sopracciglio «non ti facevo il tipo.»
Arthur non disse niente per un po’, prima di sospirare e riprendere a parlare «Gaius mi disse anche… che c’era una possibilità che assieme al meteorite fossero arrivate delle pietre lunari, che sarebbe dovuto andare a controllare,» e poi si fermò, guardandosi alla cintura, come se Nidorino avesse potuto sentirlo e protestare e divenne tutto chiaro.
«Non so ancora se voglio utilizzarla, dipende da Nidorino, ma…» e poi smise di parlare e Merlin guardò Morgana di sottecchi e sapeva che, ancora una volta, avrebbero seguito Arthur in questa sua pazza idea e avrebbero rischiato di rompersi l’osso del collo.
Stava diventando tutto un po’ troppo ripetitivo.
«Quindi scaleremo una montagna…» mormorò Morgana, «uno di voi due dovrebbe prendersi un pokèmon volante e assicurarsi che mi trasporti in giro.»
«Perché mai dovresti essere tu quella portata in giro? Se avessi un pokèmon volante andrei io,» rispose Merlin, incrociando le braccia seccato «e poi io ne ho dovute sorbire molto più di te di queste grandiose idee, me lo merito!»
«Appunto! Tu ci sei più abituato! Camminare fino alla cima di una montagna mi fa affaticare anche solo a pensarci!» ribatté Morgana e avrebbero probabilmente continuato, ma Arthur stava sorridendo e Merlin perse un attimo il filo dei suoi pensieri.
«Grazie, ragazzi,» mormorò, prima di voltare loro le spalle e dirigersi verso la maledetta-montagna «E ora andiamo, abbiamo perso fin troppo tempo, vorrei arrivarci prima di sera.»
«Prima di sera? Prima di questa sera? Oddio, Arthur, ma sei pazzo! No, non possiamo!» urlò Merlin, correndogli dietro e Morgana li seguì con uno sguardo rassegnato.
«Ma perché doveva capitarmi un fratellastro scemo? Scemo e muscoloso. Non poteva capitarmene uno super intelligente e gracilino? Allora tutti i miei problemi sarebbero stati risolti!» sbuffò, ma Arthur era troppo lontano per sentirli e troppo felice per questa sua grande idea.
E Merlin guardò di nuovo la loro meta e sospirò: probabilmente ci sarebbero arrivati prima di quella sera, perché Arthur aveva poteri soprannaturali, diversi da quelli suoi e di Morgana, e li avrebbe convinti a fare anche quello, in qualche modo.
Ad essere onesti non arrivarono prima di sera, ma per poco e tutto perché ad un certo punto Morgana si era sentita in dovere di fermare quella pazzia e dire ad Arthur che no, non poteva mettersi a correre in una strada in salita, semplicemente non l’avrebbe mai fatto.
E quindi erano arrivati un’ora dopo il previsto e Arthur aveva anche cercato di lamentarsi, ma Morgana l’aveva rimesso al suo posto abbastanza in fretta e Arthur le aveva tenuto il muso, perché sì, Arthur era l’emblema della maturità.
Merlin si era mantenuto un po’ indietro, troppo stanco per mettersi in mezzo al battibecco tra i due fratellastri e stava pensando alla sistemazione per quella sera – tenevano un centro per i pazzi che si avventuravano o avrebbero dovuto montare una tenda? – quando sentì qualcosa, non era certo di cosa fosse, non sapeva nemmeno come se ne fosse accorto, ma era lì ed era fastidioso e l’unica cosa a cui riusciva a pensare era che c’era qualcosa che non andava.
Velocemente andò a prendere la pokèball di Ursaring e fece uscire il pokèmon, non sapeva bene perché fosse così agitato, non sapeva cosa stesse avvertendo, ma era lì e Ursaring si muoveva tra le montagne meglio di qualsiasi altro suo pokèmon.
Evidentemente questo aveva attirato l’attenzione di Arthur e Morgana che si erano voltati verso di lui confusi.
«Cosa succede, Merlin?» chiese Arthur, mentre Morgana cominciò a guardarsi intorno e Merlin si rese conto che se n’era accorta anche lei – oh, grazie al cielo, non stava impazzendo.
Morgana richiamò Drowzee immediatamente, gli occhi attenti e Arthur si voltò verso di lei, ora più attento di prima perché se entrambi i suoi compagni di viaggio avevano richiamato i loro pokèmon, probabilmente c’era qualcosa di cui preoccuparsi.
Fu per questo che prese la pokèball di Luxio e la lanciò, lasciando che il pokèmon elettrico apparisse e chiedendogli di fare un po’ di luce e Merlin immaginò che, probabilmente, dentro di lui stava pensando che se fossero arrivati un’ora prima, come diceva lui, sarebbero stati in grado di vedere cosa stava succedendo.
Quando la coda si Luxio si illuminò permettendo ai tre di vedere meglio, non c’era nulla fuori dall’ordinario e Arthur probabilmente pensava che lui e Morgana si fossero sbagliati, che avevano visto un’ombra e avevano esagerato, ma loro due potevano ancora sentirla quella sensazione. Ma non proveniva da lì, proveniva da più avanti, ma come poteva spiegare ad Arthur che c’era qualcosa che non andava e che se ne sarebbero dovuti andare in quel preciso istante e no, non correre verso il campo come degli eroi senza cervello? E come poteva spiegargli il fatto che sapesse esattamente dove fosse il pericolo senza che questo si fosse manifestato in alcun modo?
Non c’era modo di ottenere entrambe le cose, Merlin lo sapeva, e dato che comunque c’era il 95% di possibilità che Arthur sarebbe corso verso il pericolo qualunque cosa Merlin gli avesse detto, decise di non provarci nemmeno. Limitare i danni, era una lezione importante.
«Ho visto qualcosa, mi sembra sia andata verso l’accampamento, ma stava… non so spiegarlo, non sembrava amichevole,» balbettò Merlin, sperando che fosse una scusa accettabile.
«L’ho vista anche io,» lo spalleggiò Morgana, avvicinandosi a Drowzee «era molto buio, non ho visto molto ma…»
«Morgana ha sempre avuto un certo sesto senso per queste cose…» aveva mormorato Arthur in risposta e Merlin avrebbe voluto dirgli che oh, non ne aveva la minima idea, ma preferì lasciare che Arthur continuasse con il suo ragionamento, un ragionamento che era esattamente quello che Merlin si aspettava «okay, dobbiamo andare a controllare, potrebbero esserci persone in difficoltà là sopra,» concluse, facendo segno a Luxio di cominciare ad avanzare.
«Vado avanti io,» riprese Arthur, pieno di fiducia in sé stesso, le spalle larghe che si allontanavano e Merlin pensò: stronzate.
«No, avanziamo insieme, Morgana può stare dietro, ma non c’è alcuna possibilità che tu vada a fare l’eroe e mi lasci qui, Arthur,» e affrettò il passo per raggiungere l’amico, lasciando che Ursaring, grande e grosso, l’affiancasse «queste cose le facciamo insieme, chiaro?»
E poi Morgana gli diede uno scappellotto in testa, rovinando completamente il suo momento «Cosa sarei io? Una povera madamigella indifesa? Morgana non rimane indietro da nessuna parte, grazie tante. Uno di questi giorni devo ricordarvi che, se solo volessi, potrei umiliarvi così tanto che tornereste a Camelot con la coda tra le gambe,» Merlin non capiva ancora perché fosse stato lui l’unico ad essere colpito, ma probabilmente non era saggio contestare Morgana in quel momento.
Arthur doveva probabilmente pensarla allo stesso modo perché alzò le mani in segno di difesa «Okay, okay, come non detto, avanziamo insieme, cerchiamo di fare il meno rumore possibile e quando arriviamo vicino all’accampamento riduci l’intensità della luce, okay Luxio?»
Il pokèmon annuì e lo stesso fecero Merlin e Morgana, cominciando a camminare.
Merlin si sarebbe immaginato gli ultimi minuti di strada che li separavano dall’accampamento completamente diversi: Morgana che si lamentava, Arthur che teneva il muso, Merlin che sfotteva Arthur, Morgana che si univa e Arthur che cominciava ad accelerare il passo per non sentirli più parlare; invece camminarono in silenzio, la sensazione sgradevole che aumentava ad ogni singolo passo che facevano verso la struttura e Merlin avrebbe voluto fermarsi e prendere Arthur dalle maniche e dirgli che non avrebbero dovuto essere lì, che Arthur non avrebbe dovuto essere lì, che Arthur aveva tutto un destino fatto di vittorie e successo e gloria e stavano andando incontro a qualcosa ben più grande di loro.
Ma Arthur non si sarebbe mai fermato e, probabilmente, non avrebbe dovuto. Perché se Arthur era destinato ad essere il campione e a battere il Team Magical era probabilmente grazie a questo lato del suo carattere.
Poi la luce intorno a loro diminuì e Merlin si rese conto che erano arrivati e che non c’era nessuno in giro e non era normale. Non era normale per nulla.
Avanzarono un altro poco, cercando di mantenersi dietro i cespugli, ma più si avvicinavano al grande capannone più il silenzio diventava insopportabile: non si erano aspettati di vedere molte persone, ovviamente, ma c’era una troupe che si occupava delle ricerche e qualche collezionista e comunque qualcuno. Ora non c’era altro che silenzio.
Si guardarono negli occhi, cercando di decidere una strategia quando un rumore – vicino, troppo vicino – li colse di sorpresa. E poi un attacco, una palla ombra e Drowzee venne colpito in pieno, venendo sbalzato dal loro nascondiglio.
Luxio fece risplendere la sua coda a tutta forza e i tre videro il loro aggressore. Beh, con la loro fortuna non poteva essere altro.
«Team Magical,» soffiò Arthur, indietreggiando verso Drowzee che faticava a rimettersi in piedi.
«Guarda, guarda, abbiamo trovato dei piccoli ratti,» gongolò la recluta del Team Magical «siete venuti qui a vedere la grande roccia caduta dal cielo? Oh, poveri stolti.»
Si avvicinò qualche passo, un Murkrow appollaiato sulla sua spalla – e Luxio cominciò a ringhiare e a rilasciare piccoli fili di elettricità.
Erano in vantaggio, erano tre contro uno, quel tipo non aveva alcun motivo di essere così felice. A parte il fatto che non erano tre contro uno e che uno dopo l’altro altre reclute cominciarono ad apparire dal buio, tutte divertite da quei piccoli ratti.
E no, non c’era modo di uscire da quella situazione combattendo, Merlin lo sapeva, Morgana lo sapeva ed entrambi speravano ardentemente che Arthur se ne rendesse conto.
Ed effettivamente successe.
«Luxio, smettila.»
Il suo ordine era perentorio, aveva la voce la voce tirata, come se aver detto quelle parole gli fosse costato molto, e quando il pokèmon non diede segno di averlo sentito, Arthur ripeté le stesse parole, più forte questa volta e quella fu la prima e l’ultima volta in cui Merlin vide Luxio ritirarsi da una battaglia.
«Bravi, ora che ne dite di seguirci?» disse la recluta che li aveva trovati e nessuno di loro disse nulla.
Avevano tolto loro tutti i pokèmon e li avevano chiusi dentro il capannone, assieme ai ricercatori del progetto – Merlin ne conosceva qualcuno, erano amici di Gaius, ma nessuno aveva voglia di mettersi a conversare.
Merlin si chiese come avrebbe fatto Arthur a sconfiggere il Team Magical chiuso in una capanna.
«Dobbiamo uscire da qui,» disse ad un certo punto Arthur, rompendo il silenzio e Morgana roteò gli occhi esasperata.
«Oh, grazie per le tue parole piene di saggezza, Arthur, da dove ti sarà venuta mai questa idea? Te l’hanno suggerita o ci sei arrivato tutto da solo?» e anche se Merlin capiva la sua frustrazione forse Morgana stava esagerando un poco «e dimmi, Arthur, hai anche un piano?»
Merlin si preparò a fermare la litigata storica che sarebbe scoppiata di lì a poco, ma Arthur si limitò a voltarsi, sorridendo.
«A dire il vero…» Arthur aveva un’idea, apparentemente. Il che voleva dire che sarebbero morti tutti quanti e che il Team Magical non avrebbe avuto parte nel loro suicidio di massa, ci avrebbe pensato Arthur tutto da solo.
«Ti prego Arthur, non dirmi che qualcuno deve fingere di stare male, potrei svenire per il clichè,» disse Morgana, scettica e Merlin non riuscì a trattenersi.
«E ti prego, dimmi che nessuno dovrà morire o buttarsi dalla montagna per metterlo in atto,» aggiunse, infatti, e Arthur li guardò male per qualche secondo.
«A volte questa vostra mancanza di fiducia nei miei confronti mi ferisce, seriamente,» Arthur però non sembrava seriamente triste o arrabbiato, quindi Merlin non si sentì realmente in colpa e rimase semplicemente preoccupato.
«Comunque no, nessuno dovrà fare finta di essere colto da un fulminante mal di pancia e nessuno dovrà morire. Ho visto il tipo che ha preso i nostri pokèmon, è entrato nella grotta quindi o entriamo anche noi o possiamo dimenticarci di riuscire a battere questi palloni gonfiati,» riprese Arthur, comunque, e aveva tutto molto senso, se non fosse stato per alcuni piccoli particolari.
«Arthur, abbiamo le mani legate, letteralmente, e l’entrata della grotta è sorvegliata da almeno dieci reclute del Team Magical – come pensi di mettere in atto il tuo geniale piano?» chiese Merlin, scettico, ma Arthur non smise di sorridere un solo secondo.
«Per le mani ci penso io tra poco, per l’entrata invece hai sbagliato, Merlin, quella entrata è sorvegliata, quella dietro il capannone è libera,» e Arthur sembrava così fiero che Merlin dovette chiedergli come sapesse dell’entrata, giusto per farlo contento.
«Ho – ho fatto delle ricerche e…» borbottò Arthur, ma Morgana lo interruppe al volo.
«Tu? Tu hai fatto delle ricerche? Il mondo sta finendo e nessuno mi ha avvertito?» replicò, scettica, e Arthur la guardò male.
«Ah ah ah, molto divertente,» disse, prima di voltarsi verso gli scienziati «però ho ragione, no?»
Uno dei ricercatori, probabilmente il capo della spedizione annuì, «sì, ma per arrivare all’entrata dovreste passare davanti ad almeno tre reclute del Team Magical e, senza pokèmon, è impossibile.»
Fu allora che Merlin sentì qualcosa sfregargli le mani e abbassò lo sguardo giusto quando le corde si spezzarono. Cosa?
E poi Nidorino corse da Morgana, per ripetere il lavoro e Arthur si alzò in piedi, massaggiandosi i polsi «Beh, avevo messo la pokèball nella giacca, invece che nella cintura come le altre, e non si sono dati la pena di controllare.»
Morgana si alzò, mentre il pokèmon andava a liberare tutti gli altri «Oddio, forse abbiamo una chance…» disse, quasi incredula e Arthur era decisamente troppo fiero di sé stesso.
«Ringraziamo l’assoluta disattenzione del Team Magical…» supplì Merlin, decisamente più rinfrancato. Potevano farcela! Nidorino non era il pokèmon che Merlin avrebbe preferito avere per questa situazione, ma era certamente meglio di nulla.
Quando furono tutti liberi il ricercatore che aveva parlato poco prima si avvicinò ad Arthur «Noi rimarremo qui, le apparecchiature all’interno della montagna sono collegati al laboratorio. Memorizzati il mio numero, vi chiameremo se succede qualcosa.»
Annuirono tutti e tre e si diressero verso l’uscita sul retro, Nidorino che camminava qualche passo davanti a loro.
«Okay, se vengono tutti assieme non abbiamo speranze, dobbiamo attaccarli uno alla volta,» ragionò Arthur, sbirciando fuori.
Apparentemente erano fortunati, perché c’era una sola recluta lì e Arthur e Nidorino avanzarono verso di lui tranquillamente.
«Mi scusi,» disse Morgana, dietro di lui, sorridendo amabilmente «ci siamo persi, potrebbe indicarci la via per entrare?»
«Voi, cosa ci fate qui » chiese la recluta, entrando nel panico «oh, non importa! Ci penso io a rispedirvi lì dentro!» e poi richiamò il suo Murkrow.
Merlin non era esattamente preoccupato, era solo un po’ dubbioso, forse. Nidorino era un bravo pokèmon, ma non era certo il pokèmon più forte che Merlin avesse mai visto e non riusciva, probabilmente, a vedere bene Murkrow al buio, mentre l’altro non avrebbe avuto alcun problema e quindi… sì, magari era un po’ preoccupato.
E Murkrow scese su Nidorino, con un colpo d’ala e Nidorino non l’evitò del tutto, lasciando che l’ala dell’avversario gli sfiorasse il corpo e gli procurasse delle ferite e no, non andava bene!
Però Arthur sorrideva e uh? Cosa stava succedendo a quel Murkrow?
«Murkrow?» chiese il suo allenatore, mentre il pokèmon uccello si schiantava a terra, ansimando.
«C’è una cosa di Nidorino che forse dovresti sapere, a volte, quando qualche pokèmon lo tocca viene avvelenato. E’ un pokèmon di tipo veleno, dopo tutto!» spiegò Arthur e Merlin ringraziò il cielo per il fatto che Arthur era davvero un bravo allenatore «ora, Nidorino, incornata!»
E il pokèmon eseguì l’ordine, finendo definitivamente il Murkrow avversario, Merlin si voltò mentre la recluta cercava di scappare, ma Morgana lo bloccò in tempo, il sorriso amabile di prima che spiccava ancora sul suo viso.
«Oh, non penserà di scappare, vero? Ho un po’ di ferite ai polsi da ricambiare!» e Merlin si segnò di non lasciare mai che qualcuno legasse Morgana un’altra volta.
Lasciata la prima recluta completamente legata da testa a piedi i tre andarono avanti, ma non furono così fortunati: potevano vedere l’entrata alla grotta, ma c’erano due reclute messe a pochissima distanza l’una dall’altra e non c’era modo di richiamare l’attenzione solo di uno e non dell’altro.
«Cosa facciamo?» chiese Merlin, abbassando lo sguardo verso Nidorino e si accorse che Arthur aveva fatto la stessa cosa.
«Te la senti, amico?» chiese Arthur, e Merlin poteva sentire l’esitazione nella sua voce, ma era l’unica soluzione che avevano. Il pokèmon annuì, senza alzare lo sguardo su loro due e sebbene nessuno dei tre allenatori fosse davvero convinto di cosa stessero facendo avanzarono.
«Salve a tutti, scusate l’interruzione,» salutò Merlin, godendosi le facce stupite dei due quando si voltarono verso di loro, ne riconosceva uno, dall’imboscata di poco prima.
«Cos’è successo a George?» chiese uno dei due e Merlin sorrise.
«Temo sia altrimenti occupato, ma vi accontenterete di noi, giusto?» rispose e vide la faccia dei due infiammarsi.
«Ci state prendendo per il culo?» chiese uno dei due, livido di rabbia e Arthur entrò nella conversazione.
«Noi? Non ci permetteremmo mai,» rispose Arthur «non maltrattiamo gli idioti, noi.»
E, probabilmente, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso e i due mandarono i loro pokèmon: Electrike e Glameow.
E poi il combattimento cominciò e Merlin poteva vedere Nidorino impegnarsi, poteva quasi sentire la sua voglia di vincere, di non tradire la fiducia del suo allenatore, ma erano due contro uno e per quanto provasse, Nidorino non riusciva mai davvero ad assestare un colpo agli altri due.
Merlin chiuse gli occhi, rassegnato, perché era ovvio, erano solo tre persone, cosa potevano fare contro un’intera organizzazione? Stava per rinunciare completamente quando Morgana, accanto a lui, ebbe un sussulto. Merli si stava per voltare e chiederle cosa fosse successo, ma poi Nidorino mise K.O. Glameow in un sol colpo – un perforcorno – ed Electrike lo seguì a ruota – furia, questa volta.
E le ferite sul corpo di Nidorino erano scomparse, come se non fossero mai esistite. Cosa stava succedendo?
Avrebbero dovuto investigare, probabilmente, cercare di capire perché Nidorino stava lì, vittorioso, senza alcuna ferita. Ma non avevano il tempo e sebbene fossero tutti e tre sconvolti decisero di mettere da parte il problema per più tardi, quando non fossero stati in pericolo di vita.
Le due reclute sembravano confuse quanto loro e i tre decisero di non perdere tempo ad estorcere loro informazioni che evidentemente non avevano e li legarono come avevano fatto con la prima recluta e presero loro le due torce che tenevano in mano per poi entrare finalmente nella grotta.
La grotta era stretta e buia e lunga, ma quell’entrata era completamente libera e non ebbero problemi a raggiungere la parte centrale, la priorità era trovare quello che aveva i loro pokèmon, da lì avrebbero pensato a cosa fare; era più facile a dirsi che a farsi, però.
Le sale più centrali della struttura erano illuminate da delle luci al neon e finalmente i tre ricominciarono a vedere normalmente, ma del ladro che aveva i loro pokèmon non c’era traccia da nessuna parte.
«Dove credete che sia?» chiese Morgana, accanto ad Arthur e nessuno dei due rispose, perché nessuno dei tre riusciva a trovarlo da nessuna parte e non poteva che essere nella stanza centrale, dove tutte le forze del Team Magical sarebbero state riunite – perché, perché non poteva essere tutto come in un videogame? La recluta che aveva i loro pokèmon sarebbe stata la prima che avessero incontrato e sarebbe stato tutto così facile.
«A questo punto è inutile continuare a rimanere qui, dobbiamo trovare il modo di arrivare alla stanza del meteorite cercando di evitare il maggior numero di membri del Team Magical possibile,» disse Arthur, ma Merlin strinse i pugni.
«Come, Arthur? Sono ovunque! Questa volta non possiamo gettarci in mezzo al pericolo e correre all’impazzata! Ci ammazzerebbero!» soffiò, cercando di mantenere un tono tale da non attirare l’attenzione.
