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I was scared, tired and under-prepared, but I'll wait for you

Chapter Text

Non era la prima volta che andava da una terapista. Quattro anni prima, quando aveva quattordici anni, sua madre l'aveva spinta ad andare dalla dottoressa Ella Thompson in seguito al divorzio tra lei e il padre di Joan. La ragazza poteva sembrare forte e stoica - sapeva che tra i suoi genitori era finita da tempo - ma soffriva in ogni caso del distacco definitivo avvenuto tra di loro. La dottoressa l'aveva, con sua grande sorpresa, aiutata a superare il trauma del distacco, e dopo la loro ultima sessione entrambe credevano che non si sarebbero mai più incontrate di nuovo; la bocca di Joan accennò un sorrisetto ironico al pensiero. Ovviamente ai tempi non poteva immaginare cosa le sarebbe successo una volta incontrato una coetanea di nome Sherlock Holmes.

 

 

Il primo incontro era avvenuto all'inizio dell'anno scolastico, più precisamente a lezione di chimica. Joan aveva già visto quella ragazza, il primo giorno di scuola, fuori dall’edificio: era seduta tranquillamente su una panchina, aspettando che la campanella suonasse, quando il suo sguardo fu catturato da una figura slanciata ed elegante, impossibile da ignorare. Non ascoltando più la musica che le cuffiette trasmettevano, Joan osservò attentamente quella ragazza dai capelli ricci e corvini, la pelle eterea e il vestiario sobrio ma raffinato. Una bellezza sublime e altrettanto difficile da definire a parole; provare a disegnarla era ancora più impraticabile, Joan ci aveva provato più volte, ma ogni descrizione impallidiva in confronto al soggetto esaminato.

Stava scrivendo di lei sul suo diario mentre aspettava che la prima lezione di chimica dell'anno iniziasse, quando vide l'oggetto della sua totale ammirazione sedersi accanto a lei. Chiuse immediatamente il diario e, dopo un'occhiata veloce in giro, capì che quella ragazza si era seduta accanto a lei solo perché non c'erano altri posti. -Ciao, sono Joan, - disse, pentendosi subito dopo di aver tentato di far conversazione con qualcuno che effettivamente aveva visto solo qualche giorno prima.

-Sherlock, - replicò lei, allungando la mano; Joan notò subito che era affusolata ed elegante.

- E’ il tuo primo anno qui? - domandò Joan, ricordandosi di non aver mai visto Sherlock - che nome stranamente appropriato, pensò - gli anni precedenti.

- E anche l’ultimo, - rispose l’altra con uno sguardo vagamente incuriosito. Joan stava pensando a cosa avrebbe potuto aggiungere, ma il professor Smith [1] entrò in classe, facendo calare così il silenzio e sparire ogni possibile proseguimento di conversazione.

 

 

-Joan! E’ un piacere rivederti, - salutò la dottoressa Thompson appena vide la ragazza seduta nella sala d’attesa. - Ovviamente se sei qui sarà sicuramente successo qualcosa e mi dispiace, Joan, però è bello rivederti dopo tanto tempo, - aggiunse, rendendosi conto che la scelta di parole precedente non era appropriata.

-Buon pomeriggio, dottoressa, - rispose Joan. Notò che la donna davanti a lei non era cambiata di una virgola.

- Entra pure, - disse la terapista, spostandosi per permetterle di entrare nello studio.

-Al telefono sei stata molto vaga, quindi andrò dritta al punto se non ti spiace. Cos’è successo? - chiese la donna, dopo essersi seduta di fronte a Joan.

- Una ragazza, - rispose l’altra, dopo averci pensato attentamente. Vedendo che la dottoressa aveva assunto un’espressione agitata, aggiunse precipitosamente: - No, non si allarmi, non mi ha fatto niente di male. Tutt’altro.

 

 

Se non avesse tardato tanto, probabilmente in quel momento non sarebbe stata alla ricerca di un posto libero per sedersi e mangiare un pasto che, contro ogni aspettativa, sembrava promettente. Gli anni precedenti fortunatamente aveva sempre avuto qualcuno a tenerle il posto, ma in quel momento era sola. Sbuffò, alzandosi sulle punte dei piedi per cercare di capire se in fondo ci fosse un po’ di spazio per lei. Ed effettivamente c’era, accanto a Sherlock. Senza pensarci ulteriormente, si diresse verso di lei.

-Ciao! Al suo saluto la ragazza mora spostò lo sguardo dalla finestra dalla quale stava osservando la strada, a lei e appena si ricordò chi fosse, sorrise brevemente.

-Posso sedermi qui? Non c’è più posto, - spiegò Joan.

-Oh, certo, - rispose Sherlock, spostando la borsa con la quale aveva occupato il posto che Joan aveva individuato.