«E sentiamo, Merlin, hai un piano migliore? Perché avete continuato a lamentarvi tutto il tempo mentre io cercavo di trovare piani per risolvere la situazione!» rispose Arthur, arrabbiato e avrebbero continuato a lungo, probabilmente, facendosi scoprire e rovinando tutto, se Morgana non li avesse interrotti.
«Sapete? Credo che correre all’impazzata sia esattamente quello che dobbiamo fare…» disse ed entrambi si voltarono verso di lei, alzando un sopracciglio e Morgana indicò con un dito un pulsante, dall’altro lato della stanza, proprio davanti ad un’entrata.
«Se riusciamo ad entrare lì dentro prima di tutti gli altri e premere quel pulsante credo che chiuderemmo tutti gli scagnozzi fuori…» ragionò Morgana.
«Credi?» ripeterono in coro Arthur e Merlin, scettici.
«Beh? Abbiamo una qualche alternativa? Dobbiamo almeno provarci!» e sì, Morgana aveva ragione e si gettarono immediatamente tutti verso quell’entrata, mentre intorno a loro i membri del Team Magical cominciavano ad urlare ed inseguirli.
E li avrebbero presi, alcuni erano troppo vicini, se Arthur non avesse urlato «Nidorino, fiele punte!» e il pokèmon veleno non avesse sparato delle punte avvelenate dietro di loro, impedendo a tutti gli altri di inseguirli.
«Bella pensata!» urlò Merlin, lasciando che Morgana entrasse nell’apertura, appoggiando la mano sul pulsante mentre Arthur e Nidorino seguivano la ragazza.
Quando gli altri furono già dentro li seguì, schiacciando poi l’interruttore e guardando la porta che si chiudeva dietro di loro.
«Morgana, non sono mai stato così felice di averti con noi!» e Merlin dovette ritrovarsi d’accordo con Arthur, perché Morgana aveva appena salvato loro la vita.
Ora bisognava solo impedire che la porta si aprisse di nuovo, ma apparentemente Morgana aveva già trovato i comandi e aveva bloccato la saracinesca.
«Davvero, Morgana, mai più felice di così!» ripeté Arthur con sentimento e la sua sorellastra gli sorrise, prima di tornare a smanettare al computer.
«Okay, ma ora venite qui voi due, avete la minima idea di cosa possa essere tutto questo?» chiese e sullo schermo cominciarono ad apparire onde e lettere senza senso e Merlin si avvicinò allo schermo, incuriosito.
«No, okay, se pensate che io possa capire tutta ‘sta roba avete una considerazione decisamente troppo elevata di me,» disse Arthur, tirandosi immediatamente indietro e Morgana alzò gli occhi al cielo.
«Sì, perdonami, hai ragione, vai a giocare da qualche parte mentre i grandi cercano di capirci qualcosa,» gli disse e Arthur tirò fuori la lingua, probabilmente per dimostrare la sua incredibile maturità.
E, ad essere sinceri, nemmeno Merlin ci capiva nulla ma… «Non ha a che fare con il meteorite? Non che ci capisca molto ma…»
«No, no! Hai ragione, potrebbe essere, ma cosa vorrebbero dire tutte queste cose? »
Merlin guardò di nuovo lo schermo, cercando di dare un senso a quello che stava vedendo, ma non c’era modo, davvero.
«Non ne ho idea, Morgana, davvero, è troppo complicato…» mormorò sconfitto e Morgana convenne con lui, ma prima che potessero demoralizzarsi un’altra volta, Arthur li chiamò.
«Ragazzi, ragazzi! Guardate! C’è il tipo che ha le nostre pokèball! Ed è solo!» urlò Arthur eccitato, guardando dal vetro di una porta nella stanza accanto in cui, effettivamente, c’era quel farabutto di poco prima e nessun’altro.
Finalmente qualcosa stava andando per il verso giusto e i tre entrarono nell’altra stanza convinti di aver risolto ogni loro problema, ma nello stesso momento dall’altra porta entrarono anche altri cinque persone e se tre erano reclute come tutte le altre, due indossavano una divisa diversa dagli altri. E Merlin realizzò che, probabilmente, non era una bella cosa.
«E voi chi siete?» chiese uno dei nuovi arrivati e il tipo che aveva i loro pokèmon sorrise, maligno.
«Loro, sono i ratti di cui vi parlavo prima,» e oh, se solo Merlin avesse potuto gliel’avrebbe fatta vedere lui.
Però non avevano scelta, per la seconda volta erano incapaci di ribellarsi perché in minoranza numerica ed erano stati così vicini!
Poi Nidorino si era gettato in avanti, colpendo in pieno quello che aveva i loro pokèmon e le sfere pokè erano volate dalle sue tasche e tutti i loro pokèmon si erano ritrovati liberi e Nidorino stava là, fiero di sé stesso quando venne investito in pieno da un raggio – un iper raggio, a quanto pareva.
«Nidorino!» girò Arthur, avvicinandosi al suo pokèmon mentre il Flygon che aveva lanciato il raggio li guardava, accanto al suo allenatore. Era un uomo di colore, che non mostrava nessuna espressione sul suo viso e a Merlin non piaceva per niente.
Poi tutte le altre reclute richiamarono i loro pokèmon e Merlin e Morgana mandarono i loro pokèmon all’attacco, mentre quelli di Arthur si misero in difesa del loro allenatore e di Nidorino, che non si era ancora svegliato.
Merlin era preoccupato, ma non c’era nulla che potesse fare in quel momento e sapeva che dovevano uscire di lì per poter aiutare Nidorino, non c’erano altre soluzioni e quindi dovevano battere il Team Magical e uscire e non l’avrebbero fatto senza combattere e toccava a lui, perché Arthur non aveva la testa, per ora.
Solo che poi Morgana sussultò, accanto a lui, stringendogli una mano sul polso e stringendo. E questa volta Merlin lo sentì, quella forza che non assomigliava a nulla che avesse mai sentito e poi una pietra cominciò a brillare a mezz’aria e l’uomo di colore del Team Magical finalmente mostrò di avere un’emozione e guardò il tutto con sorpresa.
«Una risonanza?» mormorò, abbastanza forte perché Merlin lo sentisse e Nidorino, tra le braccia di Arthur cominciò a brillare.
E finalmente Merlin capì cosa stava succedendo: Nidorino si stava evolvendo.
Non era come Arthur l’aveva programmato, probabilmente, ma Merlin sapeva che, spesso, niente andava come si programmava e quando Nidorino cominciò ad ingrandirsi e un Nidoking apparve al suo posto, Merlin si disse che Arthur poteva essere soddisfatto comunque.
Perché quel Nidoking sembrava tutto tranne che debole.
Arthur si alzò in piedi lentamente, accanto a lui, e sembrava sul punto di dire qualcosa, quando quello che era evidentemente il capo di quella spedizione del Team Magical urlò «Prendete quel Nidoking, ora!»
E oh, persino Merlin sapeva che fare arrabbiare un Nidoking non era una buona idea, specialmente se l’allenatore del suddetto Nidoking era un pazzo senza cervello.
«Ah sì? Nidoking, geoforza!» urlò Arthur, prima che Merlin potesse bloccarlo e il suo pokèmon obbedì e Merlin cominciò a correre verso Arthur urlando.
«Ma sei pazzo? Ora ci cade tutto addosso, siamo dentro ad una montagna, maledizione!» e, bisognava dirlo, quando finalmente Arthur capì cosa stava succedendo si mostrò genuinamente pentito, prima di cominciare a correre.
Ma l’intero soffitto stava crollando loro addosso e piccole crepe cominciavano a formarsi sotto i loro piedi e no, a Merlin non poteva davvero importare di meno che Arthur fosse dispiaciuto, poteva prendersi il suo dispiacere e metterselo dove non batteva il sole, perché Merlin aveva sempre saputo che Arthur sarebbe stato la causa della sua morte, ma non intendeva letteralmente.
E avrebbe potuto essere incredibilmente più arrabbiato con Arthur, se ad un certo punto questo non l’avesse preso per un braccio quando si era reso conto che la sua velocità non era aumentata minimamente da quando aveva sette anni ed una lumaca l’aveva superato in corsa, e l’aveva costretto a seguire il suo ritmo per salvarlo dallo stesso disastro che lui stesso aveva combinato.
Riuscirono fortunatamente ad uscire da lì in tempo e, apparentemente, anche il Team Magical, perché di loro non vi fu più traccia.
«Grazie, grazie di tutto, ci avete salvati,» il giorno dopo, il capo ricercatore sembrava davvero grato ai tre e Merlin pensò che doveva essere una gran brava persona se ancora non aveva urlato ad Arthur per aver fatto crollare metà della sede di ricerca.
«Mi dispiace per il, ehm, piccolo incidente…» disse Arthur, sguardo in basso mentre Nidoking, accanto a lui, si mostrava pentito esattamente come il suo allenatore.
Non c’erano stati sostanziali cambi nella psicologia di Nidoking, era ancora timido, preferiva ancora non combattere, solo che ora era anche incredibilmente forte. Anche un po’ troppo.
«Se volete qualcosa, qualsiasi cosa, basta che ce lo diciate, siete arrivati qui cercando qualcosa, no?» ricominciò il ricercatore e Merlin guardò Nidoking di soppiatto.
«Sì, ma l’abbiamo trovato, grazie, non abbiamo bisogno di…» cominciò, prima che Arthur lo interrompesse.
«Avete dei campioni del meteorite in laboratorio, no? Potrei vederne uno, per favore?» chiese e Merlin e Morgana si voltarono verso di lui, confusi.
«Oh, ma certo! Anzi, ve ne regalo uno,» e dicendo così prese un piccolo pezzo di pietra dalla sua tasca, avvicinandolo ad Arthur «prego, non fate complimenti»
Il biondo lo prese, alzandolo verso il sole e guardandolo per poi sorridere e ringraziare «Siete troppo gentili, davvero.»
Se ne andarono dopo qualche ora, dopo averli aiutati un poco a rimettere a posto il capannone e per tutta la strada di ritorno Arthur non disse nulla, non importava quanto Morgana e Merlin cercassero di farlo parlare. Merlin stava cominciando a preoccuparsi seriamente, chiedendosi cosa potesse esserci di sbagliato, cosa fosse successo in quelle ore, quando Arthur finalmente parlò. E disse quello che Merlin temeva.
«Non è una pietra lunare. Non è una pietra lunare per niente,» e Arthur era certo di quello che diceva perché Gaius un giorno li aveva presi da parte, mostrando loro tutte le pietre evolutive e tutti e tre sapevano perfettamente che quella non era una pietra lunare. Che Nidoking avrebbe dovuto essere ancora un Nidorino.
«Arthur…» provò Morgana, ma Arthur no la lasciò finire.
«Non è una pietra lunare,» ripeté e nessuno riuscì a dire altro per il resto del tragitto. Perché no, non era una pietra lunare per niente.
Arthur aveva vinto la terza medaglia con facilità, Nidoking non si era ancora trasformato in un pokèmon che nessuno avesse mai visto con tre corna e sei zampe e Rayquaza non si faceva sentire da un bel po’ di tempo – anche se Merlin avrebbe voluto contattarlo e chiedergli della pietra, perché a volte Arthur si metteva a guardarla per ore senza dire nulla e Merlin non sapeva cosa fare – e, in definitiva, quegli ultimi giorni erano andati meglio del previsto.
E ora stavano riposando ad un centro pokèmon di una cittadina senza palestra – perché sì, ne esistevano ancora, anche se Arthur non aveva voluto crederci all’inizio – e Merlin stava leggendo qualche nuova scoperta che Gaius gli aveva mandato qualche giorno prima e Arthur si stava allenando, come faceva sempre in questi giorni, e Morgana era andata al market con Mismagius (perché da quando avevano cominciato questo viaggio, Morgana era stata l’unica a catturare dei pokèmon e se prima la sua squadra era formata solo da Drowzee e Gabite – il secondo un ovvio regalo di Uther – ora si erano aggiunti anche Mismagius e Banette e Merlin trovava estremamente calzante questa scelta di pokèmon spettro/psichici per Morgana).
Sembrava che la giornata sarebbe passata tranquillamente, Merlin ne era convinto, mentre teneva Arthur sott’occhio e stava già cominciando a rilassarsi quando Morgana arrivò, correndo.
«Dovete venire immediatamente! C’è stato un attacco o qualcosa di simile, a casa di un costruttore di pokèball, non ho capito bene ma…» e non c’era modo di male interpretare lo sguardo che Morgana stava dando loro e prima ancora che lei dicesse loro sapevano «pare che sia stato il Team Magical!»
E se Arthur non avesse avuto il complesso dell’eroe sarebbe comunque andato al solo menzionare il Team Magical, perché dall’incidente della “pietra lunare che non era esattamente una pietra lunare”, Arthur non era riuscito a parlare, pensare, respirare altro se non quello che stava succedendo. Era un record, Merlin l’aveva visto così interessato solo ai suoi pokèmon e a quello stupidissimo show sul codice dei cavalieri di cui Arthur si era innamorato quando aveva sette anni e una voglia probabilmente poco sana di diventare un cavaliere della tavola rotonda.
Quindi Merlin si alzò di scatto, la giornata di riposo dimenticata, e seguì Arthur e una Morgana stranamente arrabbiata verso la casa del costruttore di pokèball-o-quello-che-era.
Era una piccola casetta, nulla di speciale e, Merlin si disse, probabilmente non era un lavoro molto redditizio e davanti alla porta c’erano dei poliziotti e una ragazza dai capelli ricci che si voltò verso di loro e sorrise, lasciando Merlin completamente basito.
«Morgana!» urlò la ragazza, correndo verso l’unica donna del gruppo e sia Arthur che Merlin si voltarono verso di lei, un sopracciglio alzato senza dire assolutamente nulla.
«Grazie al cielo sei qui!» riprese la ragazza e Morgana le rivolse uno sguardo dolce che uh? Da quando Morgana era in grado di fare un’espressione simile?
«Sì, e ho portato i miei amici, come ti avevo promesso,» cominciò Morgana, voltandosi verso di loro «questi sono Arthur e Merlin, lei è Gwen, la figlia del costruttore di Pokèball.»
Merlin la salutò con un sorriso e Arthur con un vago gesto del capo mentre Gwen fece loro un piccolo inchino, sorridendo decisamente troppo per una ragazza a cui era stato appena rapito il padre, ma forse era una specie di riflesso automatico – poteva accadere, probabilmente, per il sorridere troppo spesso o qualcosa di simile.
«Ho promesso che avremmo aiutato Gwen a salvare suo padre, va bene, vero?» riprese Morgana, come se Merlin sarebbe mai stato in grado di rispondere no davanti ad una ragazza che lo guardava con tale aspettativa e come se Arthur avrebbe mai detto no in generale.
«Sai dove l’hanno portato?» chiese Arthur, passando subito al sodo e dimostrando di non avere completamente il minimo tatto.
Gwen scosse la testa, puntando poi il dito davanti a lei «Sono scappati da quella parte ma, potrebbe essere ovunque e…» e oddio, Merlin temeva che Gwen fosse ad un passo dal mettersi a piangere e no, no no no! Perché Merlin non sapeva trattare bene con le donne che piangevano e preferiva la versione super-sorridente di Gwen.
Morgana le passò un braccio dietro le spalle, rassicurante, e il momento sembrò essere passato.
«Okay, Growlithe,» chiamò Arthur, e il pokèmon cane, accanto a lui – l’unico ancora fuori dalla sfera per l’allenamento di poco prima – capì immediatamente e andò vicino alla casa, cercando un odore che potesse appartenere al padre di Gwen. Absol, accanto a Merlin, si unì alla ricerca, sebbene non fosse bravo come Growlithe e odiasse quel genere di cose – Gwen si era fatta decisamente più fan in quei pochi minuti di quanto fosse umanamente possibile.
«Io provo a mandare Mismagius a controllare via aerea, okay? Lo troveremo,» e romperemo il culo al Team Magical, era sottinteso, ma Merlin poté sentirlo benissimo, come se l’avesse detto.
«Tu rimani qui ad…» cominciò Arthur, sempre il cavaliere, e Gwen lo zittì oltraggiata e a Merlin ricordò molto Morgana, con quello sguardo oltraggiato e fiero sul viso e si chiese, esattamente, in cosa si fossero cacciati – perché una Morgana faceva paura, ma due sarebbe state assolutamente terrificanti.
«Cosa? Non se ne parla! Io vengo con voi! Sarei già partita da sola se Morgana non mi avesse convinto ad aspettare voi!» rispose, prima di cominciare ad avanzare verso il luogo dove erano spariti quelli del Team Magical «ci muoviamo?»
E beh, come potevano dire di no?
Non ebbero alcun problema a seguire le tracce lasciate dal Team Magical – che erano ovunque ed era ridicolo che un’organizzazione malvagia di quel calibro lasciasse tracce così ovvie – aiutati da Mismagius che sorvegliava il tutto dall’alto e da Growlithe e Absol che continuavano ad annusare la strada, seguendo la traccia di Tom – il padre di Gwen.
Merlin camminava accanto ad Arthur, che continuava a giocare con la terza pokèball a sinistra sulla sua cintura, quella di Nidoking, e a Merlin venne l’insano bisogno di prendere la mano di Arthur tra le sue e stringerla fino a fargli diventare le nocche bianche e dirgli che sarebbe andato tutto bene.
Non lo fece e continuarono a camminare con Gwen silenziosa e ansiosa e Morgana, che rimaneva dietro di lei come una mamma chioccia.
La traccia li condusse in una tenda nel mezzo del nulla e Merlin si chiese, nuovamente, come fosse possibile che un’organizzazione formata evidentemente da degli idioti potesse essere così pericolosa – era tutta colpa delle uniformi, rifletté, davano loro un’aria terrificante che in realtà non avevano.
Non c’era molta sorveglianza, probabilmente per non attirare l’attenzione, e loro erano in quattro questa volta, con tutti i loro pokèmon.
«Okay, siamo tutti pronti?» chiese Arthur, fermandosi a guardare Gwen per qualche secondo in più, aprendo e chiudendo la bocca un paio di volte prima che Gwen lo interrompesse.
«Se stai meditando se chiedermi o meno se voglio tornare indietro, perché non è ancora troppo tardi, no, Arthur, non ho alcuna intenzione di tornare indietro,» Arthur annuì, voltandosi nuovamente verso la tenda e quei quattro/cinque membri del Team Magical che la sorvegliavano.
«Il padre di Gwen è probabilmente all’interno, dobbiamo mettere K.O. le guardie esterne prima, il più velocemente possibile,» ragionò Arthur, guardando Merlin dritto negli occhi «quindi dobbiamo dividerci. Merlin, mentre tu e Morgana vi occuperete di tenere a bada le guardie, io e Gwen cercheremo di entrare dentro la tenda e liberare suo padre, va bene?»
Merlin e Morgana annuivano – Merlin leggermente sorpreso dalla scelta di Arthur di portare Gwen nel centro dell’azione, ma poi si voltò verso la ragazza e vide il sorriso che aveva rivolto ad Arthur e Merlin capì immediatamente perché.
«Okay, andiamo! » urlò Arthur e come in ogni piano ideato o scaturito da Arthur si gettarono in mezzo al pericolo come deficienti. Il problema era che, incredibilmente, molti di quei piani funzionavano.
Merlin perse di vista Arthur e Gwen dopo poco tempo, occupato com’era a combattere una battaglia doppia con due reclute e a guardare Morgana che distruggeva i suoi avversari a poco a poco a colpi di Mangiaincubi e Ipnosi – erano una visione penosa quei poveri membri del Team Magical che si ritrovavano in lacrime sotto i colpi di Morgana e Merlin si segnò, nuovamente, di non fare mai più arrabbiare Morgana o, comunque, di non sfidarla mai e poi mai.
In ogni caso, quando finalmente sconfissero tutte le guardie di Arthur e Gwen non vi era traccia fuori e Morgana e Merlin si avventurarono dentro la tenda dove non trovarono altro che Arthur, Gwen e Tom.
«Dove sono tutti?» chiese Merlin, avvicinandosi ad Arthur mentre Morgana si diresse verso Gwen senza alcuna esitazione.
«Avevano un Alakazam,» rispose Arthur, senza guardarlo in faccia e lo disse come aveva detto “non era una pietra lunare” e Merlin non capiva, ma sapeva che mentre lui e Morgana erano fuori a combattere lì era successo qualcosa e si volse verso padre e figlia, dall’altro lato della tenda, ma nessuno dei due disse niente «si sono teletrasportati non appena siamo entrati noi. Volevano forzare Tom a costruire una pokèball utilizzando una pietra molto simile a…»
E Merlin non aveva bisogno che Arthur finisse la frase e spostò lo sguardo verso la tasca di Arthur dove sapeva essere la pietra.
Poi si guardò intorno e in quella tenda non c’era nulla di particolare: un tavolo, degli attrezzi – probabilmente quelli che sarebbero dovuti servire a Tom per completare il suo lavoro – e qualche macchinario.
Niente computer o fogli o pezzi di pietra questa volta e Merlin si rese conto che non avrebbero imparato nulla rimanendo lì.
«Forse faremmo meglio a tornare, Gwen e Tom vorranno riposare,» mormorò, intimorito dal silenzio che si era creato nella tenda, ma nessuno ebbe opposizioni e si riavviarono in città.
Arthur che continuava a non guardarlo in faccia, Gwen e suo padre che si stringevano e lui e Morgana che rimanevano un po’ indietro guardando i tre e chiedendosi cosa fosse successo, esattamente, là dentro.
Accompagnarono Gwen a casa sua e lei e suo padre insistettero perché rimanessero con loro - «Avete salvato la vita di mio padre, è il minimo che possiamo fare, davvero,» - e Morgana accettò velocemente, lasciando ai due ragazzi poca scelta.
Arthur non aveva ancora rivolto la parola a Merlin da quando erano partiti e Growlithe continuava a lanciare occhiate preoccupate al suo allenatore e poi a Merlin, abbassando velocemente lo sguardo e Merlin si chiedeva cosa avesse perso esattamente, perché si sentiva un po’ un idiota.
La casa di Tom e Gwen era piccola, c’erano solo due camere da letto – quella di Gwen e quella di Tom, ovviamente – un largo soggiorno, un bagno e una cucina. Le ragazze presero la camera di Gwen, mentre Arthur e Merlin insistettero perché Tom rimanesse nella sua stanza, il soggiorno sarebbe andato benissimo per loro.
Avevano mangiato e avevano scherzato e Tom li aveva ringraziati nuovamente e sarebbe andato tutto bene se Arthur l’avesse guardato in faccia – almeno una volta, giusto per fare capire a Merlin che okay, c’era qualcosa che non andava, ma non era così grave, era recuperabile qualsiasi cosa fosse. Ma Arthur non aveva mai alzato lo sguardo o non si era mai voltato o comunque non aveva fatto nulla per guardarlo e alla fine della serata, quando stavano salutando gli altri tre, Merlin sentì la rabbia montargli dentro perché no, non aveva fatto nulla di male e non si meritava un trattamento simile – e avrebbe anche potuto non prenderla personalmente, perché Morgana stava più o meno ricevendo il suo stesso trattamento, ma Arthur sembrava non avere problemi né con Gwen né con suo padre quindi sì, Merlin la prendeva personalmente, grazie tante.
Non appena furono soli, Merlin si voltò verso Arthur, che gli dava le spalle mentre sistemava le coperte sul divano e sentì qualcosa esplodergli dentro «Senti, Arthur…» cominciò, indignato e arrabbiato e ferito e altre mille cose che non avrebbe saputo spiegare, ma Arthur lo interruppe, la voce bassa ma dura, decisa.
«Merlin. Merlin tu sei… sei insopportabile, credi di avere sempre ragione e che io, di conseguenza, abbia sempre torto – quando è evidente che non è vero – ti lamenti sempre, fai il saputello, hai le orecchie troppo grandi per essere normali, seriamente, prendi ogni occasione per sfottermi e…»
Merlin, era leggermente indispettito «Mi stai dicendo tutto questo per un motivo, Arthur, o ti diverti a farmi arrabbiare?»
Ma Arthur continuò, come se non l’avesse sentito «E hai un sorriso stupido, e non ti arrabbi mai per te stesso e… e nonostante tutto mi segui ovunque e vieni con me anche quando pensi che io stia per fare una cosa stupida e mi spalleggi e… e sei insopportabile, Merlin, ma io mi fido di te. Non avrei voluto nessun’altro con me in questo viaggio,» e ora Arthur lo stava guardando dritto negli occhi, per la prima volta da quando erano tornati dalla tenda e oh, quanto gli era mancato! Arthur diceva tantissimo attraverso i suoi occhi e Merlin era così abituato ad averli addosso che gli erano mancati, gli erano mancati così tanto.
E Merlin si rese conto che Arthur stava per dire qualcos’altro «Tu… tu ti fidi di me, Merlin?» chiese Arthur, con lo sguardo deciso, quello di quando si gettava a capofitto in una missione suicida e Merlin non capiva.
O meglio, Merlin capiva molte cose: capiva che era innamorato di Arthur – si era innamorato di Arthur a cinque anni quando Arthur aveva spinto quel bambino che l’aveva preso in giro perché non aveva i genitori e poi si era fatto picchiare, perché Arthur a cinque anni non era forte come ora – e capiva che Arthur a volte si comportava come se fosse innamorato di Merlin, ma non era così, perché Arthur aveva baciato una ragazza, a 14 anni e a Merlin si era spezzato il cuore.
Merlin capiva perché non poteva rispondere a quella domanda.
Merlin non poteva fidarsi totalmente di Arthur, perché Merlin amava Arthur e lo amava così tanto che un qualsiasi suo gesto, una qualsiasi sua parola, avrebbero potuto distruggerlo completamente. E come poteva realmente fidarsi di qualcuno che aveva tutto questo potere? Come?
Ed era stupido perché non era nemmeno colpa di Arthur, perché Arthur non aveva costretto Merlin ad innamorarsi di lui – anche se un po’ l’aveva fatto, perché Arthur era Arthur e Merlin non capiva come fosse possibile non innamorarsi di lui – e aprì la bocca per dire che sì, si fidava, anche se non era vero, ma non disse nulla.
Perché c’era anche la storia dei poteri e oh, quello era tutto un nuovo livello di non-fiducia perché Merlin li aveva scoperti sei anni prima e ancora non aveva detto nulla – nemmeno quando Uther aveva mentito ad Arthur e barato nei loro incontri – e Dio, Merlin non meritava nemmeno che Arthur si fidasse di lui.
«Ho capito,» disse infine Arthur, abbassando di nuovo gli occhi «okay, tutto chiaro.»
E Merlin avrebbe voluto dirgli che non era chiaro per niente, che si stava sbagliando, che non era colpa di Arthur, era colpa di Merlin, tutta colpa sua!
Però Arthur parlò di nuovo, uno sguardo rassegnato sul viso «Comunque io mi fido di te, anche se sei chiaramente pazzo. Ecco, sì, era tutto quello che volevo dire. Notte, Merlin.»
E si sdraiò su uno dei divani, mettendosi il cuscino sotto la testa e dando le spalle a Merlin.
Merlin rimase a guardare le spalle di Arthur fino a che queste non cominciarono a muoversi ad intervalli regolari e poi ancora, mentre Arthur si rigirava nel sonno – probabilmente a causa di un sogno, forse di un incubo – e ancora mentre Arthur finalmente si acquietava, voltato questa volta verso di lui, russando sonoramente.
E continuò a guardare Arthur per tutta la sera, senza dire una parola.
E quando Arthur si svegliò era come se tutto il giorno prima non fosse mai accaduto, come se Merlin non avesse rovinato tutto, come se Arthur non fosse ferito.
Come se fosse tutto a posto.
Merlin sapeva che non era vero, ma non sapeva come fare a rimediare.
A Merlin Gwen piaceva, a Morgana Gwen piaceva molto e ad Arthur Gwen piaceva parecchio (che era anche troppo, se Merlin doveva essere sincero) quindi non c’era alcuna ragione per essere scontenti del fatto che Gwen avesse deciso di seguirli.
Gwen era una persona adorabile, davvero, era carina e simpatica e dolce e Merlin non riusciva nemmeno ad essere arrabbiato con lei quando Arthur prese la borsa che Gwen aveva portato – apparentemente con dentro un intero kit per la lavorazione delle bacche – offrendosi di portarla per lei.
Era ingiusto che Gwen fosse così socievole e piacevole e che si fosse fermata a parlare con Merlin e fosse stata così educata, perché se fosse stata una persona orrenda Merlin avrebbe potuto odiarla – almeno un poco.
E invece la trovava adorabile. Il mondo era un posto ingiusto.
Probabilmente Merlin stava anche esagerando, ma non era abituato a dividere. Né Arthur né Merlin avevano mai avuto troppi amici, Merlin perché… beh; Arthur perché troppo fissato con i suoi allenamenti giornalieri. A parte Morgana, ma Morgana era diversa, Merlin non si era mai dovuto davvero preoccupare di avere una concorrenza – anche se non era esattamente corretto chiamarla così dato che Merlin non aveva alcuna chance – non che Arthur non avesse fatto nulla, certo, ma non era mai stato nulla di serio.
Ma questa volta… perché mai Arthur non avrebbe dovuto innamorarsi di Gwen? Era così carina ed erano decisamente decisamente troppo vicini per i suoi gusti.
Avrebbe potuto tenere il broncio per un altro poco – okay, probabilmente per tutto il giorno – ma Morgana gli si avvicinò, gettando un’occhiata agli altri due davanti a loro, stando attenda che non potessero sentirli.
«Merlin, devo chiederti una cosa…» Morgana sembrava preoccupata e confusa, e Merlin si preoccupò suo malgrado «Arthur… Arthur ti ha per caso fatto un discorso strano? Una cosa sulla fiducia e uhm, cose simili?»
Merlin avrebbe voluto dire no, assolutamente no! Perché stava cercando di cancellare dalla sua mente quella discussione, ma la curiosità ebbe il sopravvento.
«L’ha fatto anche a te?» sorpreso, Merlin smise di fissare la schiena di Arthur per voltarsi a guardare la faccia di Morgana.
Merlin avrebbe anche potuto pensare che Morgana avesse sentito la loro conversazione e ora fosse lì a prenderlo in giro, ma non c’era nessuna luce scherzosa nel suo sguardo e non sembrava stare fingendo.
Morgana cominciò a mordersi il labbro inferiore «Credi sia successo qualcosa di grave in quella tenda? Gwen non mi ha detto nulla e beh, non sono andata a chiedere a Tom, ma…»
«Da quando è entrato in quella tenda si sta comportando in maniera più strana del solito» concluse Merlin, ricordando il silenzio del giorno prima e poi il-discorso-che-Merlin-avrebbe-voluto-cancellare.
E poi quella mattina, il sorriso tirato di Arthur e il suo comportamento così nomale da essere solo un ulteriore segnale che qualcosa non andasse.
Ma per quanto Merlin provasse a rifletterci non aveva idea di cosa potesse essere successo e, a quanto pare, nemmeno Morgana.
«Potresti provare a parlarci tu con Gwen,» disse infine Morgana e Merlin quasi si affogò per la sorpresa.
«Se non l’ha detto a te, che speranze abbiamo che lo dica a me?» ragionò, perché davvero, suonava assolutamente ridicolo. E poi Merlin si stava impegnando per non farsela piacere, non poteva certo andare lì e cominciare a scambiarsi confidenze con lei, certo che no!
«Non lo so!» e Morgana suonava quasi isterica – e Morgana non era mai isterica - «ma hai un’idea migliore?»
Sì! Sì! Ignorare tutto! Lasciare che vada via! Lo avrebbe detto, era lì, sulla punta della lingua, ma poi vide lo sguardo di Morgana.
«Perché sei così preoccupata?» non poté fare a meno di chiederlo, perché Morgana era abituata ad avere discorsi con Arthur, passavano la loro intera vita a battibeccare e a prendersi in giro e generalmente a litigare come cane e gatto. A volte era snervante, anche se sempre incredibilmente divertente.
Ma quella volta Morgana era preoccupata e continuava ad occhieggiare ad Arthur e Gwen febbrilmente.
«Perché Arthur sembrava… non lo so… e da quando Nidorino si è evoluto… e… e ho bisogno di prendere il Team Magical e prenderli tutti a calci, è questa la verità,» e c’era qualcosa di feroce nello sguardo di Morgana e Merlin sapeva che non stava mentendo, che la prossima volta avrebbe ridotto il Team Magical in polvere. Morgana era decisamente spaventosa.
Merlin la capiva, Merlin la capiva così bene e lui non era potente come Arthur o spietato come Morgana, ma la prossima volta non si sarebbe arreso fino a quando non li avessero sconfitti tutti.
Aveva distolto lo sguardo da Morgana, poi, e aveva notato che Arthur si era voltato verso di loro, uno sguardo che Merlin non riusciva a decifrare in viso e che Gwen si stava avvicinando, sorridendo loro in maniera così amorevole.
E Merlin rinunciò al suo piano di Odiare Gwen A Vita – non avrebbe mai funzionato comunque, Merlin non era bravo in queste cose, l’ultima volta che si era messo in testa di dover odiare qualcuno era stato con Arthur e beh, non era esattamente finita come si era prefissato.
«Proverò a chiederglielo,» bisbigliò a Morgana, sapendo che avrebbe capito e l’altra annuì, sorridendo poi a Gwen.
Gwen li prese entrambi a braccetto e disse che era particolarmente eccitata per quel viaggio e che non potevano certo lasciarla solo a parlare con Arthur perché c’era un limite a quante descrizioni di combattimenti potesse ascoltare.
E quando Merlin vide la faccia oltraggiata di Arthur seppe che avrebbe adorato Gwen in eterno.
Il piano per estrarre informazioni a Gwen? Non stava andando esattamente come Merlin aveva sperato, considerando che non era nemmeno riuscito a parlare con Gwen da solo.
Merlin aveva un piano: non appena fossero arrivati in città avrebbe mandato Morgana e Arthur a cercare un posto dove stare e avrebbe chiesto a Gwen di accompagnarlo al pokèmarket, dicendo di non avere abbastanza super-pozioni.
Non era certo il piano migliore della storia, ma era abbastanza semplice e Merlin era convinto di poterlo attuare senza troppi problemi.
Poi erano arrivati in città.
E giustamente erano arrivati nell’unica serata l’anno in cui c’era una festa dedicata al buon raccolto, o qualcosa di simile, e giustamente Arthur si era entusiasmato come un bambino piccolo e aveva cominciato a trascinare tutti loro in giro e non importava quanto Merlin ci provasse - «Gwen, che ne diresti di andare a vedere quello stand?» «Gwen, vuoi comprato qualcosa? Vieni a scegliere!» «Gwen, ti va di salire sulla giostra?» - non c’era verso di prendere Gwen da sola nemmeno per un istante.
Per questo quando, finalmente, erano andati al centro pokèmon per andare a dormire, Merlin ci aveva rinunciato – apparentemente non era il giorno adatto – stava per seguire Arthur in camera, quando Gwen l’aveva chiamato, rivolgendogli un sorriso incredibile e gli aveva chiesto di aiutarlo a trasportare dio-solo-sapeva-cosa – e non importava, davvero, perché questa era l’occasione perfetta.
Uscirono dal centro, Gwen che lo guidava verso il paese, dicendo che si era dimenticata la borsa ad una bancarella, probabilmente, e Merlin cercò di prepararsi il discorso per bene.
Apparentemente però Gwen aveva dei poteri simili a Morgana e cercare di tenerle nascosto qualcosa era inutile.
Si fermò, infatti, nel bel mezzo del sentiero voltandosi verso di lui e alzando un sopracciglio, impaziente.
«Volevi chiedermi qualcosa, Merlin?» lo incitò e Merlin la guardò sorpresa, aprendo e chiudendo la bocca un paio di volte.
«E tu… come?» balbettò, facendo ridere Gwen.
«Non sei stato esattamente subdolo, Merlin. “Vieni a vedere i Pidgey con me?”, seriamente Merlin?» Merlin vorrebbe dire, a sua discolpa, che prima di quello c’erano stati milioni di tentativi molto più intelligenti, ma non disse nulla, limitandosi ad arrossire.
«E so anche cosa vuoi chiedermi, Merlin, immaginavo che Morgana avrebbe mandato te, per scoprirlo,» e beh, se Gwen sapeva già cosa voleva chiedergli sarebbe stato meglio, no?
«E me lo dirai?» chiese, allora, decidendo che negare o provare ad arrivarci gradualmente sarebbe stato inutile, Merlin non era fatto per il lavoro di spia.
Gwen non rispose però, si limitò a sorridergli, come se fosse davanti ad un bambino carino, ma decisamente stupido.
«No, Merlin. Ma nessuno di voi due ha pensato a chiedere ad Arthur cosa è successo?»
«Certo che ci abbiamo pensato,» protestò «ma Arthur… non… Arthur si comporta in maniera strana e…» e non ho il coraggio di riprendere l’argomento, perché Arthur potrebbe decidere che, alla fine, non ne vale la pena di fidarsi veramente di un cretino come me e andarsene e non rivolgermi più la parola e… ma non disse niente di tutto quello, perché non avrebbe saputo da dove cominciare.
«Posso darti solo un consiglio, Merlin?» e Merlin avrebbe voluto dirle di no, perché stava nuovamente prendendo in considerazione di tornare al suo piano precedente, quello di cercare di odiare Gwen per tutta la vita, quando Gwen riprese a parlare, senza aspettare una risposta «tu vuoi bene ad Arthur, no? E con questa frase sappiamo entrambi che voglio dire che sei completamente innamorato di lui al punto di essere quasi ridicolo, no?»
Merlin quasi si strozzò con il suo stesso respiro, cominciando ad iperventilare «C-cos…? Ma come ti viene in men…» ma apparentemente Gwen non aveva finito e lo liquidò con un gesto della mano.
«Per favore, Merlin, lo sanno tutti. L’unico che non lo sa è Arthur perché, come sappiamo, è un irrecuperabile cretino egocentrico,» e Merlin non avrebbe potuto dirlo meglio, doveva ammetterlo.
«E poi tu, beh a volte lo guardi come se… non posso nemmeno spiegarlo senza sentirmi una stupida ragazzina innamorata!» e Merlin avrebbe potuto offendersi perché non era una ragazzina, ma probabilmente Gwen aveva assolutamente ragione ed ebbe la decenza di stare zitto e ascoltarla.
«Solo, Merlin… anche lui ti vuole bene, non come gliene vuoi tu, o almeno non credo ma… si preoccupa per te e non… quando scopri che una persona a cui vuoi bene non si fida di te, beh…» e Merlin non riuscì a trattenersi.
«Ma io non ho detto nulla! E’ stato Arthur che ha capito male! Non ho detto assolutamente nulla, mi ha preso di sorpresa e…» ma a Gwen non piaceva essere interrotta, apparentemente, soprattutto quando credeva di stare regalando perle di saggezza.
«E non pensi sia questo il problema, Merlin? Non avere detto nulla?» e c’era qualcosa nel tono di Gwen, nei suoi occhi, che disse a Merlin che non stava parlando solo della domanda, ma Merlin non riusciva a capire cosa stesse cercando di dirgli.
«Io non…» cercò di dire, e Gwen sospirò.
«Sì, nemmeno Morgana ha capito quando gliel’ho detto… siete proprio stupidi, tutti e tre,» e dicendo così si voltò nuovamente verso il centro pokèmon e cominciò a camminare.
«Gwen, e la tua borsa?» chiese, incapace di capire ancora di registrare per bene la conversazione.
«È in camera, Morgana l’ha portata su prima,» e poi si voltò verso di lui, sorridendo «mi facevi pena, volevo renderti il lavoro più facile.»
Improvvisamente il piano per Odiare Gwen a Vita divenne incredibilmente più facile da attuare, ma Merlin non ne aveva alcuna voglia e si incamminò a fianco a Gwen.
«Ma dimmi…» disse dopo qualche secondo Gwen «c’è sempre e solo stato Arthur o c’è stato qualcun’altro? Quando hai capito di essere innamorato di lui? Come…»
«Continuerai a farmi domande fino a che non ti avrò raccontato tutto, vero?» le chiese Merlin, rassegnandosi al suo destino e guardando il ghigno malefico di Gwen, Merlin si disse che, alla fin fine, lei e Morgana avevano molto più in comune di quanto avesse realizzato.
E cominciò a raccontare.
Andarono a letto solo due ore dopo e nonostante Merlin ancora non capisse cosa non andasse con Arthur stava moderatamente bene e quando, entrando in camera, Arthur lo salutò con un “Hnn, hai la grazia di un elefante” da sotto il groviglio di coperte, Merlin pensò che tutto si sarebbe aggiustato, in qualche modo.
Il quarto capopalestra era estremamente strano.
Non solo si era, apparentemente, invaghito di Morgana – e okay, questo non era strano di per sé, perché Morgana era una bella ragazza ed era normale che uno potesse innamorarsi – ma era anche fissato con i serpenti.
I suoi pokèmon erano pokèmon serpenti, i suoi vestiti rappresentavano serpenti, la sua palestra era addobbata con serpenti da tutte le parti – Merlin ricordava vagamente uno scudo appeso alla parete con dei Seviper disegnati.
Arthur non aveva avuto alcuna difficoltà a batterlo e Merlin gioì internamente, e avrebbe tanto voluto che Rayquaza fosse lì perché così avrebbe visto che Arthur non aveva bisogno di nessun aiuto, ce l’avrebbe fatta da solo!
Gwen si era inserita nel gruppo perfettamente, nel frattempo, e Merlin l’adorava, proprio come aveva previsto.
La situazione con Arthur sembrava essersi calmata, non c’erano stati sviluppi e Merlin la considerava una mezza vittoria – almeno non era peggiorata, dopotutto.
In sostanza, andava tutto bene e il prossimo capopalestra avrebbe dovuto essere un tipo fissato con i pokèmon equini.
Mai che ce ne fosse uno normale lì intorno.
Il problema, però, sarebbe stato arrivare alla quinta palestra.
Per passare dalla città in cui si trovavano in quel momento a quella dopo avrebbero dovuto attraversare una montagna – il che beh, ormai Merlin c’era anche abituato – ma apparentemente il mondo aveva deciso che nulla poteva essere facile per loro.
Merlin avrebbe dovuto capirlo quando, non appena misero piede nella grotta – Luxio, Elekid e Magnezone (uno dei pokèmon di Gwen, che erano molto molto più fichi dei suoi, a detta di Arthur) che illuminavano loro la strada - Rayquaza si fece sentire dopo settimane di silenzio.
Non era mai una buona cosa quando Rayquaza si faceva sentire, Merlin lo sapeva, ma non si rese conto che avrebbe fatto meglio a dire a tutti che no, dovevano correre via in quel preciso istante, per favore.
Invece aveva continuato a camminare, un pochino dietro agli altri, bisbigliando. A volte Merlin si odiava un poco.
«Meeerlin,» e, anche se Merlin non sapesse bene come ci riuscisse, Rayquaza suonava ancora più inquietante dell’ultima volta «devi stare attento, Merlin.»
«Attento a cosa?» chiese, aggrottando le sopracciglia «oddio, non sta per crollare la montagna, vero?» gli era bastata quella volta al centro di ricerche, davvero. Gli era ampiamente bastata.
«Non ho tempo, giovane allenatore. Oggi incontrerai qualcuno, è importante che lui e Arthur si incontrino,» suonava serio, mortalmente serio.
«Chi è? E perché è così importante?» chiese, guardando la schiena di Arthur che camminava in disparte, mentre le due ragazze bisbigliavano tra loro.
«Perché il destino si dipana in modi sorprendenti, ma ogni singolo evento può modificare il corso di più e più vite,» rispose Rayquaza, rendendo il tutto ancora più incomprensibile.
«Oh, sì, certo, è tutto chiaro. E come dovrei riconoscere questa persona scelta dal destino? Cadrà forse dal cielo?»