- Non hai preso nulla? - osservò Joan, notando che davanti alla ragazza non c’era il classico vassoio, bensì un quaderno nero chiuso.

- La digestione mi rallenta, - si limitò a rispondere lei. Volse lo sguardo verso Joan e aggiunse: - Probabilmente dovrei specificare che solitamente mangio il necessario, ma al momento sono impegnata a pensare, e il cibo frenerebbe il corso delle mie riflessioni.

- Capito. - Joan annuì, registrando mentalmente il tutto. - Quindi sei una persona molto riflessiva?

- Il cervello è l’unica parte che conta, il resto è solo un trasporto. [2]

- Non succede spesso che qualcuno la pensi così.

- Le persone cosa pensano di solito?

- Non credo di poter parlare per tutti, ma in questa scuola le persone si preoccupano molto della loro apparenza e tentano in ogni modo di tenersi vicini i loro fidanzati, o le loro fidanzate.

- Non lo trovi noioso?

- Non hai un ragazzo, quindi?

- No, non è il mio genere.

- Oh… hai una ragazza allora? Il che va bene. [3]

- Lo so che va bene. E’ che non mi interessano le persone in quel modo.

- Oh, okay. - rispose Joan, cercando di non essere confusa dalla precisazione: "in quel modo" invano.

 

 

-Da quello che mi hai raccontato finora non mi sembra che Sherlock abbia fatto qualcosa di male,- osservò la dottoressa Thompson.

-No, infatti, anche se qualche giorno dopo ho pensato davvero di averla tediata con tutte quelle domande, anche se non l'ha dato a vedere.

-Perché?

 

 

- Sherlock? - disse Joan, smettendo di mangiare e appoggiando la forchetta sul piatto. Era passata una settimana da quando avevano conversato per la prima volta in mensa, e ancora non riusciva a capire cosa avesse inteso l'altra ragazza quando aveva detto che non le interessavano e persone “in quel modo”. E non capire la frustrava. Normalmente non si faceva così tanti problemi se non aveva compreso un particolare di una persona appena conosciuta, ma con Sherlock era diverso, lo sentiva. E non sapeva come comportarsi.

-Sì? - rispose la ragazza, voltandosi verso Joan.

- La scorsa settimana... quando hai detto che non sei interessata alle persone in quel modo... cosa intendevi dire esattamente?

- Intendevo dire che sono asessuale, Joan. - rispose Sherlock, con lo stesso tono annoiato che avrebbe utilizzato per parlare del tempo che faceva fuori. [4]

-Come? Sei... ah. Uh.

-Risparmiami le frasi idiote proposte ogni volta che una persona dice non solo di non essere etero, ma anche di non provare attrazione sessuale, le ho sentite davvero tutte, non ce n'è il bisogno.

- No, no, non fraintendermi, in realtà sono... sollevata? - rispose Joan, con una nota incerta sull'ultima parola.

-Sollevata? - replicò Sherlock, inarcando le sopracciglia, ma rilassandosi sulla sedia e smettendo di essere in guardia.

-Pensavo l'avessi detto per allontanarmi.

-E perché dovrei?

Joan tacque per qualche secondo, poi sorrise brevemente e annuì. - Già, perché dovresti?

 

 

-Non capivo perché mi sentissi così sollevata, la conoscevo da solamente una settimana, avevamo parlato poco, non avevo motivi per pensare che tra di noi sarebbe nato alcun tipo di rapporto.

-Però ci speravi, e temevi che non accadesse.

- Sì.

-Alla fine è accaduto, o sbaglio? Non saresti qui altrimenti, vi siete conosciute a Settembre, ormai è Dicembre.

- Infatti ci siamo conosciute meglio e direi che adesso siamo amiche.

- Ma...?

Joan si prese qualche minuto, e la dottoressa Thompson attese pazientemente.

- Vede, fin dal primo momento che l'ho vista, mi sono sentita catturata da lei, dalla sua apparenza. E quando ho iniziato a conoscerla meglio, ho cominciato a sentirmi attratta non solo da come appariva, ma anche da come era caratterialmente. Desidero parlare con lei, o semplicemente stare con lei in silenzio, quando non siamo insieme. Io... non pensavo di potermi sentire in questa maniera, pensavo di, non so, essere come lei. E invece mi sento come un pianeta irresistibilmente attratto dalla sua stella. Scusi il romanticismo, però è così...

- Nessun problema, Joan. Quindi tu credevi di essere asessuale?

- Sì.

-E poi è arrivata Sherlock.

-Sì.

-Posso chiederti se hai mai provato attrazione sessuale nei confronti dei ragazzi?

-Mai provata.

-E puoi dire lo stesso per le ragazze?