«No, giovane allenatore. Sarai tu a cadere dal cielo,» e Merlin avrebbe voluto chiedergli cosa avesse bevuto – e se pure i Pokèmon Leggendari potessero ubriacarsi – quando un forte terremoto scosse l’intera montagna e no, no! Davvero non ne poteva più di scappare da frane e oh, Arthur! Dov’era Arthur? Doveva assicurarsi che fosse salvo e…
E poi gli venne a mancare la terra sotto i piedi, letteralmente, e il vuoto d’aria che gli si formò al centro dello stomaco gli fece venire voglia di vomitare, ma non lo fece e cadde.
«Merlin!» urlò Gwen, disperata, ma la sua voce non era che un suono confuso e gli sembrò di sentire Morgana urlare “Arthur” e si chiese se anche lui fosse caduto – o se gli fosse arrivata addosso una pietra, o se avesse cercato di salvare Merlin, gettandosi in suo soccorso (perché sarebbe stata una cosa da Arthur: stupida ed incosciente) e Merlin si dimenticò che, probabilmente sarebbe morto, perché no, no! Arthur aveva un destino da compiere e il fatto che Merlin fosse troppo stupido per farne una giusta non voleva dire nulla.
E Merlin chiuse gli occhi e cercò di trovare Arthur, con tutte le sue forze e poi lo sbalzò contro una sporgenza – poteva farlo, i suoi poteri servivano a qualcosa, dopotutto – e Merlin era contento. Perché Arthur era salvo e andava tutto bene.
Solo che ora sarebbe morto e non c’era nulla di bene nell’essere morto.
«Meeerlin, ricorda: devi guidare Arthur nel suo viaggio,» perché Rayquaza non poteva lasciarlo morire in pace? O forse erano queste le cose che facevano le voci-dentro-la-propria-testa, cercavano di tenerti in vita o cose simili «puoi farlo anche con te, Merlin, fermati e poi tira.»
E quello? Quello era il consiglio più stupido che qualcuno gli avesse mai dato, ma Merlin non poteva davvero essere selettivo in quel momento. E quindi si fermò e poi tirò.
E nello stesso momento in cui si ritrovò con la schiena su una superficie piana e apparentemente sicura cominciò ad iperventilare.
Ommioddio, ommioddio, ommioddio. Stava per morire, seriamente, stava per morire e oddio, oddio!
«Oh Mio Dio. Io… Oh cazzo,» mormorò, incapace di controllarsi. E gli altri, stavano tutti bene?
Chiuse gli occhi, cercando di ritrovare Arthur, come aveva fatto poco prima, ma tutto quello che riusciva a sentire era il suo cuore che non la smetteva di pulsare e di fare un casino del diavolo. Provò poi con Gwen e Morgana, ma non riuscì a trovare nemmeno loro.
«Stanno bene, giovane allenatore. Il destino ha un piano anche per loro, non temere,» gli disse Rayquaza, e Merlin gli credette di nuovo, perché la prima volta era andata effettivamente bene.
«Dove… cosa…? » provò, scoprendo di essere ancora incapace di formare una frase coerente. La testa gli pulsava, il suo respiro non accennava a tornare normale e non poteva vedere nulla.
Elekid. Elekid era rimasto di sopra, probabilmente. E Merlin era al buio, perfetto.
«Non posso dirti cosa sta succedendo, Merlin, devi alzarti, sulla tua sinistra c’è una fessura. E ricorda, Merlin, è importante…»
«Sì, sì, è importante che io presenti qualcuno che nemmeno conosco ad Arthur per il destino, okay. Ti rendi conto che stavo per morire? Credi me ne possa fregare qualcosa?» Merlin pensava che, probabilmente, il pokèmon non aveva compreso a pieno quello che era appena successo perché se l’avesse fatto avrebbe smesso di ripetere a Merlin sempre le stesse cose. Non era in grado di capirle ora come ora e non gli interessavano particolarmente.
«E’ importante, Merlin,» ripetè e poi Merlin si rese conto che aveva chiuso il collegamento e certo, perché fare incontrare Arthur con personaggi strani era più importante della vita di Merlin. Certo.
Girò la testa un paio di volte, nel buio più totale, cercando di testare con la mano quanto lunga fosse quella… piattaforma?
Si mise a sedere, allungando le gambe il più possibile, cercando di capire se rischiasse di cadere immediatamente, una volta messosi in piedi.
Quando capì che poteva alzarsi senza troppi problemi lo fece, portando le mani avanti, cercando di trovare la parete – a sinistra, si ricordò, e per quanto cominciasse ad odiare quel dannato serpente, almeno non avrebbe rischiato di cadere nel vuoto di nuovo.
La fessura era abbastanza larga da fare passare Merlin, per fortuna, e quando Merlin l’attraversò si rese conto di essere in una specie di tunnel. E che c’era della luce.
Piccole lampadine pendevano dal soffitto della caverna e Merlin si sentì di nuovo nel centro di ricerca, mentre lui, Arthur e Morgana cercavano di riprendersi i loro pokèmon. Solo che ora era solo e le sue pokèball erano tutte appese alla sua cintura.
Si incamminò lentamente, guardandosi intorno con curiosità – che ci facevano delle lampadine lì sotto? E dov’era, esattamente, lì sotto? – quando cominciò a sentire dei rumori, voci sommesse e quasi non pianse dalla gioia.
Era salvo! Non sarebbe morto di fame lì sotto solo e disperato – e okay, magari stava un po’ esagerando, ma era appena caduto dentro un precipizio o qualcosa di simile ed era giustificato!
Cominciò a correre verso le voci, pensando che doveva trovare Arthur e dirgli che gli dispiaceva e che si fidava di lui, davvero e magari gli avrebbe detto anche dei suoi poteri. Magari l’avrebbe fatto davvero.
Le voci si facevano sempre più vicine e sì, Merlin decise che avrebbe detto ad Arthur tutto.
Forse anche che era innamorato di lui. Forse. O forse no.
Poi i possessori delle voci svoltarono l’angolo, comparendo proprio di fronte a Merlin che dovette premersi due mani davanti alla bocca per non fare alcun rumore e nascondersi dietro una roccia.
E l’unica cosa che Merlin riuscì a pensare mentre i due uomini in uniforme si avvicinavano era “non di nuovo!”
Possibile che questi del Team Magical apparissero ovunque come Schroomish? Tanti piccoli Schroomish fastidiosi.
I due si avvicinavano, lentamente e Merlin non aveva dove andare, non aveva dove nascondersi ed era solo questione di tempo prima che lo trovassero, lo sapeva, ma continuava comunque a nascondersi, sperando in un miracolo, uno qualsiasi.
Uno, due, tre secondi e non accadde nulla e Merlin sospirò, portando una mano alla cintura: chi avrebbe potuto usare? Ursaring assolutamente no, rischiava di far crollare qualcos’altro e uh.
Avrebbe potuto usare Hunter – ma sarebbe stato troppo spaventato per poter combattere decentemente (i posti bui e stretti gli davano fastidio) – o Ralts.
Ralts era una buona idea. Ralts e Absol se i due avessero combattuto contemporaneamente.
«Chi c’è là? Vieni fuori!» urlò uno dei due e Merlin, gli occhi chiusi, stava quasi per gettarsi nel corridoio quando si rese conto che oh, non parlavano a lui!
«Scusatemi, mi sono perso, sapete per caso dov’è la base dei super cattivi?» chiese il tipo e Merlin per un attimo trattenne il respiro. Poteva essere… Arthur?
Eppure la voce non sembrava la sua e forse era qualcun altro che era caduto, esattamente come loro, e che era stato abbastanza fortunato da salvarsi senza un aiuto magico da parte di Merlin.
O forse era solo finito in qualcosa di più grande di lui.
«Ti diverti a fare lo spiritoso? Vediamo come riderai dopo,» e Merlin si sporse lentamente, vedendo che i due avevano tirato fuori i loro pokèmon – un Glameow e un Murkrow (chissà perché in questi team tutti avevano gli stessi identici pokèmon…) – e finalmente poté vedere chi altri c’era lì con loro.
Capelli neri un po’ trasandati, un sorriso beffardo sul viso: chiunque fosse quel tipo era certamente sicuro di sé – e bello, decisamente bello, non come Arthur con i suoi capelli dorati e gli occhi azzurri e quell’aspetto da principe azzurro, in maniera più selvaggia ma non per questo meno evidente.
«Due contro uno? Potrebbe essere considerato scorretto, sapete? Poco onorevole… ma immagino che queste parole per voi non significhino nulla…» sembrava quasi triste mentre parlava e Merlin stava quasi per uscire dal suo nascondiglio ed aiutarlo, quando l’altro tirò fuori una pokèball dalla cintura – e Merlin era un po’ curioso, doveva ammetterlo - «vi insegnerò io cosa voglia dire essere chiamati allenatori di pokèmon e portare questo titolo con onore.»
E lanciò la sfera da cui uscì un Rhyperior e Merlin venne colpito da flashback di Arthur, Nidoking e un fottuto soffitto che crollava loro addosso. Non di nuovo, maledizione!
Questo allenatore, però, sembrava molto più esperto di Arthur nel combattere dentro posti angusti e possibilmente fragili e ogni colpo di Rhyperior sembrava studiato alla perfezione per arrecare meno danni possibili alle pareti del tunnel.
Effettivamente parlando, quell’allenatore era incredibile. Merlin aveva visto tante volte gli allenamenti e le battaglie di Arthur che ormai notava i piccoli errori che i suoi pokèmon – e quelli degli altri – facevano senza troppa difficoltà – quei movimenti un po’ troppo ampi, quei colpi troppo leggeri o troppo forti – ma quel Rhyperior non stava commettendo alcun errore.
Era assolutamente perfetto.
E Merlin si chiese, mentre i due pokèmon del Team Magical vennero messi al tappeto, chi esattamente avesse davanti.
I due membri del Team Magical scapparono a gambe levate, passandogli accanto senza nemmeno notarlo e Merlin gettò un’occhiata all’altro allenatore, cercando di capire cosa stesse facendo, ma quello si era voltato dall’altro lato, occupato a fare chissà che.
Merlin cercò di sgattaiolare via, non completamente sicuro di cosa stesse succedendo, ma certo non così curioso da mettersi in mezzo, ma decise di inciampare sui suoi stessi piedi – in una mossa che Arthur si divertiva a chiamare il Merlin Remix – e cadere faccia a terra proprio nel bel mezzo del corridoio.
Merlin l’aveva già detto, però, che fare la spia non era esattamente il suo forte.
«Chi è là? Se fai parte del Team Magical…» cominciò l’allenatore misterioso e Merlin si mise a sedere velocemente, negando con il capo.
«No! Cos… no! Non ho l’uniforme! Anche se potrei essermela levata – anche se a volte dubito che se la levino mai e uh, non deve essere propriamente igienico. Comunque no! No, Dio no!» e la prospettiva di essere scambiato per uno di quelli lo mandava seriamente in bestia.
L’allenatore misterioso era rimasto a guardarlo, confuso e probabilmente divertito da quel pazzo che continuava a dire strane cose senza senso. Perfetto.
«Sono solo caduto! Si è aperto un buco, sopra e sono caduto. Non solo io anche un mio amico e…» e Merlin pregò che l’altro lo interrompesse, perché temeva seriamente che non sarebbe riuscito a smettere di parlare molto presto.
Cadere per diosolosaquantimetri e rischiare di lottare una super organizzazione criminale lo rendevano nervoso. Era giustificato.
«Okay, okay, ti credo, davvero!» e sbagliava o stava ridendo di lui? Merlin avrebbe potuto arrabbiarsi, ma era davvero troppo stanco per farlo «io sono Lancelot, piacere,» e si avvicinò, tendendogli una mano per aiutarlo ad alzarsi.
E Lancelot… perché gli sembrava di avere già sentito quel nome da qualche parte?
«Merlin, grazie. Normalmente non sono così… ehm» e non sapeva esattamente come descrivere questo così quindi fece semplicemente un gesto, indicandosi i vestiti sporchi di terra e la faccia graffiata. Tutto considerato avrebbe potuto essere conciato molto peggio.
«Vorrei tanto poterti aiutare a trovare il tuo amico, ma ho un problemino da risolvere. In ogni caso se vai un po’ più avanti e svolti a destra c’è l’uscita e…»
«Stai andando a batterti con il Team Magical?» l’interruppe Merlin, d’improvviso, che non aveva nemmeno cominciato ad interessarsi alle indicazioni.
«Sì, è pericoloso, quindi…» cominciò Lancelot, ma Merlin si voltò nella direzione in cui erano scomparsi i due.
«Vengo con te, ho un conto in sospeso con il Team Magical!» si limitò a dire, ricevendo da parte dell’altro un’occhiata scettica.
«Non vorrei essere offensivo, ma non è un gio…» ma Merlin non lasciò finire Lancelot, scuotendo la testa.
«Lo so. Credimi, lo so. Ma ho bisogno di chiedere loro una cosa…» se Gwen non voleva dirgli cosa era successo e Arthur scappava quando si ci avvicinava all’argomento, quella era la sua unica chance di sapere cosa fosse accaduto in quella tenda.
E no, non si sarebbe arreso tanto facilmente.
Eppure Lancelot continuava a guardarlo con ritrosia, come se Merlin dovesse esplodere da un momento all’altro. Merlin si sentì un po’ oltraggiato: sapeva prendersi cura di sé stesso! Si prendeva cura di Arthur da anni, aveva esperienza nel prendersi cura delle persone!
E se Lancelot conoscesse Arthur ne sarebbe impressionato anche lui, ma non funzionava tanto bene quando l’interlocutore non era a conoscenza delle manie suicide del suo migliore amico.
«Non ti starò tra i piedi, lo giuro!» e doveva esserci qualcosa di particolarmente convincente – o pietoso – nello sguardo di Merlin, perché Lancelot si sciolse, abbandonando completamente l’incertezza di poco prima.
«Se per te è così importante non posso certo impedirti di venire… sicuro che il tuo amico sarà a posto?» no, probabilmente Arthur sarebbe caduto in un altro buco, per la fortuna che aveva quel giorno Merlin, ma stare lì a pensarci non avrebbe risolto nulla.
«Se la caverà… spero,» rispose dunque, cercando di ricambiare il sorriso che Lancelot gli stava rivolgendo.
«Okay allora, Merlin, andiamo?» e Merlin non se lo fece ripetere due volte.
Lancelot proveniva da un’altra regione, apparentemente, ma era arrivato ad Albion quando era ancora piccolo ed era rimasto lì da allora, ma a volte le sue origini gli creavano un po’ di problemi nel suo lavoro – e Merlin provò a pensare a quello che poteva fare Lancelot di così importante che la sua sola provenienza potesse essere problematica.
“Lavori con i pokèmon, questo è certo, sei forse un dottore? No? Un poliziotto? Un capopalestra?” e Lancelot rise “Quasi”.
Lancelot era simpatico, per quel poco che Merlin potesse dire dalla strada che avevano fatto assieme e vederlo combattere da vicino dava esattamente lo stesso effetto che vederlo combattere da lontano. Perfetto.
Tutti i movimenti dei suoi pokèmon erano perfettamente programmati e controllati e perfetti. E Merlin era così geloso perché lui non sarebbe mai diventato un allenatore così bravo. Lo sapeva perfettamente.
Poi non c’era più tempo di essere invidiosi o di chiacchierare e quando cominciarono a sentire sempre più voci e sempre più passi smisero di fare alcun rumore.
C’era una tenda enorme, lì, in mezzo al fottuto sottosuolo e macchinari enormi, che Merlin non sapeva nemmeno a cosa potessero mai servire. E trivelle.
Triv-? Oh, figli di puttana! Era colpa loro! Era colpa loro se lui e Arthur avevano dovuto provare troppo da vicino una versione originale del volo dell’angelo! E improvvisamente i motivi per odiare il Team Magical salirono esponenzialmente.
Però non era ancora ora della vendetta, ora era lì per un’altra cosa e dovevano entrare nella tenda e superare tutte le persone di guardia, potevano farcela.
Dovevano stare attenti a non farsi scoprire, perché erano troppi e anche con Lancelot, l’allenatore perfetto, tra le loro fila non ce l’avrebbero mai fatta.
Sgattaiolarono da un lato, si infilarono dall’altro ed erano quasi riusciti a passare tutte le guardie senza essere scoperti quando… Merlin l’aveva già detto di non essere portato per il ruolo di spia, vero?
Merlin non sapeva nemmeno cosa ci facessero tutte quelle casse fuori dalla tenda, ma mentre lui e Lancelot ci stavano passando dietro, usandole per nascondersi, Merlin fece un qualche movimento strano e prima ancora che potesse rendersene conto le casse erano tutte a terra e loro due completamente visibili.
Avrebbe voluto chiedere scusa, ma quando almeno venti paia d’occhi si voltarono verso di loro gli mancarono le parole.
Avrebbe dovuto farsi fare un bigliettino con su scritto “Scusa se ti ho fatto scoprire da una banda di cattivi super-segreta. Buona Tortura.”
In un certo senso non era stata completamente una brutta cosa. Almeno ora erano dentro, sorvegliati a vista, ma comunque dentro.
E dentro non era dissimile dal fuori: macchinari, casse e membri del Team Magical erano ovunque uno si potesse voltare. E Merlin si chiese, nuovamente, cosa stesse facendo esattamente questo Team Magical.
Non era certo di volerlo sapere – avrebbe resto tutto incredibilmente reale e a quel punto non avrebbe potuto fare più finta di dimenticarsi che Arthur era destinato a sconfiggerli – ma quando, guardandosi in giro, i suoi occhi si posarono sul tipo di colore che ricordava essere al laboratorio di ricerca – e forse anche alla tenda nel bosco? Sembrava un tipo importante, poteva benissimo essere! – Merlin non riuscì a fermarsi.
«Tu!» urlò, attirandosi di sopra l’attenzione dell’uomo che gli aveva tenuto le spalle fino ad allora. Non sapeva cosa volesse dire con quel tu, esattamente, tu bastardo, tu maledetto, ma quel tu era risuonato un po’ come un insulto, almeno alle sue orecchie.
L’uomo si era voltato, lentamente, l’aveva squadrato per qualche secondo, apparentemente ricostruendo i pezzi, cercando di ricordarsi quando avesse incontrato Merlin e cosa gli avesse fatto, esattamente. E poi parve ricordarsi.
«Oh sì! Tu eri con quel ragazzo, vero? L’allenatore di quel Nidoking!» gli disse, e Merlin avrebbe voluto urlare, perché non aveva alcun diritto di parlare di Nidoking, nessun fottuto diritto.
Però l’uomo aveva cominciato ad avvicinarsi a loro e Merlin si era morso le labbra, cercando di rimandare indietro gli insulti.
«Era Merlin il tuo nome? Sì, credo che quel ragazzo ti avesse chiamato così, vero?» sorrideva, il bastardo, come se si fossero appena conosciuti, come se Merlin non fosse legato e come se quel tipo non avesse migliaia di scagnozzi ai suoi ordini «Il mio nome è Aglain.»
Merlin si chiese se si aspettasse davvero di ricevere un “piacere” da parte sua. O una qualsivoglia risposta in generale.
«Perché non vieni un attimo con me, Merlin? Posso assicurarti che il tuo amico rimarrà qui ad aspettarti,» Aglain gli disse, sorridendogli e Merlin ebbe per un attimo la tentazione di battere i piedi e tirare fuori la lingua e rimanere ben piantato al suo posto, ma probabilmente non era la migliore delle idee in quella situazione.
Così seguì Aglain e davvero, Merlin non si capacitava di quanto fosse spaziosa quella tenda, dall’esterno non sembrava minimamente così… e poi ci arrivò. Oh.
Se avesse prestato più attenzione avrebbe potuta sentirla quella flebile frizione nell’aria, quell’adrenalina che scorreva ovunque.
«Magia…» mormorò, camminando nel corto corridoio che c’era appena fuori del padiglione dov’erano poco prima e Aglain si voltò verso di lui, sorridendo.
«Esattamente, Merlin. Magia! Sapevo che anche tu eri come noi, sapevo che anche tu eri speciale!»
Come noi? Speciale? Ma cosa?
E, tra parentesi, ora il nome aveva molto più senso, e Merlin si chiese se si potesse essere più pietosi.
«Quindi tu sei il capo? Il grande boss? Dovrei essere spaventato?» chiese, trattenendo a stento il sarcasmo. Merlin non era spaventato, non davvero, se quello che aveva davanti era un possessore di abilità come lui si sarebbe fatto molti meno scrupoli a mandarlo al tappeto.
«Spaventato? Oh no! No no Merlin! Noi non ti vogliamo fare del male! » rispose, lasciando Merlin completamente di stucco «tu sei come noi! Tu sei speciale, Merlin! Ti rendi conto del potere che ti è stato dato? Del dono?» e sembrava così felice mentre parlava, lo sguardo sognante e uno stupido sorriso sul viso.
E tutto ciò a cui Merlin riusciva a pensare erano le giornate passate in camera a nascondersi, stanco e spaventato; il viso di Arthur mentre perdeva contro Uther, volta dopo volta; gli urli di Morgana quando, dopo essersi addormentata accanto a lui, sull’erba, si svegliava preda di sogni che non erano solo sogni.
Dono? Merlin non ricordava alcun dono.
«E poi non sono certo il capo, qui. Purtroppo non c’è, al momento, ma te lo posso fare incontrare, Merlin, se è quello che vuoi,» una pausa, uno sguardo e Merlin si sentì quasi nauseato «posso darti tutto quello che vuoi, se decidi di sposare la nostra causa.»
Nausea. Confusione e oddio, stava davvero dicendo sul serio? Apparentemente il viso di Merlin doveva essere uno specchio di tutto il suo orrore, perché Aglain storse la bocca e aggrottò le sopracciglia.
«Noi vogliamo solo che il mondo abbia il suo giusto equilibrio! Se ci sono stati dati questi poteri è perché noi siamo superiori, Merlin! Superiori a qualsiasi altro essere umano! Tu non hai nemmeno la minima idea di cosa possiamo fare! Unisciti a noi, Merlin!» gli occhi di Aglain erano gli occhi di un pazzo e gli occhi di un sognatore. Gli occhi di un solitario e quelli di una guida e sì, Merlin ci aveva pensato a volte, aveva pensato a cosa volesse dire essere speciale.
Merlin si era sentito speciale e si era arrabbiato perché avrebbe voluto urlarlo, ma non ne aveva il coraggio.
Poi però era arrivato Arthur, spuntando dietro Merlin e Morgana, in uno dei loro pomeriggi di studio e si era buttato su Merlin, lo aveva chiamato stupido e aveva battibeccato con Morgana per un poco.
E Merlin non si era mai sentito superiore ad Arthur, ma più speciale di lui. E nemmeno Morgana, lo sapeva.
Forse più intelligenti, ma non era certo difficile. Ma mai mai mai più speciali.
«Non. Dire. Sciocchezze.» fece attenzione a scandire bene le parole, perché Merlin non sarebbe mai e poi mai passato dalla loro parte.
«Ma non capisci? Se solo riuscissimo a controllare bene queste pietre potremmo ampliare il potere dei nostri pokèmon in maniera inimmaginabile! Diverremmo inarrestabili!» e Merlin pensò ad Uther e a quel ragazzo che l’aveva aiutato nei combattimenti e la rabbia montò, inesorabile.
«Ma non sarebbe corretto! Tutti gli altri allenatori…» cominciò, anche se solo Arthur gli venne in mente. Arthur che si allenava ogni giorno sotto il sole cocente, Arthur che era destinato a sconfiggerli tutti e diventare il campione delle lega pokèmon. Arthur.
«Gli altri? Gli altri chi? Noi siamo il futuro della razza umana, Merlin! Gli altri non sono nulla! E tu e il tuo amico ci avete dato la prova che il nostro sogno può avverarsi! Non capisci? Il vostro Nidoking è stato il primo esperimento riuscito!» il primo esperimento? Il primo…?
«Ma nessuno ha usato la magia, cioè nessuno, io non…» mormorò, cercando di ricordare se avesse provato qualcosa di strano, se avesse desiderato qualcosa, se avesse perso il controllo dei suoi poteri.
«Sì, apparentemente le pietre reagiscono anche ad una volontà molto forte, apparentemente emette onde simili a quelle magiche,» mormorò Aglain, quasi come se quel pensiero lo infastidisse. E probabilmente era così, perché tutti potevano possedere una volontà forte, non solo loro.
«Ma, in ogni caso,» riprese, il sorriso di nuovo sul suo volto «dopo che il vostro Nidorino ha fatto il primo passo abbiamo realizzato il problema e ora stiamo facendo passi da gigante! E infatti siamo scesi qui a prendere altro materiale per la creazione della pietra.»
«E’ questo che fate, qui? Estraete i materiali dalla roccia? Vi rendete conto che state distruggendo la montagna?» Merlin non riusciva quasi a credere alle sue orecchie. Aveva rischiato di morire, ma morire sul serio, e quel tipo non sembrava minimamente preoccupato.
«Merlin, in un futuro prossimo, quando riusciremo a completare questo progetto potremmo volare, volare ovunque! Potremmo tenere in piedi questa catena montuosa con la sola forza del nostro pensiero!» e Aglain ci credeva così tanto, in quel futuro, che Merlin poteva quasi sentirlo diventare realtà nelle sue parole. Che fosse quello il suo potere? «Se per realizzare questo futuro dobbiamo sacrificare qualcosa, non credi ne valga la pena?»
Merlin stava per rispondere quando qualcosa esplose alle sue spalle. E tutta la magia svanì mentre il tendone cadeva sulle loro teste.
Merlin si dimenò, cercando di trovare un’uscita in mezzo a quella grande coperta bianca e quando finalmente riuscì a fare uscire una mano dal groviglio di tessuto, qualcuno la prese e lo tirò su, ridendo.
«Eccolo qua, Merlin!» e Dio, Merlin avrebbe riconosciuto quella voce ovunque.
«Arthur! Arthur, stai bene!» urlò, eccitato, abbracciando l’altro di slancio.
«Woah! Merlin! Capisco di essere irresistibile, ma non sarebbe meglio che prima ti slegassi le mani?» chiese Arthur, ridendo, senza però allontanarlo e a Merlin non importava assolutamente nulla perché Arthur stava bene e il mondo era tornato ad essere un posto meraviglioso.
Poi Merlin si rese conto di due cose: Lancelot non era là – e doveva trovarlo e salvarlo e portarlo via da lì tipo immediatamente – e c’era qualcun altro accanto ad Arthur. Un Lucario, precisamente, e Merlin non ricordava di averlo mai visto prima.
«Arthur?» mormorò, confuso, tirandosi indietro e lasciando che l’amico lavorasse sulle corde che gli tenevano fermi i polsi.
«Merlin, ti presento Lucario, ci siamo incontrati mentre stavo cercando un modo di uscire da questo labirinto. Apparentemente vive in questi tunnel – non chiedermi perché – e queste operazioni del Team Magical stanno rovinando la sua casa,» e Arthur ridacchiò, come se avesse appena detto la cosa più divertente del mondo. Merlin non rise, ma si voltò a guardare Lucario, facendogli un segno con la testa.
Il pokèmon si limitò a squadrarlo e poi voltasi dall’altro lato. Brutto piccolo…
«Okay, fatto!» e Arthur suonava decisamente troppo fiero di sé.
In ogni caso, ora che Merlin aveva le mani libere doveva trovare Lancelot.
«Arthur, devi aiutarmi, c’era qualcuno con me, quando ci hanno presi. Dobbiamo trovar-» cominciò, guardandosi in giro, quando una voce lo interruppe.
«Grazie, Merlin, ma è tutto a posto, sto bene.» disse Lancelot, camminando verso di loro, le mani libere e Rhyperior che gli camminava a fianco.
«Oh Lancelot! Meno male, non sai quanto mi ero preoccupato!» e l’aveva fatto, non appena il momento di adrenalina da Arthur-è-vivo era passato.
Voltato com’era verso Lancelot non si era accorto della faccia di Arthur che aveva perso ogni traccia di colore non, almeno, fino a quando non sentì la voce di Rayquaza, dentro di lui, contenta e soddisfatta.
«Ben fatto, giovane allenatore.»
E quella fu la prima volta che Arthur vide Lancelot dal vivo. Lancelot, il campione della lega pokèmon, il mito indiscusso di Arthur da quando aveva undici anni.
E tutto quello che Merlin riuscì a pensare, per pochi scioccanti secondi fu “Ecco perché non mi sembrava nuovo quel nome!”
I membri del Team Magical erano scomparsi, scoprirono presto - «Teltrasporto,» ipotizzò Arthur; Magia, pensò Merlin senza avere il coraggio di dirlo ad alta voce – e i tre seguirono Lucario che cominciò a camminare senza rivolgere né Merlin né Lancelot di un solo sguardo, ma prendendo Arthur per una manica e cominciando a tirarlo.
Merlin avrebbe potuto essere infastidito – e magari un po’ lo era – ma uscire di lì, in quel momento, era più importante di qualsiasi altra cosa e se Lucario poteva aiutarli non gli importava veramente di come lo trattasse.
Arthur continuava a guardare Lancelot di sottecchi, senza davvero dire una parola e Lancelot sembrava indeciso se essere divertito o stranito per tutta quella situazione.
Merlin cercò di tenere la conversazione viva per qualche minuto, dicendo le prime cose che gli venivano in mente, ma nemmeno lui poteva compiere più di un miracolo al giorno.
Poi, ad un certo punto, Arthur si voltò, deciso apparentemente a dire quello a cui aveva pensato per tutto il tragitto, ma prima che potesse anche solo aprire la bocca Merlin lo zittì – sentendosi anche un po’ in colpa per questo – cercando di capire se si fosse immaginato le voci – non sarebbe stata esattamente la prima volta, quindi Merlin voleva essere certo al cento per cento.
«Merlin, Arthur?» e sì, erano Gwen e Morgana, erano le loro voci, Merlin ne era sicuro! E anche Arthur si era accorto di loro e – sebbene ancora un po’ arrabbiato per essere stato interrotto proprio quando aveva trovato il coraggio – si unì a Merlin quando provò a farsi sentire dalle due ragazze.
«Morgana, Gwen! Siamo qui!» urlarono, dirigendosi nella direzione da cui provenivano le voci, Lucario e Lancelot che li seguivano.
«Oh! Siete davvero voi? Oh grazie al cielo!» e Gwen sembrava seriamente sul punto di piangere quando finalmente le raggiunsero e si buttò addosso a Merlin immediatamente. Morgana, che doveva apparire la più calma, ma che Merlin ormai conosceva fin troppo bene, si limitò a dargli un pugno nella spalla e uno sguardo di fuoco. Il “Se ci riprovi di nuovo ti ammazzo io” era sottinteso.
«E io? Sapete che ho rischiato di morire pure io, vero? Dov’è il mio abbraccio, Gwen?» domandò Arthur, indignato e Morgana si voltò verso di lui, alzando un sopracciglio e dandogli un calcio alle game.
«Tu potevi anche non tornare, per quanto mi riguarda,» decretò Morgana e Arthur le ringhiò un po’ contro, piegato in due dal dolore.
Gwen rise mentre si puliva sulla maglietta di Merlin – ehi, non è mica un fazzoletto! – e poi entrambe si resero finalmente conto che c’erano altre due figure con loro.
«Oh, scusate… voi siete?» chiese Gwen, gli occhi ancora un po’ rossi, e la voce nasale e Merlin provò un moto di affetto incontrollato per l’amica. Aveva rischiato di non vedere più né lei né Morgana e il pensiero non gli piaceva, non gli piaceva per nulla.
«Io sono- Io sono Lancelot, sì. Ecco, Lancelot, milady,» balbettò Lancelot, lasciando sia Merlin che Arthur di stucco.
«Milady?» bisbigliò Arthur, confuso e Merlin, leggendo la parola sulle sue labbra, alzò le spalle, sorpreso quanto l’altro.
Il pokèmon, accanto a lui, non disse nulla e si limitò ad occhieggiare Morgana con odio – e Merlin pensò che per quanto il pokèmon potesse trovarlo insopportabile, apparentemente Morgana era anche messa peggio.
«Invece qui abbiamo Lucario,» intervenne allora Arthur, sorridendo come un matto, «ci ha aiutato a trovare l’uscita. A proposito, grazie ancora, davvero.»
E per la prima volta Lucario sembrò quasi sorridere e Merlin guardò il tutto sorpreso e oh.
Apparentemente Morgana era arrivata alla stessa conclusione, perché aveva cominciato a ridere e non aveva più smesso, portandosi le mani alla pancia e cercando di respirare.
Quel Lucario si era innamorato di Arthur? Seriamente?
E fu allora che si rese conto, anche, che Lancelot non aveva staccato gli occhi da Gwen – che guardava Arthur e Lucario con un sorrisetto sulle labbra – e no, anche lui no! Non potevano tutti innamorarsi così facilmente, doveva esserci una specie di legge contro queste cose!
Possibile che fosse lui l’unico che ci impiegasse esattamente 12 anni e 3 mesi per rendersi conto di essere innamorato? Innamorato sul serio, con la I maiuscola e tutto.
Apparentemente…
«Ma dimmi, Lancelot,» cominciò Gwen «cosa ci facevi lì sotto? Sei caduto anche tu? C’è un posto in cui devi andare? Potremmo accompagnarti…» e Merlin si sentì un po’ meglio quando si accorse che né Gwen né Morgana si fossero immediatamente rese conto di chi avessero davanti.
Il che avrebbe reso il momento in cui l’avrebbero scoperto assolutamente impagabile.
Apparentemente, però, quel commento aveva fatto svegliare Arthur, che si voltò verso Lancelot, più deciso che mai.
«Sign- Lancel- Ehm… Lancelot,» blaterò Arthur, incerto, e Merlin ringraziò il cielo che alla fine non avesse deciso di andare con “Signore”, sarebbe stato imbarazzante «ho un favore da chiederti. Una sfida, un uno contro uno. Per favore!» chiese e Merlin, dovette ammetterlo, non se l’aspettava.
Lancelot accettò quasi immediatamente, lasciando tutti un po’ di stucco: Merlin perché sapeva chi fosse e i campioni della lega andavano in giro ad accettare scontri da chiunque? Morgana e Gwen perché non riuscivano a capire come si fosse arrivato a quello - Merlin non poteva biasimarle – Arthur perché probabilmente non pensava realmente avrebbe accettato così velocemente.
«Tu sei Arthur Pendragon, non è vero? » chiese Lancelot, sorridendo «ti stai facendo una reputazione un po’ ovunque, sai? Da quando hai battuto tuo padre sei nella bocca di tutti. Anche io volevo vedere a che livelli fossi, Arthur.»
E a quel punto Arthur era probabilmente indeciso se essere annoiato perché l’unico motivo per cui fosse famoso era suo padre o completamente eccitato perché Lancelot sapeva chi fosse e beh, Arthur era un po’ una ragazzina quando si trattava di queste cose – anche se Arthur, Merlin lo sapeva, avrebbe negato fino alla morte. E questa indecisione si rifletteva sul suo viso in una delle facce più comiche che Merlin gli avesse visto fare da tempo.
Arthur, più per abitudine che per altro, mormorò un «Oh, sta zitto, Merlin!» che non fece altro che aumentare la sua ilarità.
In ogni caso, indecisione o meno, Arthur non si sarebbe fatto scappare questa opportunità e annuì, portando la mano alla cintura. Lancelot fece lo stesso.
«Aspettate un secondo!» urlò Gwen, bloccandoli immediatamente «non potremmo farlo fuori? Arthur e Merlin sono caduti da due buchi che si sono aperti nel pavimento ed è evidentemente poco sicuro e voi potreste fare un disastro! Non che non siate bravi, o che dobbiate fare un disastro per forza, cioè, ecco, oh!»
«Tranquilla, Gwen, abbiamo capito. E sono d’accordo,» la rassicurò Merlin e i due sfidanti annuirono, convinti – non che Arthur avesse molto bisogno di essere convinto, Merlin era sicuro che ricordasse perfettamente la sensazione di cadere senza controllo, esattamente come Merlin.
Fu per questo che si incamminarono tutti e cinque verso l’uscita della grotta. O meglio, tutti e sei.
«Lucario? Perché ci stai seguendo? Sei molto gentile a volerci riaccompagnare, ma possiamo trovare l’uscita,» disse Arthur, quando se ne rese conto e gli altri quattro lo guardarono per qualche momento, cercando di capire se fosse serio o meno.
Perché tutti avevano ormai capito che no, Lucario non avrebbe lasciato Arthur molto presto.
«Vorrei venire con te, se fosse possibile, Arthur,» disse improvvisamente una voce e Merlin fece un piccolo saltello per la sorpresa.
«Cosa? Che? Chi?» mormorò, ricevendo in cambio un’occhiataccia sia da Lucario che da Arthur «Cos-? Tu sai parlare? Tipo telepaticamente?» e a Merlin bastava Rayquaza, davvero.
«Si chiama controllare l’aura, un’arte che è conosciuta solo a noi Lucario e talvolta, ma in maniera minore, ai Riolu,» e mentre lo diceva Lucario sembrava così fiero di sé stesso che Merlin quasi mancò di registrare qualcosa di estremamente importante.
«Ma tu sei una femmina!» esclamò nuovamente, guadagnandosi nuovamente un’occhiataccia generale. Merlin avrebbe voluto difendersi, dire che la quantità di esemplari di Lucario femmine era decisamente minore rispetto a quella di esemplari maschi e che, davvero, era stato cresciuto da un Professore, cosa si aspettavano da lui?
«Effettivamente lo sono, sono colpita che tu sia riuscita a notarlo,» e il sarcasmo era così evidente che Merlin non riuscì nemmeno a rispondere in maniera adeguata «in ogni caso, Arthur, potrei per caso accompagnarti nel tuo viaggio?»
E se anche ci fosse stata una piccola piccolissima possibilità che Arthur potesse rifiutare era svanita nell’esatto momento in cui Lucario aveva usato un tono quasi reverenziale, come se accompagnare Arthur fosse un onore.
E beh, Arthur era uno stupido egocentrico, dopotutto. E fu così che Arthur catturò Lucario, l’ultimo componente della sua squadra.
E anche il primo pokèmon avesse mai usato contro il campione della lega, quello stesso giorno.
Perché Arthur avesse scelto Lucario Merlin non lo sapeva bene. Poteva essere per testarla, poteva essere perché il brivido della novità avrebbe reso la lotta ancora più interessante. Poteva anche non essere nessuno di quei motivi, ma comunque lo fece.
E Lucario? Lucario era forte, veramente forte.
Merlin lo realizzò appena Arthur, dopo che erano finalmente usciti dalla montagna, la chiamò in campo. Si vedeva dalla sua stessa posizione, dall’aura che emanava.
A Merlin piaceva la sua aura, era rilassante.
Poi Lancelot aveva richiamato in campo il suo Scizor e dopo? Dopo Merlin non era riuscito a staccare gli occhi dallo scontro.
Lucario era veloce e forte, ma Scizor era più veloce e più forte. Per ogni colpo che Lucario cercava di portare, Scizor colpiva Lucario due volte.
Lucario non se la stava cavando male, non nel senso stretto del termine, ed era riuscita a portare a segno dei colpi bene assestati, ma era ovvio che le due parti in campo avessero un livello completamente diverso.
E nessuno fu sorpreso dal risultato dello scontro, quando Lucario finì a terra e non si rialzò e Morgana decretò che Lucario non è più in grado di combattere, vince lo scontro Lancelot.
Merlin guardò Arthur intensamente, cercando di trovare una minima traccia di delusione o depressione, ma Arthur era soltanto felice ed eccitato.
«E’ stata una bella battaglia, Arthur,» aveva detto Lancelot, avvicinandosi all’altro e porgendogli la mano e Arthur l’aveva presa e l’aveva stretta, sorridendo come ogni volta dopo una battaglia – ansimante e felice come un bambino che aveva appena corso sopra una collina di corsa, tutto d’un fiato.
«Grazie, Lancelot, la prossima volta, però il risultato sarà diverso,» e Lancelot aveva riso, genuinamente divertito e compiaciuto.
«Non contarci troppo!» aveva risposto, e Arthur aveva ribattuto «Non contarci troppo poco.» e poi avevano riso di nuovo e Merlin aveva sentito qualcosa che gli si stringeva nel petto.
Questo era il mondo di Arthur, il mondo di tutti loro e Merlin non si sentiva più speciale di loro, no. Non sentiva quella superiorità che il Team Magical andava sbandierando ai quattro venti.
Si sentiva semplicemente fortunato di poter essere lì.
Lancelot insistette per accompagnarli alla città seguente e Arthur e Morgana risero per tutto il viaggio, guardando Lancelot e Gwen che camminavano l’uno accanto all’altra, un piccolo rossore sulle guance.
«Dici che le piace?» bisbigliò Morgana.
«Oh, andiamo, ma li hai visti? Se quando arrivano in città e vedono un letto non ci si buttano di sopra, perderò fiducia nel genere umano,» rispose Arthur, ghignando.
«Secondo me non ci arrivano alla città, guardali!»
«Scommettiamo?»
«Qual è la posta, La Fay?»
E a quel punto Merlin non ce la fece più a sentirli e lasciò che la sua mente vagasse lontana. Il che fu uno sbaglio.
In quel momento la sua mente arrivava al massimo ad Aglain, a quello che aveva detto e a quello che aveva potuto dire ad Arthur di tutto quello.
Forse gli aveva detto solo di Nidoking e della pietra e Arthur era rimasto sconvolto, ma aveva deciso di non dire niente perché era un suo pokèmon e lui gli voleva bene e non voleva che gli altri lo guardassero con sospetto, aspettando solo che impazzisse.
Forse era questo tutto il problema. E Merlin lo sperava, lo sperava con tutto sé stesso perché, se non era quello, allora era l’altra cosa che Aglain gli aveva detto. Gli aveva rivelato di Merlin e forse di Morgana e del segreto che gli avevano tenuto per tutti quegli anni.
E Merlin tremava al solo pensiero.
Ma Arthur non era così bravo a tenere le cose per sé. Diventava impaziente e cominciava a scalpitare e normalmente dopo un giorno massimo era da Merlin a raccontargli assolutamente tutto e anche di più e Merlin non poteva credere che Arthur sapesse e non avesse ancora detto nulla – nulla oltre quello strano discorso sulla fiducia, certo.
Però poteva essere e se Aglain sapeva anche Arthur poteva sapere. E anche Gwen. Oh sì, cosa gli aveva detto Gwen? Che era il fatto che Merlin non dicesse nulla il problema.
E oh diamine, oh cazzo, oh merda.
E fu allora, con Gwen e Lancelot che flirtavano e Morgana e Arthur che facevano scommesse a dir poco indecenti su di loro con vincite ancora più indecenti, che Merlin si rese conto che Arthur sapeva dei suoi poteri e che Arthur credeva che Merlin non si fidasse di lui perché non gli aveva detto di avere suddetti poteri.
E che Merlin non poteva dirgli assolutamente nulla, perché era tutto vero.
E sapeva anche di Morgana? Aveva fatto il discorso anche a lei, no? Quindi sapeva. Sapeva che il suo migliore amico e la sua sorellastra non gli avevano detto il segreto più importante della loro vita e non aveva fatto altro che dire loro che si fidava di entrambi e chiedere se loro si fidavano di lui di rimando.
E Merlin aveva detto no. E Arthur aveva detto okay, che comunque lui si fidava lo stesso e andava tutto bene.
E Merlin si chiese perché Arthur – che era una delle persone più egocentriche e stupide e insopportabili sulla faccia della terra – potesse anche rivelarsi così sincero e umano e incredibile.
E perché Merlin, che era evidentemente il più intelligente, tra di loro, dovesse essere quello che mandava sempre all’aria tutto.