Joan aprì la bocca, ma poi si fermò. Sì che si era sentita attratta dalle ragazze, prima di Sherlock. Se ne rendeva conto ora, dopo mesi di introspezione e di totale ignoranza sui suoi sentimenti, su una parte della sua persona. Si sentì colpita violentemente dalla rivelazione, come se avesse appena ricevuto uno schiaffo.

-Joan... - La dottoressa Thompson iniziò a parlare chinandosi leggermente verso di lei. - Se non ricordo male mi avevi detto che tua madre aveva avuto problemi con un vostro parente che era uscito allo scoperto e si era dichiarato gay… è successo qualcosa di simile durante questi quattro anni?

- Due anni fa, - iniziò la ragazza, che si interruppe per tossicchiare, ancora in fase di realizzazione - Due anni fa, mia sorella Harriet ha fatto coming out con noi. Ha detto che stava da qualche mese con una ragazza che aveva conosciuto a scuola, che non le importava di quel che nostra madre pensava di lei. Nostro padre ci ha sempre lasciato libere, è nostra madre il vero problema, come avrà capito quando sono venuta da lei quattro anni fa.

- Immagino che lei abbia reagito male.

- Oh, dottoressa. È un eufemismo. Harriet si è trasferita qualche tempo dopo, non riusciva a reggere la tensione che calava ogni volta che lei e nostra madre erano nella stessa stanza.

-E tu come hai vissuto tutto questo?

- Sotto sotto ero felice per mia sorella perché aveva accettato se stessa e aveva trovato il coraggio di essere chi è, nonostante nostra madre; allo stesso tempo mi sentivo attaccata personalmente dalla posizione presa da chi dovrebbe sostenere le proprie figlie, era come se fossi stata io a dirle che mi piacevano le ragazze e avessi ricevuto una porta in piena faccia.

-E ti sei persuasa di non essere attratta dalle ragazze, ma non volendo fingere di stare dietro ai ragazzi, ti sei convinta di essere asessuale e hai sepolto quei sentimenti, che quando riemergevano venivano puntualmente ignorati.

Joan ingoiò il groppo che le si era formato in gola durante l'ipotesi della terapista.

- Lei sa che fino ad ora pensavi di essere asessuale?

- No, non ne abbiamo mai parlato dopo quel chiarimento. È sinceramente disinteressata a parlare di questi argomenti, e la comprendo. Prima di conoscerla, ero, pensavo di essere sicura di chi fossi e sono andata avanti, senza seminare casini in giro. In fondo a chi dovrebbe importare? È come se dicessi che a me non piace andare in montagna e lei preferisse rimanere in città. Ma ora a me importa solo sapere chi sono davvero, e cosa dovrei fare con Sherlock. Mi piace davvero il rapporto che c'è tra di noi, è totalmente nuovo per me, ma mi sembra di mentirle non dicendole che in realtà lei per me è più di un'amica. Però ho paura di ricevere un rifiuto.

- Hai mai provato a considerare che sì, è asessuale, ma vorrebbe avere relazioni?

- Sembra troppo disinteressata a riguardo.

- Hai detto prima che ti aveva risposto di risparmiarle le frasi stupide che gli etero solitamente dicono a chi non lo è, dato che ne aveva sentite abbastanza.

- Sì, è così.

- E se si mostrasse così disinteressata alle relazioni di qualunque tipo proprio per questo? In fondo non hai agito anche tu allo stesso modo? Ti sei chiusa in te stessa, credendo di non provare determinati sentimenti. E se lei volesse relazioni romantiche ma non lo desse a vedere perché non vuole essere ferita? Normalmente la gente cosa fa quando scopre che il proprio partner non vuole avere certi contatti fisici?

- Allontana il partner.

- Esattamente.

- Quindi... Lei crede che a Sherlock non dispiacerebbe avere una relazione?

- Non la conosco, però questa eventualità c'è. Noi umani siamo incredibilmente imprevedibili, anche su questi piani. Alcuni sono chi sono per tutta la loro vita, altri invece ignorano parti della propria identità e quando le rivedono le scoprono mutate o immutate. Altri ancora invece normalmente non sono in un certo modo, ma arriva quella persona, o quelle persone, dipende, che costituiscono l'eccezione. La gente solitamente crede che le preferenze siano scelte, che queste variazioni dell'identità siano decisioni prese forse per capriccio. In realtà la vera, unica decisione è accettarsi per quello che si è, e vivere senza vergogna. Anche le più piccole variazioni naturali, che non sono né miglioramenti né peggioramenti. Sono variazioni e basta.

- Le devo parlare, allora.

- Non hai più paura di un rifiuto?

- Certo che ce l'ho, ma come dice la canzone: if you never try you'll never know, giusto? [5]