Poi Arthur si era voltato verso di lui, il ghigno di poco prima ancora sul suo volto e lo aveva chiamato «Merlin, vieni! Devi aiutarmi a far capire a Morgana che sarebbe da persone molto molto disturbate mandare Mismagius a spiare su Gwen e Lancelot.»
E Merlin sapeva che dovrebbe ridere e raggiungerli, ma l’immensa tristezza che l’aveva colto poco prima non era sparita e non si era nemmeno affievolita e anzi si era unita a un mix di affetto e desiderio e rimorso che non lo lasciavano respirare, figuriamoci parlare.
«Merlin, tutto a posto?» gli chiese allora Morgana, voltandosi verso di lui. E oh, Morgana sarebbe stata così triste quando lo sarebbe venuto a sapere. Così spaventata, perché Morgana faceva la dura, ma era fragile esattamente quanto lui – l’avevano stabilito mesi fa, all’inizio di quel viaggio – e Arthur era tutta la sua famiglia.
E forse Arthur li odiava un poco, ad entrambi, perché Arthur avrebbe potuto odiare qualcuno perché non si era fidato di lui – o almeno avrebbe potuto odiare Merlin e Morgana, per quello, perché Arthur si era sempre fidato. E loro no.
Avrebbe dovuto dire che era colpa sua, che era stato lui a convincere Morgana a non dirgli niente, perché Morgana doveva viverci con Arthur, mentre Merlin sarebbe potuto andare in un altro continente e non vederlo mai più.
A parte il fatto che Merlin non saprebbe da che parte cominciare. E tutto quello era ridicolo.
«Merlin?» lo chiamò Arthur e Merlin si rese conto di essere rimasto in silenzio per svariati minuti, guardando Arthur e Morgana ad occhi sgranati.
«Mi dispiace,» fu l’unica cosa che riuscì a dire, però, e non era sicuro nemmeno a cosa si stesse riferendo. Arthur, però non prese il commento troppo sul serio e gli passo un braccio sulle spalle arruffandogli i capelli con l’altra mano.
«Non ti preoccupare, Merlin. Capisco che la tua testa deve essere un luogo molto molto spaventoso in cui vivere e che a volte anche tu hai bisogno di scappare,» decretò Arthur, serio e Merlin lo spinse via.
«A volte mi chiedo se nella tua testa ci sia spazio per altro che non il tuo ego,» rispose Merlin, semplicemente e Morgana scosse le spalle, aggiungendosi alla discussione.
«Certo che no. A volte non c’è abbastanza spazio nemmeno per quello,» aggiunse infatti e Merlin rise mentre Arthur si voltava dall’altro lato, offeso.
Okay, poteva farcela. Poteva far finta di non aver capito, poteva fare finta per un altro po’, no?
E mentre Arthur rideva, accanto a lui, si convinse che era possibile. Ma dentro di lui, una voce che era un po’ troppo simile a Rayquaza per i suoi gusti gli disse che «E’ inutile combattere il destino, Meeerlin,»
Ma Merlin era diventato bravo a non ascoltare Rayquaza. Incredibilmente bravo.
Anhora era insolitamente vecchio – non era per essere scortese, ma fino ad allora avevano incontrato solo capi palestra incredibilmente giovani e un campione che era della loro stessa età e Merlin si chiese, nuovamente, cosa sarebbe potuto succedere se fossero partiti a 10 anni, come avrebbero dovuto – e non insolitamente strano.
Il suo modo di parlare era troppo educato, troppo… antico? E quello che diceva la metà del tempo non aveva nemmeno molto senso – a Merlin ricordava Rayquaza e le sue frasi misteriose sul destino e su quello che aspettava ognuno di loro.
Ma Anhora era un allenatore veramente veramente bravo. Tra gli altri allenatori era uno di quelli che Uther teneva in maggiore considerazione e, Merlin dovette ammetterlo, fu un bello scontro.
Anhora era innaturalmente fissato con i pokèmon equini, ma Merlin pensò che sarebbe potuto andare molto peggio e avrebbero potuto trovare un altro Valiant con i suoi pokèmon serpente. Invece avevano trovato Anhora e la sua quantità spaventosa di Rapidash, Ponyta e Girafarig.
Il combattimento si rivelò abbastanza semplice per Arthur, che si destreggiò tra i vari avversari senza molte difficoltà, anche grazie all’aiuto di Lucario.
L’evento più importante del combattimento (4 vs 4) avvenne quando entrambi gli allenatori erano al loro secondo pokèmon – Rapidash per Anhora e Bagon per Arthur – e sembrava ormai evidente che sarebbe stato Anhora a vincere quella battaglia, quando Bagon si rialzò, con grande sorpresa di tutti, dopo un brutto pestone dell’avversario e si evolse.
Una luce abbagliante lo avvolse e Merlin avvertì nuovamente quella sensazione che lo aveva preso ogni volta che aveva visto un pokèmon evolversi – e dal modo in cui Morgana stringeva la sedia, sapeva che l’aveva avvertito anche lei.
Era per questo strano collegamento tra i loro poteri e le abilità dei pokèmon che aveva cercato di spiegargli Aglain? La loro capacità di spingere i pokèmon al loro limite massimo? Non lo sapeva, c’erano tante cose che non sapeva, ma guardando Shelgon mettere al tappeto Rapidash e Arthur gioire in maniera così plateale, scoprì che non gli importava nemmeno.
Lancelot aveva deciso di rimanere a seguire lo scontro – “Devo tenere d’occhio il nemico,” aveva detto, ridendo, ma Arthur e Morgana si erano guardati negli occhi, ghignando e quando Lancelot si era seduto accanto a Gwen, senza la minima esitazione, Merlin aveva dovuto dare un calcio a Morgana per farla smettere di ridere – e ora, accanto a lui, mentre la battaglia volgeva al termine, e chiaramente in favore di Arthur, Lancelot sorrideva placidamente.
«Ho fatto bene a restare,» proclamò, dal nulla, facendo voltare tutti e tre «se non avessi visto questa battaglia mi sarei rilassato più di quanto mi sia concesso,» mormorò, ma sembrava felice ed eccitato «credo che, questa volta, ho trovato uno sfidante che potrebbe farmi sudare.»
E Merlin pensò che sì, era così che doveva andare e Morgana, accanto a lui, non riuscì a nascondere il sorriso soddisfatto.
«Solo, però, magari non dirlo a lui,» si intromise però Gwen, riflettendoci per qualche secondo «o si monterà ancora di più la testa o, peggio, potrebbe intensificare i suoi allenamenti o qualcosa di simile. Non penso riuscirei a resistere se decidesse di svegliarsi alle quattro di mattina per cominciare l’allenamento.»
«Il segreto è salvo con me,» promise Lancelot, ridendo e Morgana scosse le spalle, mentre tutti si voltarono verso Merlin, accusatori.
«Cosa? Non gli dirò niente, giuro!» esclamò, in sua difesa, un poco irritato che nessuno gli credesse. E che, apparentemente, nessuno continuasse a credergli.
«Ti conosciamo, Merlin,» disse semplicemente Morgana, «o comunque Lancelot ha avuto a che fare con te e Arthur per più di cinque minuti e si è già reso conto della tua cotta monumentale,» - «Morgana!» strillò Merlin, controllando che Arthur fosse ancora concentrato nello scontro - «e quindi siamo certi che non resisteresti molto se cercasse di farti parlare.»
«Ma non è necessariamente una brutta cosa! » intervenne Gwen «cioè, è molto carino che tu non riesca a tenere un segreto! Cioè non carino nel senso che sei… cioè nel senso… molto ehm, virile?»
E Merlin decise di salvare Gwen, prima che combinasse ancora più guai.
«So mantenere i segreti. E’ l’unica cosa che so fare bene. Tu dovresti saperlo, Morgana,» e anche tu, Gwen, avrebbe voluto dire, ma lui, in teoria, non sapeva che Gwen sapeva e questa situazione gli faceva ancora venire il mal di testa.
Morgana si zittì, apparendo immediatamente incredibilmente seria «E’ vero, è assolutamente vero.» mormorò, a bassa voce, ma non abbastanza perché Gwen non la sentisse.
«Anche troppo, secondo me,» si limitò a dire e forse ci sarebbe stata qualche altra parola veloce scambiata tra i quattro, ma proprio in quel secondo Arthur vinse lo scontro, guadagnando la quinta medaglia.
E ghignando assolutamente più di quanto fosse accettabile. Stupido, insopportabile egocentrico!
Merlin non si era reso conto di essere stanco fino a quando, finalmente, convinsero Arthur a fermarsi qualche giorno ad Ealdor, dalla madre di Merlin – “Sicuro che sia okay, Merlin, che a tua madre non dispiaccia?” gli aveva chiesto Gwen, ma Merlin aveva dannatamente bisogno di una pausa “Sì, tranquilla!” – e quando finalmente Merlin scorse le prime abitazioni si dovette trattenere dal correre fino a casa sua, sfidando Arthur a chi arrivasse prima come quando avevano dieci anni.
Era… bello essere a casa – anche se Merlin non viveva più a Ealdor da quando aveva quattro anni e sua mamma gli aveva detto che avrebbe vissuto con un suo caro amico e Merlin si era chiesto cosa avesse fatto di sbagliato.
In ogni caso Ealdor aveva qualcosa che la rendeva comunque incredibilmente cara e familiare per Merlin e poi, possibilmente, qui nessuno li avrebbe disturbati e magari avrebbero avuto qualche giorno per rilassarsi.
Ne avevano bisogno tutti, tutti tranne Morgana, forse, ma Merlin sapeva che avrebbe dovuto dirle di Arthur e beh, per fare quello aveva bisogno che Morgana fosse incredibilmente rilassata.
Arthur, che continuava a far finta di non sapere assolutamente nulla – e che faceva finta di essere ancora sorpreso quando Morgana diceva cose come “Dovremmo prendere a destra, se andiamo a sinistra ci perderemmo,” o “Arthur, fare bagno nei laghi è pericoloso. E sì, lo so che non siamo ad un lago ora come ora, ma comunque tienilo a mente…” – cambiava umore con una velocità spaventosa. A volte sembrava davvero che non ci fosse nulla che non andasse, mentre altre volte era così insopportabile che l’unico modo che Merlin aveva trovato per non ucciderlo era allontanarsi da lui il più possibile.
Gwen, dopo che Lancelot li aveva salutati dicendo che aveva dei compiti che lo aspettavano, si era un poco intristita, niente di grave, ma comunque troppo per i loro gusti e qualche giorno in una casa con pasti caldi e acqua corrente e dei letti comodi non avrebbe potuto farle male.
Merlin… Merlin aveva bisogno di rilassarsi per così tante cose che aveva ormai perso il conto. E poi voleva vedere davvero sua madre e lasciare che Arthur le mostrasse con fierezza le sue cinque medaglie e dirle “Alla fin fine devo dirti grazie, mamma, per la scelta che hai fatto.”
Sua mamma era esattamente come se la ricordava – e beh, non la vedeva da più di un anno tra una cosa e l’altra e l’abbraccio che gli diede gli fece quasi mozzare il respiro.
«Arthur, è un piacere vederti! Anche tu, Morgana,» salutò sua madre, presentandosi poi a Gwen e Merlin inspirò profondamente, sentendosi già incredibilmente più rilassato.
Gwen e sua madre andavano incredibilmente d’accordo e avevano cominciato a fare torte e biscotti assieme fin dalle prime luci dell’alba, era un pochino spaventoso a dire il vero.
Morgana aveva provato ad aiutarle, una volta, e quando Arthur e Merlin erano entrati in cucina e Arthur aveva visto la sua sorellastra con un grembiule addosso era schizzato fuori dalla cucina a velocità stratosferica. Quando Morgana aveva fatto esplodere persino la teiera, in qualche strano modo ignoto a chiunque, la reazione di Arthur aveva avuto molto più senso.
Sua madre, poi, adorava Arthur, ma questa non era certo una novità. Sua madre l’aveva adorato dalla prima volta quando era andata a trovare Merlin, e Arthur si era fatto trovare lì, sulla porta di casa di Gaius e le aveva detto che ci avrebbe pensato lui a prendersi cura di Merlin.
Da quel giorno in poi Hunith era sempre andata da Arthur per chiedergli come si stesse comportando Merlin, a volte persino prima di andare a parlare con Merlin in persona. E sebbene gli facesse piacere era comunque strano – specialmente quando sua madre lo prendeva da parte, ridacchiando “Arthur si è fatto davvero un bel ragazzo!” e Merlin lo sapeva anche da sé, certo, ma sentirlo dire a sua madre era disturbante.
Ma la cosa migliore di quei quattro giorni passati a casa di sua madre fu che, finalmente, lui e Arthur passarono un po’ di tempo da soli – non qualche passo avanti a Gwen e Morgana che parlottavano tra loro – a fare cose stupide e incredibilmente pericolose come avevano sempre fatto.
Ealdor non offriva molte avventure o pericoli, ma Arthur riusciva a trovarli tutti.
Merlin si svegliava, la mattina presto, con Arthur che lo buttava giù dal letto, solitamente con un calcio, e lo trascinava a scalare o a nuotare nel fiume – che sì, porta ad una cascata e no, Arthur è una follia non lo faccio! No, Arthur non buttarti! – o a vedere quella casa infestata fuori dalla foresta.
E Merlin si sentiva di nuovo dodicenne e senza pensieri – niente Team Magical, niente poteri, niente Rayquaza e niente fottuto destino.
A parte il fatto che quando stavano scalando aveva fermato una roccia dal franare in testa ad Arthur e l’altro l’aveva guardato, trasmettendogli con il suo sguardo che sapeva cosa aveva fatto ed erano soli nel mezzo del nulla, perché non glielo diceva? E Merlin avrebbe voluto avere una risposta.
Avevano deciso di rimanere là una settimana – non di più o Arthur avrebbe potuto darsi fuoco al solo pensiero di quanto tempo stavano sprecando – e quando Merlin venne svegliato dal piede di Arthur sul suo fondoschiena per il sesto giorno consecutivo, si rese conto che non voleva andarsene, non davvero.
Era tutto più facile lì e sapeva che era il sogno di Arthur quello di diventare campione – e anche un po’ il sogno di Merlin, ma non l’avrebbe mai detto, perché una cosa era essere felice per il proprio migliore amico, un’altra era desiderare più di ogni altra cosa al mondo che il suo sogno si realizzasse – ma lì era tutto così facile.
E poi Arthur gli aveva proposto di andare a fare un pic-nic nella foresta – “Le ragazze hanno preparato le cose da mangiare” – e se questo non fosse già stato abbastanza strano, Arthur non aveva cominciato a saltellargli addosso come faceva ogni mattina quando Merlin non scattava immediatamente in piedi, ma rimase lì ad aspettare una sua risposta, semplicemente guardandolo e uh.
«Sì, certo, okay,» mormorò, decidendo che era troppo presto e lui aveva troppo sonno per capire cosa diamine fosse preso ad Arthur.
Merlin si era addormentato di nuovo poco dopo, e Arthur non l’aveva svegliato di nuovo – come avrebbe normalmente fatto – e quando si era svegliato nuovamente erano le dieci e mezza e si sentiva un poco più umano.
Quando scese trovò Gwen e sua madre che uscivano una torta dal frigo e Morgana che le guardava – fortunatamente ad una distanza di sicurezza dai fornelli – e niente Arthur.
«Dov’è Arthur?» chiese dunque, versandosi una tazza di caffè e Morgana si voltò verso di lui, squadrandolo in maniera strana, ma Merlin aveva ancora troppo sonno per poter capire cosa stesse succedendo.
«E’ andato a correre. O almeno così ha detto uhm… due ore fa.»
Merlin la guardò, cercando di capire se scherzasse.
Arthur era in forma, certo, ma non poteva certo correre per due ore consecutive.
«Probabilmente si starà semplicemente rilassando; siamo rimasti che ci vedremo davanti alla foresta tra un’ora,» si intromise sua madre, mentre Gwen controllava che la torta fosse perfettamente cotta.
Merlin salì di sopra, si lavò i denti e si mise dei vestiti decenti.
«Vado fuori, tra un’ora all’uscita della foresta, ciao!» urlò, uscendo da casa e dirigendosi verso la suddetta foresta – non sapeva se Arthur fosse lì, ma era un posto da dove cominciare come un altro.
Arthur ovviamente non era all’entrata, ma Merlin se lo era aspettato e si incamminò all’interno della foresta, urlando il nome di Arthur a squarcia gola.
Nessuno rispose per ben venti minuti – in cui Merlin non smise di urlare e certamente non abbassò la voce – e Merlin era pronto a dare forfeit e provare da un’altra parte.
Tirò fuori dallo zaino la bussola che si era portato e cercò di capire da che parte fosse il sud, e quindi l’uscita da quel labirinto.
La lancetta stava finalmente per fermarsi quando un rumore lo mise in allarme. Ed era stupido, perché era probabilmente un Rattata o un Sentret o un Bidoof, ma Merlin era stato in contatto per ben tre volte con una super organizzazione malvagia e, apparentemente, questo lo aveva reso un po’ paranoico.
Quando si accorse che non c’era nessuno scagnozzo del Team Magical dietro di lui, pronto a strozzarlo, Merlin tornò ad ispezionare la bussola.
O almeno, quello era il piano, ma la bussola non era più nella sua mano, ma davanti a lui, tra le mani di un Abra. Il pokèmon stava esaminando la sua bussola quasi fosse stata un tesoro e Merlin gliel’avrebbe anche data, davvero, ma gli serviva. Gli serviva terribilmente.
«Ehi, piccolo, ehi. Non ti spaventare, okay? Non voglio farti male,» e doveva stare attento a non spaventarlo, perché se c’era una cosa in cui gli Abra erano bravi era scappare e non farsi trovare mai mai mai più. E a Merlin il pensiero non piaceva.
«Ehi, senti, perché non mi ridai la bussola ora? Me la ridai e io esco di qui e poi te la puoi tenere, davvero,» e doveva stare attento ad avvicinarsi piano piano, senza fare mosse affrettate, ma non appena fu a meno di tre metri dal pokèmon questo scomparse e oh no! Si era teletrasportato, era fregato!
Ma Abra ricomparve a cinque metri da dove era prima, la bussola ancora nelle sue mani.
Grazie al cielo! Forse non era ancora tutto perduto.
«Okay, ora tu mi darai quella bussola, okay? Per favore?» ma non appena avvicinò un poco, Abra si spostò nuovamente cinque metri all’indietro.
E la stessa scena si ripeté per almeno altre dodici volte.
«Oh, andiamo! E’ ridicolo! Se non vuoi darmi la bussola perché non ti teletrasporti lontano, eh?» si rese conto che non era esattamente l’approccio migliore, ma Merlin era stanco e apparentemente quel pokèmon lo stava prendendo in giro!
A quelle parole, però, Abra, che aveva cominciato a ridacchiare sei teletrasporti prima l’aveva guardato male, e Merlin poteva quasi sentire la rabbia di quel pokèmon. Rabbia unita a vergogna. Non aveva senso, davvero, aveva incontrato un Abra pazzo di manicomio, perfetto.
«Aspetta, perché ti sei arrabbiato adesso?» chiese, confuso, ma Abra si teletrasportò di nuovo, sta volta cinque metri in avanti, verso di lui.
E Merlin notò che aveva sempre percorso la stessa distanza con il teletrasporto e no, non era possibile…
«Non puoi teletrasportati a più di cinque metri da dove eri prima?» chiese, incredulo perché beh, era impossibile! Gli Abra erano i padroni del teletrasporto, i fottuti maestri.
E lui aveva incontrato l’unico Abra che non potesse farlo. Una volta tanto nella vita aveva avuto fortuna, maledizione!
E, non dovendosi più preoccupare che l’altro si teletrasportasse chissà dove cominciò a correre e saltargli di sopra, mancandolo sempre per pochissimi secondi.
«Maledetto, ridammi la mia bussola!» urlava a volte, o comunque altre varianti di quella frase, ma quel pokèmon sembrava sempre scappare alle sue grinfie ed era così impegnato nella caccia che non si accorse del fatto che si stesse avvicinando qualcuno.
Era saltato nuovamente addosso al pokèmon, finendo faccia a terra, quando la voce interruppe quella sottospecie di gioco – o almeno, Abra lo trovava incredibilmente divertente se le sue risatine dovevano essere tenute in considerazione.
«Cosa staresti facendo esattamente, Merlin» e davvero, che domanda idiota.
«Cerco di catturare questo Abra,» sbottò, alzandosi e guardando Arthur negli occhi, Growlithe che scodinzolava accanto a lui, lingua a penzoloni.
«Mai provato con una pokèball? Sono tonde e sono rosse e bianche, dovresti averne sentito parlare. Dentro ci sono dei pokèmon che servono a combattere altri pokèmon prima di catturarli…» e Arthur si sentiva così spiritoso che Merlin si sentì in dovere di lanciargli contro un bastoncino, giusto per dirgli che non lo trovava affatto divertente.
Il malefico Abra aveva passato lo sguardo dall’uno all’altro con crescente interesse, soffermandosi a guardare Arthur per qualche minuto – e Merlin pensò che no, Lucario era già abbastanza, non un altro per favore.
«E comunque perché stai cercando di prendere questo Abra?» riprese Arthur e Merlin indicò le mani del pokèmon.
«Ha la mia bussola, non so come uscire senza la bussola,» e okay, era un po’ una cosa da perdenti, ma Merlin non poteva farci assolutamente nulla.
«Io ho una bussola, e so dove dobbiamo andare per l’uscita. Puoi anche lascargliela questa al poverino,» riprese Arthur e Merlin lanciò un’ultima occhiataccia all’Abra – e magari un “Spero che ti cada a terra e si rompi per sempre!” – e si incamminò con Arthur.
Arthur che aveva smetto di correre da tempo – non aveva il fiatone e non era sudato – e Merlin si chiese cosa stesse pensando, ma allo stesso tempo era spaventato di saperlo. E se avesse finalmente deciso che ne aveva abbastanza? Che Merlin era uno scherzo della natura e non poteva più sopportarne la vista? Oddio! Avrebbe dovuto trasferirsi a Ealdor da solo con sua madre e la prospettiva era decisamente molto meno allettante che trasferirsi tutti e quattro a Ealdor da sua madre.
O in qualsiasi altro posto, davvero.
«Non mi hai svegliato stamattina…» disse allora, sperando di poter risolvere il tutto in qualche modo.
«L’ho fatto, a dire il vero,» si limitò a rispondere Arthur, decisamente troppo laconico.
«Sai cosa voglio dire, Arthur. Normalmente ti metti a saltare sul mio letto fino a che non mi alzo!» e invece quella mattina se n’era andato a correre da solo, lasciando Merlin a dormire – e a Merlin non piaceva.
«Non avevo voglia,» fu l’eloquente risposta dell’altro, e Merlin perse la pazienza.
«Ma insomma! Che problema hai? Ho fatto qualcosa che non va?» e davvero, cos’altro poteva esserci.
«Non hai fatto nulla. Non hai fatto nulla, davvero,» ma Merlin stentava seriamente a crederci e poi Arthur aveva ripreso a parlare «e voglio dirti che lo capisco cioè, anche io non vorrei viaggiare con uno di cui non mi fido e…»
Eh? Aspetta che? «Ma di che stai parlando, Arthur?» e forse era colpa del caffè, perché nonostante fosse passata più di mezzora da quando ne aveva preso un po’ il mondo continuava a non avere molto senso. Ed era ingiusto, perché il caffè avrebbe dovuto dare un senso al mondo o qualcosa di simile.
«Ci sentiremo, ovviamente! E poi potrai venirmi a trovare quando manderò via Lancelot a calci dal suo posto e… » e poi Merlin capì cosa stava succedendo.
«Non vuoi che venga con voi?» e non ci aveva mai pensato che Arthur potesse davvero dirgli di non volerlo più in quel viaggio. Anche se Merlin aveva sperato potessero rimanere a Ealdor, anche se a volte Merlin era così stanco da non riuscire nemmeno a ricordarsi perché fossero partiti.
E ora Arthur non lo voleva con lui. E se Merlin si fosse messo a piangere non si sarebbe mai perdonato per tutta la sua vita.
«No!» negò però Arthur, veementemente, e Merlin alzò un sopracciglio, confuso, guardando Arthur che apriva la bocca e poi la richiudeva, perplesso «vuoi dire che non vuoi andartene?»
«Cos-? Io? E da dove ti è venuta questa idea?» era assurda! Le persone passavano cinque minuti con loro e capivano che Merlin era così innamorato di Arthur da essere ridicolo e Arthur invece pensava che se ne volesse andare – Merlin non era nemmeno certo che, se davvero l’avesse voluto, avrebbe potuto farlo.
«Ma qui… cioè pensavo fossi venuto qui per… a Ealdor, tua madre! E ieri hai detto che volevi restare qui per sempre e…» e Arthur stava balbettando e oh, oh! Arthur era così stupido! Così stupido che Merlin avrebbe voluto prenderlo a pugni per giorni interi.
Arthur però, stava cominciando a sorridere, ora che aveva capito che no, Merlin non aveva improvvisamente deciso che Ealdor era il posto più bello del mondo e Merlin non poteva davvero pensare a prendere a pugni Arthur quando tutto quello che voleva fare era prendere e baciarlo.
E quindi lo fece.
Si sporse in avanti, gli prese la faccia e congiunse le loro labbra. E no, non c’erano violini e non c’erano Butterfree nel suo stomaco – ma Merlin ricordava ogni singolo momento con estrema lucidità.
Arthur era rimasto pietrificato e Merlin si era staccato presto, guardando Arthur come se gli fossero cresciute tre teste – e poteva quasi sentire la mente di Arthur che sbuffava impaziente sei tu che mi hai baciato, non hai il diritto di essere così sconvolto – e aveva baciato Arthur Pendragon. Il suo migliore amico.
E probabilmente stava per svenire.
«Dovremmo andare. Tua madre e le ragazze. Il pic-nic,» mormorò Arthur, ma tutto arrivò alle orecchie di Merlin come un suono confuso e non riuscì a fare altro se non annuire, anche se non aveva la minima idea di cosa gli avesse appena detto l’altro.
E camminarono in silenzio, l’uno accanto all’altro e Merlin cominciò a riflettere. Arthur non gli aveva dato un pugno, il che era una cosa buona, ma Arthur avrebbe anche solo potuto essere sotto-shock e dunque incapace di picchiare Merlin-il-molestatore.
Però non gli aveva nemmeno urlato di sopra e, anche questo, era certamente un buon segno.
Ma non aveva risposto al bacio e ora non erano a terra a rotolarsi tra le foglie e fare cose decisamente innominabili.
E questa no era una cosa buona, per nulla. E Merlin a volte odiava questa sua capacità di rovinare sempre e comunque tutto.
Quando arrivarono all’entrata della foresta sua madre, Morgana e Gwen erano già lì e Merlin era grato che non sarebbero dovuto stare soli più a lungo, la tensione tra di loro così fitta che Merlin aveva quasi problemi persino a respirare.
Le tre però li guardarono confuse e Merlin si chiese se per caso avesse tutto scritto nella fronte o se ci fosse una specie di simbolo – una medaglia, tipo – che si riceveva non appena uno dava un bacio ad Arthur Pendragon e ora tutti avrebbero saputo.
«Merlin, vuoi raccontarci cosa è successo?» chiese Morgana e Merlin cominciò a balbettare.
«Non è successo niente, cosa ti fa pensare che sia successo qualcosa?» e forse aveva avuto una visione, forse sapeva che Merlin aveva molestato il suo fratellastro nel mezzo della foresta o qualcosa di simile.
Ma Gwen indicò qualcosa dietro Merlin e quando si girò vide l’Abra di prima, la sua bussola ancora tra le mani e si rese conto che doveva averlo seguito fin lì.
E fu così che Merlin ottenne il suo sesto pokèmon, un esaurimento nervoso per aver baciato il suo migliore amico e un mal di pancia colossale per aver mangiato l’unico biscotto fatto da Morgana.
Era stata davvero una giornata pessima.
Merlin non riusciva a dormire, continuava a rimanere sdraiato, il viso rivolto al soffitto e le mani che stringevano le coperte così forte da fargli quasi male.
Nemmeno Arthur stava dormendo. Lo sapeva perché Arthur russava un pochino, niente di insopportabile e ormai, comunque, Merlin ci aveva fatto l’abitudine, e invece non c’era alcun rumore in quella stanza.
«Arthur…» bisbigliò, realizzando che quella era probabilmente la prima parola che si erano rivolti dall’Incidente.
«Merlin…» rispose Arthur, senza muoversi.
«Io… stamattina… è stato un errore, non so cosa stessi pensando» che sei un’idiota e un egocentrico, ma mi salvi sempre, mi hai sempre salvato e nonostante tu cerchi di ucciderti e uccidermi ogni giorno con qualche missione impossibile sei sempre pronto ad aiutarmi e il tuo sorriso mi rende incapace di fare pensieri compiuti «davvero, forse il caldo mi è andato alla testa. Lo sai come sono!» ma Arthur continuava a non dire nulla, rimaneva fermo sul fianco e Merlin poteva vedere solamente la sua schiena «non è statonulla. Un incidente.»
Ma Merlin non suonava particolarmente convincente e sapeva che Arthur non ci aveva creduto nemmeno per un minuto.
E non sapeva che fare per aggiustare tutto quello che stava rompendo. Si sentiva un elefante in un negozio di cristalli e a pochi secondi da essere buttato fuori per sempre, ma a lui piacevano i cristalli e non voleva separarsene e doveva solo imparare a stare più attento.
«Questo non renderà… non renderà le cose strane, vero?» chiese Merlin, terrorizzato e stanco.
«No, Merlin,» e Arthur non suonava particolarmente convincente e Merlin non gli credette.
Il che era, probabilmente, solo giusto.
«Perché l’hai fatto, seriamente Merlin…?» chiese poi Arthur, dal nulla e Merlin sentì il suo cuore fermarsi per un lunghissimo istante.
Perché non saprei vivere senza di te. Perché ti amo. Perché sì. Perché le tue labbra sapevano di caffè. Perché avevi una bussola. Perché sei tu. Perché hai preso a pugni quei ragazzi quando avevo cinque anni. Perché mi fai rischiare l’osso del collo almeno una volta al giorno. Perché non lo so nemmeno io.
Perché sembrava giusto.
Ma non poteva dire niente di queste cose né nessuna di tutte le altre motivazioni che gli passarono davanti agli occhi in quei pochi istanti di silenzio. O forse poteva dirle tutte e farla finita.
Arthur non avrebbe riso di lui, l’avrebbe torturato in eterno, dicendogli che era ovvio, che era semplicemente troppo irresistibile.
Non avrebbe avuto tatto, non sarebbe stato carino e simpatetico. Perché quello era Arthur e Arthur era fatto così e Merlin immaginò le migliaia di battute, e gli sguardi preoccupati e la lieve distanza mentre camminavano – per non dare false speranze, per essere gentile senza essere ovvio – e improvvisamente perse ogni forza che aveva in corpo.
«Per nessuna ragione,» rispose quindi, e Arthur non disse più nulla.
E Merlin gliene fu grato.
«Quindi hai baciato il mio fratellastro. Se vi sposate saremo legalmente parenti o no?» chiese Morgana, improvvisamente. Erano seduti sul portico, lui, Morgana e Gwen – Arthur ad allenarsi chissà dove.
«C-come fai a…? L’avevi visto? E perché non mi hai avvertito! Dovevi dirmelo! Dovevi fermarmi! Ti odio!» e un po’ era vero, perché Merlin darebbe di tutto per non averlo mai fatto e poi darebbe anche di più per poterlo fare di nuovo.
«Calmati, ho solo provato ad indovinare, a dire il vero. Ma vedo che ci ho preso,» e okay, a volte Morgana lo spaventava e, probabilmente, non aveva nemmeno bisogno dei suoi poteri per sapere tutto di tutti.
Merlin si sorprese di vedere che Morgana non aveva nemmeno battuto ciglio quando aveva menzionato – anche se solo brevemente – i suoi poteri davanti a Gwen e pensò che probabilmente, ormai, anche Morgana avesse capito, senza che Merlin dovesse spiegarglielo.
«Oh, Merlin! E’ stupendo!» disse Gwen, battendo le mani.
«No, non lo è. E’ un disastro. Io l’ho baciato e lui è rimasto lì, fermo e sconvolto! E ci saremo scambiati cinque parole da ieri mattina!» e io non so come mettere a posto le cose, ditemi che voi sapete come fare per favore.
«Però non ti ha dato un pugno,» provò Morgana, suonando anche troppo come tutti i discorsi che il suo cervello aveva continuato a mandargli tutto il giorno.
Ma il suo cervello si sbagliava e Merlin non aveva nemmeno una minuscola possibilità.
«E magari proprio ora, mentre corre, sta pensando a come confessarti amore eterno!» provò Gwen e la sola idea di Arthur che proclamava amore eterno a qualcuno era assolutamente esilarante.
Arthur si sarebbe limitato a dire che Merlin aveva buon gusto e che, evidentemente, non poteva certo sottrarsi – questo se, ovviamente, un giorno Arthur si sarebbe svegliato incredibilmente gay e incredibilmente innamorato di lui, ma Merlin non pensava che questo giorno sarebbe mai arrivato.
«O forse sta pensando ad un modo per dirmi che sì, alla fine sarebbe meglio che me ne andassi,» ragionò lui e sì, aveva senso.
Arthur l’avrebbe cacciato. Non avrebbe mai più visto Arthur ed era tutta colpa sua!
«O forse sta realizzando che grande melodrammatico sei,» concluse Morgana, e Merlin avrebbe voluto protestare, perché quella era la fine del mondo così come lo conoscevano e Merlin sarebbe morto presto.
E poi realizzò che Morgana aveva ragione, come sempre.
Avevano previsto di partire nel pomeriggio e Arthur era tornato dall’allenamento alle dodici e mezza e si era direttamente infilato sotto la doccia, senza rivolgere a Merlin la parola.
«Esilio!» bisbigliò a Morgana.
«Melodrammatico!» rispose Morgana e Merlin se la prese un poco. A parte il fatto che era vero.
Poi, dopo una quindicina di minuti, Gwen lo spinse verso le scale e Merlin cominciò a protestare perché Arthur era sotto la doccia e Arthur sarebbe stato bagnato e quella non era una buona idea.
Però nessuno sembrò ascoltarlo e Merlin si ritrovò davanti alla camera sua e di Arthur senza nemmeno sapere come c’era arrivato.
Entrò, piano, e si rese conto che Arthur si era praticamente quasi già rivestito – o almeno, aveva i pantaloni messi, ma era senza maglietta e tutta quella pelle stava facendo perdere a Merlin il filo del discorso.
«Arthur…» provò, la voce che gli si bloccava in gola perché Arthur aveva davvero dei bei pettorali, e Merlin lo sapeva già questo, ovviamente, ma erano davvero davvero belli.
«Merlin…» rispose Arthur, voltandosi verso di lui e mettendosi la maglietta. Merlin riusciva a sentire cosa gli suggeriva il cervello molto meglio, ora.
«Dovremmo parlare,» cominciò, ma Arthur lo interruppe subito.
«Di cosa?» chiese e Merlin aggrottò le sopracciglia chiedendosi se Arthur avesse mai avuto problemi a ricordarsi le cose accadute meno di un giorno prima. No, non che ricordasse.
«Nella fores…» ma di nuovo, Arthur lo interruppe e, questa volta, lo sguardo che gli lanciò fu lapidario.
«Di. Cosa?» e Merlin capì, Arthur voleva giocare di nuovo a quel gioco in cui tutti pretendevano di non sapere che gli altri sapevano.
Merlin avrebbe voluto dirgli che non dovevano continuare così, che sarebbe stato male per entrambi, che avrebbero dovuto risolvere lì, al sicuro.
Invece sorrise «Non ricordo nemmeno più,» e Arthur gli sorrise e probabilmente sarebbero morti per tutti quei sentimenti repressi, ma ne valeva la pena.
Quando scesero Gwen e Morgana ci misero esattamente due secondi per capire cosa stesse succedendo.
Morgana stava guardando male Arthur e Gwen stava guardando male Merlin.
Ad Arthur era andata molto peggio.
Sua madre abbracciò tutti e quattro, dicendo loro di tornare presto e che le sarebbero mancati. Merlin era felice di essere andata a trovarla, davvero, e quando ripresero il loro viaggio Merlin pensò che okay, forse avrebbe potuto farcela.
Ma Arthur camminava davanti a lui, parlando con Morgana di qualcosa che Merlin non riusciva a sentire, e non l’aveva ancora guardato da quando erano scesi, quella mattina, a fare colazione. E faceva male.
Gwen gli prese improvvisamente la mano e per quanto Merlin l’adorasse se si fosse messa a dirgli come “dovevano risolvere la situazione”, Merlin sarebbe stato costretto ad urlare.
«Il prossimo capopalestra, cosa sappiamo di lui?» chiese infine, sorridendo dolcemente a nulla in particolare.
«Vuoi dire i prossimi capopalestra,» rispose Merlin, ricordandosi di come Arthur aveva reagito quando l’era venuto a sapere.
«Eh? I?»
«Sono due, sono gemelli, sono specializzati nei combattimenti doppi,» continuò Merlin, Arthur era stato una serata a chiedersi come sarebbe stato il combattimento, se avrebbe dovuto affrontarli da solo o se avrebbero chiesto che avesse un partner e “ovviamente sceglierei te, Merlin, quindi cerca di non farmi perdere. Capisco tu non possa essere al mio livello…” e poi Merlin l’aveva spinto ed Arthur era finito a terra, ridendo come un cretino.
«E come si dovrebbe svolgere lo scontro? 2 contro 1? 2 contro 2?» indagò Gwen, e Merlin alzò le spalle.
«Lo sai che in caso Arthur sceglierebbe te, vero?» continuò poi, stringendogli ancora di più la mano.
Fino a qualche giorno fa Merlin non avrebbe avuto dubbi, nonostante la strana situazione che si era creata – perché fino a che il problema non veniva a galla Arthur si sarebbe comportato come niente fosse.
Ora non ne era più molto sicuro.
«Lo farà, Merlin!» ripeté Gwen, sorridendo «dovresti saperlo anche tu che sebbene sia un’idiota Arthur ci tiene a te.»
O forse ci teneva e l’unico motivo per cui era ancora lì era che Arthur non si era ancora ripreso dallo shock. E Merlin aveva anche quasi rinunciato a non sembrare una ragazzina di quindici anni, veramente.
«Comunque sia… un combattimento a due, deve essere una cosa difficile. Intendo dire, bisogna essere perfettamente in sincronia, no? Non è certo facile…» Gwen aveva ragione, ovviamente, ma Merlin non disse nulla, continuando a guardare la schiena di Arthur davanti a lui.
Ultimamente era l’unica cosa che faceva.
Cedric e Cornelius Sigan erano pazzi, ma questa non era una novità.
O almeno, Cedric sembrava abbastanza normale, Cornelius era tutt’altra storia.
«Chi è di voi lo sfidante?» aveva chiesto Cedric, dopo averli visti entrare in palestra e Arthur aveva fatto un passo avanti.
«Io,» si era limitato a dire, prima di ricordarsi che sarebbe stato meglio presentarsi «sono Arthur, Arthur Pen…»
«Arthur Pengradon, figlio di Uther Pendragon capopalestra di Camelot e possessore della medaglia corona. So chi sei. Ho messo una maledizione sulla palestra di tuo padre,» l’aveva informato Cornelius, mentre Cedric, accanto a lui, roteava gli occhi.
Arthur aveva aperto la bocca per poi richiuderla immediatamente e voltarsi verso tutti loro, confuso. Morgana non l’aveva nemmeno degnato di uno sguardo, continuando a fissare Cornelius, Gwen era apparentemente ancora sconvolta dal fatto che fossero assolutamente identici – “guarda Merlin! Sono uguali!” “Sono gemelli, Gwen!” – mentre Merlin aveva alzato le spalle, confuso quanto lui.
«Come sta tuo padre, Arthur?» gli aveva chiesto Cedric, cercando di aggiustare la situazione.
«Sì, ha cominciato ad avere un po’ di tosse? Dovrebbe essere essergli cominciata almeno la tosse,» aveva però continuato Cornelius e Merlin poteva ammettere di essere leggermente spaventato.
«No, sta… sta bene cioè… niente tosse, definitivamente niente tosse,» aveva risposto Arthur, decisamente sconvolto.
Cornelius era apparso intristito dalla notizia. Merlin avrebbe voluto scappare via da lì.
«Quindi!» aveva però interrotto il tutto Cedric «vuoi combattere da solo? O con uno dei tuoi amici? Lo scontro sarà di tre turni, a seconda se combatti con qualcuno o da solo potrai usare tre pokèmon o sei – ovviamente due ogni turno.»
Merlin era quasi certo che Arthur avrebbe scelto di combattere da solo, se gli fosse stata data la scelta, quindi stava quasi per dire alle altre due che avrebbero fatto bene ad andare a sedersi, quando Arthur parlò.
«No, uhm, combatto in due,» e sembrava ancora un poco confuso «Merlin, vieni qui. Combatto con Merlin, sì.»
E Merlin rimase sconvolto per qualche secondo, guardando Arthur e poi i due gemelli e poi di nuovo Arthur. Uh?
«Merlin? Che aspetti? Abbiamo una medaglia da conquistare!» e Arthur lo stava dicendo come se non fosse accaduto nulla, come se fossero appena partiti da Camelot senza tutti quei pesi che rimanevano in bilico tra loro. A volte Merlin amava questo lato di Arthur. E l’odiava allo stesso tempo.
«Oh, sì, certo!» si affrettò a dire, mentre Morgana ridacchiava accanto a lui e prendeva il braccio di Gwen per portarla a sedersi sugli spalti.
«Sembri sicuro di te, giovane Pendragon,» aveva detto Cedric e Arthur aveva scosso le spalle.
«Solo realista,» aveva risposto e Merlin non riuscì a frenare le risate davanti alle facce dei due gemelli.
Poi Arthur si era voltato verso di lui e aveva annuito, senza dire nient’altro e Merlin sapeva cosa voleva dire tutto quello: Arthur ci stava provando.
E avrebbero dovuto parlare, prima o poi, lo sapevano entrambi. Ma non ora e forse nemmeno troppo presto.
«Siete pronti?» chiese il giudice e sia Arthur che Merlin annuirono.
«Bene, che si cominci la battaglia!» urlò e tutti e quattro gli allenatori lanciarono contemporaneamente la loro pokèball.
Merlin scelse Elekid, Arthur scelse Nidoking mentre Cornelius scelse Umbreon e Cedric Espeon.
I Quattro pokèmon si guardarono negli occhi per un istante prima che il giudice desse il via.
Combattere non era quello che Merlin preferisse, né quello in cui era più bravo e improvvisamente realizzò di essere in una palestra e di stare combattendo per una medaglia. Era una cosa importante, e Merlin non c’entrava assolutamente nulla.
«Nidoking, altruismo!» urlò Arthur, accanto a lui mentre, nello stesso secondo, anche Cedric disse la stessa cosa.
Elekid e Umbreon vennero illuminati da una luce blu intensa e Merlin si rese conto che Arthur gli aveva appena dato una mano – e che Cedric aveva fatto lo stesso con Cornelius, certo, quindi era come essere al punto di partenza.
Merlin prese un profondo respiro, si lasciò conquistare dalla paura paralizzante che lo stava attanagliando. E poi il mondo si fermò per un solo istante.
«Combatti, giovane allenatore. Combatti,» bisbigliò Rayquaza e fu esattamente quello che Merlin fece. Combatté.
«Elekid, Tuonopugno!» e il piccolo pokèmon si gettò in avanti, la luce bluette di poco prima scomparsa. Il suo pugno si illuminò mentre caricava il colpo.
«Umbreon, evita e contrattacca con finta!» urlò Cornelius, mentre Elekid sferrava il suo potente pugno e ritrovandosi a colpire solo l’immagine residua di Umbreon, che contrattaccò con una testata contro il fianco di Elekid, gettandolo ad un metro di distanza.
«Espeon, colpiscilo ancora con confusione!» si intromise poi Cedric, ma prima ancora che potesse avere il tempo di caricare l’attacco Espeon dovette saltare in avanti, per evitare un velenospina lanciato poco prima da Nidoking.
«Elekid, tuonoshock!» urlò Merlin e Elekid ubbidì, ma Umbreon evitò il colpo con facilità.
«Nidoking, perforcorno!» lo spalleggiò Arthur, ma l’Espeon di Cedric lo colpì con uno psicoraggio prima ancora che potesse arrivare a colpirlo.
Merlin non riusciva a pensare ad una possibile strategia e continuava ad attaccare, sperando di riuscire a colpire almeno uno dei due, ma non aveva fortuna.
Quando provava ad attaccare Umbreon questo evitava il colpo velocemente, forte della sua maggiore agilità, quando provava a colpire Espeon, Umbreon lo bloccava attaccandolo prima che potesse farlo ed Espeon lanciava un attacco a Nidoking.
Stavano perdendo e Merlin non riusciva a capire cosa potessero fare. E Arthur era sempre più infastidito, minuto dopo minuto e Merlin non sapeva che cosa dirgli se non “sei stato tu a scegliermi! E’ colpa tua.”
Poi, all’ennesimo attacco fallito, Arthur si era voltato verso di lui, lasciando che Nidoking facesse esattamente quello che volesse – non gli sembrava una strategia valida.
«Merlin! Il combattimento in coppia vuol dire riuscire a sfruttare perfettamente i punti di collisione e i punti di differenza dei due pokèmon in campo,» e Merlin avrebbe voluto dirgli che lo sapeva, ma non era certo così semplice, ma Arthur riprese a parlare immediatamente.
«Guarda il tuo pokèmon, poi guarda il mio. E dimmi, Merlin, qual è la differenza tra i nostri due pokèmon? Sei cresciuto con un professore, non dovrebbe essere così difficile!» Merlin spostò lo sguardo di nuovo sull’arena, dove Elekid era stato appena sbalzato da uno psichico di Espeon e sì, doveva pensare velocemente, perché Elekid non avrebbe retto a lungo e…
«La stazza? L’elemento?» buttò lì, prima di pensarci seriamente. Elekid era un tipo elettro e Nidoking… oh.
«Oh! » disse di nuovo, ad alta voce. Ma certo, era una strategia geniale! Se solo ci avesse pensato prima!
«Grazie al cielo ci è arrivato,» borbottò Arthur, ritornando al combattimento e ordinando a Nidoking di utilizzare perforcorno, come se non avesse mai distolto l’attenzione dall’arena – ed era anche totalmente possibile, perché Arthur, quando si parlava di battaglie, diventava un pochino spaventoso.
«Elekid, tuononda, più estesa che puoi!» ed Elekid ghignò, caricando il colpo e prima che Espeon potesse colpirlo un’altra volta o Umbreon potesse arrivare a colpirlo, lanciò l’onda che viaggiò velocemente per tutta l’arena, colpendo tutti i pokèmon e lasciandoli completamente paralizzati.
Tutti tranne Nidoking che, essendo un pokèmon di terra, era immune agli attacchi di tipo elettro.
Arthur sorrise, soddisfatto mentre, davanti a loro, i due gemelli fumarono di rabbia.
«Nidoking, finisci Espeon con un megacorno!» ordinò Arthur e Merlin annuì, vedendo Elekid che aspettava un suo ordine.
«Tuonopugno su Umbreon, Elekid!» e il pokèmon fu felice di obbedire, mandando ufficialmente i due avversari KO.
«Umbreon ed Espeon non sono più in grado di combattere. Vincono il primo turno Arthur e Merlin!» dichiarò il giudice mentre i due capopalestra richiamavano i loro pokèmon.
Arthur alzò la mano verso di lui, aprendola e Merlin gli diede in cinque, improvvisamente vivo ed eccitato come mai prima di allora.
«E’ l’eccitazione della vittoria,» gli sussurrò Arthur, complice, mentre richiamavano Nidoking e Elekid.
Erano le regole della palestra, ogni turno doveva entrare una coppia di pokèmon diversi, giusto per non rendere il tutto troppo noioso.
Merlin cercò di capire che pokèmon Arthur stesse per usare.
Aveva solo altre due scelte e Merlin lo conosceva ormai abbastanza bene per immaginare chi avrebbe usato.
E si rese conto che Arthur credeva di avere già vinto questa battaglia, non ne aveva il minimo dubbio. Aveva scelto Nidoking perché voleva testare le sue capacità in una palestra, cosa che ancora non aveva fatto, e sapeva già quali sarebbero stati i suoi prossimi due pokèmon.
Merlin scelse Ursaring – era indeciso tra lui e Absol, ma… ma usare Absol in combattimento non era una certezza, a volte quel pokèmon era così pigro che si rifiutava persino di uscire dalla sfera, era snervante.
Arthur, come Merlin aveva previsto scelse Shelgon.
I due capipalestra scelsero Lunatone e Solrock e Merlin si rese conto che, probabilmente, avevano solo pokèmon che facevano coppia. E dovette resistere l’impulso di ridere, era effettivamente troppo ridicolo.
Ridicolo o meno, però, Merlin si rese conto che avevano un problema e se ne rese conto quando Cornelius ordinò a Lunatone di usare un geloraggio contro Shelgon che riuscì a resistere semplicemente perché Arthur gli urlò di utilizzare Protezione all’ultimo secondo.
«Lunatone non dovrebbe avere attacchi di ghiaccio,» mormorò Arthur, completamente sconvolto e Merlin si morse il labbro inferiore.
«Non l’apprendono nel loro normale corso evolutivo, è vero, ma è possibile insegnarglielo,» con delle MT, o così almeno le chiamava Gaius. Merlin non ne aveva mai vista una, ma sapeva che esistevano e che molti allenatori le utilizzavano per rendere i loro pokèmon più letali.
«Dobbiamo mettere KO Lunatone, immediatamente. Non so per quanto tempo potrà funzionare protezione…» mormorò tra sé e sé Arthur e poi annuì e Merlin si rese conto che aveva trovato una strategia.
Era quasi incredibile come Arthur riuscisse a trovare una soluzione così velocemente quando combatteva, perché nella realtà era una delle persone più lente di comprendonio che conoscesse – e il fatto che Merlin fosse innamorato di lui da almeno 12 anni e che Arthur l’aveva capito, o almeno aveva cominciato a sospettare qualcosa, solo quando Merlin l’aveva baciato la diceva lunga.
«Coprimi Merlin,» gli disse, semplicemente, prima di ordinare a Shelgon di correre contro Lunatone e Merlin si rimangiò tutto quello che aveva detto, perché evidentemente Arthur non aveva un piano, era semplicemente impazzito.
E Cornelius sorrise, come a dire che sì, era stata la sua maledizione a fare sragionare Arthur e ordinò al suo Lunatone di usare nuovamente Geloraggio. Quindi Merlin fece l’unica cosa che riteneva possibile.
«Ursaring, ferma Lunatone con lacerazione!» ma Solrock si stava avvicinando, pronto a difendere il suo compagno e il colpo di Ursaring venne deviato, mentre Lunatone indietreggiava, senza però aver perso la concentrazione di gelo raggio.
Non era riuscito a fermarlo, ma aveva guadagnato a Shelgon abbastanza tempo da raggiungere l’altro pokèmon.
«Okay, Shelgon, sgranocchio!» e i denti di Shelgon si chiusero sull’altro proprio mentre il geloraggio lo colpiva in pieno.
E improvvisamente sia Shelgon che Lunatone erano fermi a terra, incapaci di alzarsi.
«Lunatone e Shelgon non sono più in grado di combattere, continuano la sifda Ursaring e Solrock,» dichiarò il giudice e Merlin rientrò nel panico.
Doveva combattere da solo contro un capopalestra. Da solo contro un capopalestra. E avrebbe perso. Lo sapeva, se lo sentiva e Ursaring non aveva chance. Ed era colpa sua perché avrebbe dovuto dire a Ursaring di proteggere Shelgon a costo della sua stessa vita o qualcosa di simile.
«Okay, respira, respira! Andrà tutto bene e abbiamo ancora il prossimo turno,» gli disse Arthur, calmo e controllato e vide che anche Cornelius e Cedric stavano parlando – era felice di essere rimasto solo con Cedric, Cornelius lo spaventava ancora.
«Rilassati e goditela, Merlin. E’ una sensazione incredibile!» e Arthur gli stava sorridendo così sinceramente che Merlin si limitò ad annuire stupidamente. E okay, okay, magari poteva farcela davvero.
«Pronto Ursaring?» chiese e il suo pokèmon ruggì, per fargli avere l’idea di quanto fosse pronto. O forse per motivarlo. In ogni caso aveva apprezzato il gesto.
E Merlin si ricordo che Ursaring amava combattere. Fin da quando era un Teddiursa era sempre stato il più incline dei suoi pokèmon a partecipare in una battaglia.
E Merlin si disse che sì, forse poteva farcela. Anche per Ursaring.
«Ursaring, lacerazione, vai!» urlò, mentre Cedric comandava al suo pokèmon di scansarsi e usare poi Divinazione.
Solrock creò davanti a sé una sfera blu di energia pulsante e Merlin urlò a Ursaring di stare attento. Non sapeva cosa fosse, non ricordava cosa facesse Divinazione.
E poi la palla sparì, senza sortire alcun effetto. E non era possibile, Cedric non avrebbe mai sprecato tempo per una tecnica del genere. Ma non c’era nulla Merlin potesse fare per prevenire il colpo.
«Ursaring, finta!» ordinò e Ursaring sparì da dove era per riapparire dietro Solrock. Merlin trattenne il fiato, convinto di avere già vinto, quando qualcosa colpì Ursaring e lo scaraventò lontano da Solrock.
«Divinazione permette di prevedere il prossimo attacco e, allo stesso tempo, di preparare un attacco che colpisce l’avversario con un certo ritardo, per aumentare l’effetto sorpresa,» spiegò Cedric e Ursaring non si alzò più.
«Ursaring non è più in grado di combattere, vincono il turno i gemelli!» decretò il giudice e Merlin strinse i pugni così forte da farsi diventare le nocche bianche.
«Merlin, abbiamo ancora un turno e li sconfiggeremo!» disse Arthur, accanto a lui, sicuro e sincero e leale e tutte quelle altre cose che Merlin ammirava così tanto in lui. E non riuscì a fermarsi perché Arthur l’aveva scelto comunque e l’aveva fatto combattere al suo fianco e l’avrebbe portato con lui alla Lega Pokèmon, ne era sicuro.
«Grazie per avermi scelto,» e sì, suonava patetico esattamente come lo era suonato nella sua testa, ma doveva dirlo e ora si sentiva meglio.
«Non essere stupido Merlin,» aveva però detto Arthur, quasi infastidito, «se io avessi avuto una qualsiasi opinione in materia non avrei di certo scelto te. E’ capitato, chiamalo destino.»
E Merlin rise, pensando che sì, magari il destino aveva davvero tanto a che vedere con tutto quello e Merlin era felice che il destino esistesse.
«Ora facciamoli neri!» aveva detto allora, e Arthur aveva annuito, la fiamma della battaglia che ardeva nei suoi occhi.
Al terzo turno Merlin aveva scelto Absol, sperando davvero tanto che collaborasse, e Arthur aveva scelto Lucario – ancora, come Merlin aveva previsto. Cornelius e Cedric avevano usato uno un Ninjask e l’altro uno Shedinja.
Arthur e Merlin avevano vinto, senza nemmeno troppa difficoltà in un’epica – ma non davvero – battaglia piena di colpi di scena – ma nemmeno tanti. E Arthur aveva ricevuto la medaglia da Cedric, mentre Cornelius lo informava del fatto che quella medaglia era maledetta e che conteneva una parte della sua anima e che un giorno sarebbe tornato e gliel’avrebbe fatta pagare.
Arthur aveva guardato la medaglia preoccupato per un minuto prima di metterla insieme alle altre con un sospiro.
Merlin non avrebbe voluto essere nei suoi panni – specialmente perché Morgana, quando finalmente uscirono dalla palestra, continuava a tenersi a qualche metro da Arthur dicendo che non voleva essere maledetta anche lei e cominciando poi a ridere come una pazza. Merlin aveva sentito più di una volta Arthur mormorare che Morgana era una persona molto molto cattiva.
Merlin non capiva dove fosse la novità.
Dopo il combattimento le cose si erano un poco sistemate e l’aria non era più irrespirabile, era come se, combattendo assieme, tutte le incomprensioni che c’erano – e c’erano state – tra di loro fossero passate in secondo piano e c’erano rimaste, il che era grandioso.
Però c’erano ancora volte in cui Arthur no gli rivolgeva la parola per un po’ o Merlin doveva allontanarsi velocemente da Arthur perché era semplicemente troppo.
Merlin non aveva mai preteso che tutto tornasse come prima così in fretta e cercava di godersi i miglioramenti.
Certo, come Morgana e Gwen continuavano a ripetergli – e Merlin sospettava che Arthur ricevesse lo stesso identico trattamento – avrebbero potuto parlare e, finalmente, chiarire la situazione una volta per tutte.
Arthur però, e Merlin lo sapeva perfettamente, non era tipo da mettersi a parlare, preferiva dimostrare con le azioni, o cose simili. E Merlin non avrebbe pressato Arthur a cercare di capire come risolvere la situazione – anche perché, ad essere completamente sinceri, Merlin era ancora spaventato che Arthur gli dicesse di non volerlo più vedere.
Quindi avevano continuato il loro viaggio verso la settima palestra sopportando la situazione.
Ci voleva una settimana di cammino per raggiungere la città e questo senza contare i giorni di riposo di Morgana e Gwen – “non potete certo pretendere di non darci qualche giorno di vacanza da questa maratona” – a cui Arthur non si opponeva nemmeno troppo, perché ne approfittava per intense sessioni di allenamento.
Poi c’erano tutti gli allenatori che continuavano a fermarli e sfidare Arthur – “Sono qui per sfidare Arthur Pendragon! Credi di poter sfidare la settima palestra solo perché hai preso sei medaglie? Illuso!” o ancora “Mi piacciono i pantaloncini corti! Vuoi combattere?”3 – e quando erano al sesto giorno di cammino, ovvero a più o meno tre giorni dalla città, Morgana e Gwen decisero che sì, ne avevano avuto abbastanza.
Merlin non poteva davvero nemmeno lamentarsi, perché avevano tenuto effettivamente un ritmo ferrato in quei giorni e Arthur semplicemente acconsentì a fermarsi per un giorno – Merlin sospettava fosse perché c’erano un sacco di pokèmon selvatici e allenatori in giro e Arthur aveva voglia di sconfiggerli tutti.
O perché c’era una cascata lì vicino e Arthur aveva voglia di trascinarlo a vederla e scalarla. Era un 50 e 50, davvero.
Prima, però, che Arthur potesse davvero contemplare una delle due possibilità – e quindi trascinare Merlin da una qualche parte – una lunga colonna di fumo si alzò in cielo.
Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, ma Arthur era scattato in avanti ancora prima che Merlin, Gwen e Morgana avessero avuto tempo di processare cosa stava accadendo.
Merlin lo seguì poco dopo, mentre le ragazze erano poco dietro di lui.
Quando finalmente arrivarono alla causa del fumo, Poliwrath aveva utilizzato Pioggiadanza e le fiamme sembravano starsi abbassando.
«C’è qualcuno lì dentro?» aveva urlato Arthur, nervoso e forse un po’ spaventato. E Merlin poteva capirlo perché questo, questo era assurdo.
Potevano esserci delle persone carbonizzate là dentro. Non era una cosa giusta.
L’edificio bruciato doveva essere stato uno chalet di montagna, uno di quelli che venivano utilizzati come rifugio dai viaggiatori o la casetta di un’adorabile nonnina che rischiava di venire mangiata ogni giorno da un Mightyena cattivo.
Quando nessuno rispose ad Arthur, e la pioggiadanza aveva finalmente fatto scomparire le fiamme, i quattro entrarono, Morgana ed Arthur per primi e Gwen e Merlin dietro – perché Morgana c’era rimasta un po’ male che, ultimamente, sembrava essere diventata la debole del gruppo; Gwen l’aveva presa molto meglio, dicendo che tanto senza di lei sarebbero tutti impazziti presto, con tutto il dramma che riuscivano a creare tra di loro (Merlin pensava che avesse ragione, ma non aveva bisogno di saperlo e quindi si fingeva indignato ogni volta.)
Non c’era nessuno – né vivo né morto, grazie al cielo – lì dentro. Ma quello che videro non piacque loro comunque.
«Tutta questa roba…» mormorò Morgana, guardando tutti i vari macchinari che erano presenti in tutta la stanza.
Nessuno disse che sì, quelli erano gli stessi macchinari che avevano visto più e più volte usati dal Team Magical, non ce n’era bisogno, lo sapevano tutti comunque.
«Stavano costruendo qualcosa…» aveva invece mormorato Gwen, guardando degli utensili carbonizzati «non saprei dirvi cosa. Purtroppo molti dei materiali sono stati distrutti nell’incendio e…»
«E dovremmo andare dal capopalestra,» aveva detto Arthur, che era piegato sulle ginocchia nell’angolino sinistro del capannone.
«Potresti non pensare alla tua stupida carriera di allenatore per tipo un secondo?» aveva domandato Morgana, esasperata, ma Merlin si era semplicemente avvicinato ad Arthur, vedendo finalmente cosa c’era a terra davanti a lui.
Arthur alzò la medaglia all’altezza dei suoi occhi, guardandola con attenzione. Merlin non sapeva cosa stesse cercando, ma apparentemente non aveva trovato nulla, perché l’abbasso pochi secondi dopo, voltandosi verso di loro.
«Che cosa ci va una medaglia qui?» chiese Merlin, aggrottando le sopracciglia «e come facciamo a sapere che è vera?» c’erano quei tipi che andavano in giro a falsificare le medaglie, no? Anche se Merlin non aveva mai capito perché, li scoprivano sempre all’entrata della lega.
«E come facciamo a sapere che è la medaglia della stessa palestra in cui siamo diretti noi?» aveva chiesto poi Gwen, ma Arthur non aveva quasi battuto ciglio.
«E’ la medaglia vera, lo so. So riconoscere delle medaglie false, qualcuno ha avuto la bella idea di provare a falsificare quelle di mio padre. Mi ha costretto a dividere quelle vere da quelle false,» spiegò Arthur, guardando nuovamente la medaglia a forma di fiamma «e poi questa è la medaglia ardente. E’ di sicuro la palestra dove stiamo andando. Edwin, il capopalestra, è un po’… okay, un po’ tanto strano. Ma l’ho incontrato qualche volta, era amico di Gaius, o qualcosa di simile. Prima che impazzisse, ovviamente.»
«Di Gaius? Perché io non ne so nulla?» esclamò Merlin, un po’ oltraggiato.
«Avevano smesso di frequentarsi da tempo quando sei arrivato tu. Io ci ho semplicemente dovuto avere a che fare quando mio padre organizzava delle riunioni tra capi palestra, tutto qui, davvero,» si affrettò a spiegare Arthur, ridendo quando Merlin non aveva rimosso il broncio – Merlin avrebbe dovuto comunque saperlo, avrebbe dovuto fare un discorso a Gaius una volta tornato. Non sarebbe stato divertente.
«Allora direi di andare a trovare questo caro Edwin e andargli a chiedere se per caso sa qualcosa di questo piccolo incidente,» intervenne Morgana, e il ghigno che aveva in viso non lo rassicurava per nulla.
Morgana faceva paura. Merlin ne era sempre più convinto.
«No, frena! Non puoi semplicemente andare in città ed accusare il capopalestra di avere appiccato un incendio ad una casa!» la bloccò Arthur, cercando di farla ragionare.
Merlin però non capiva la sua logica e apparentemente neppure Morgana.
Per questo Arthur continuò «Pensa a quanto è adorato mio padre a Camelot, Morgana, credi che la gente – anche noi – crederemmo i primi che passano di lì se reclamassero che mio padre avesse fatto una cosa simile?»
Morgana non disse nulla, che era come dare ragione ad Arthur.
«Ci prenderebbero semplicemente per pazzi, e poi non ci lascerebbero cercare di capire cosa è successo davvero,» e aveva senso, ma questo avrebbe reso il tutto un problema. A meno che…
«Arthur, tu potresti andare lì normalmente, come se volessi sfidarlo, e poi dovresti tipo dirgli che hai trovato questa medaglia e volevi restituirgliela, perché non è sicuro che sia stato lui, non abbiamo le prove, ma se per caso dovesse avere una reazione strana…» era l’unico piano che gli veniva in mente. Se avesse anche solo pensato che quella medaglia potesse essere quella che aveva lasciato nello chalet, allora avrebbe reagito in qualche modo, no?
«Potrebbe funzionare, è comunque il piano migliore che abbiamo. E poi non siamo certi che sia stato lui, potrebbe anche essere stato davvero uno sfidante,» lo spalleggiò Gwen e Morgana e Arthur semplicemente annuirono, accettando il piano.
Perché non potevano mai trovare un capopalestra tranquillo? Esistevano ancora?
O almeno uno che non fosse completamente pazzo e andasse a distruggere cose in giro – e sì, Gwen aveva ragione e c’era una possibilità che non fosse stato lui, ma Merlin non riusciva a credere che uno del Team Magical andasse in giro a sfidare capopalestra, e poi nei film i cattivi erano sempre i più importanti.
Probabilmente fare il capopalestra era più stressante di quanto Merlin avesse immaginato. Aspettare ogni volta che arrivasse un nuovo allenatore pronto a batterli, per l’ennesima volta, doveva essere un lavoro veramente poco divertente.
«Immagino che, però, questo voglia dire che non avremo la nostra giornata di riposo,» si lamentò Morgana e Merlin non riuscì a non ridere.
