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Not the Same Guy I Once Knew

Chapter Text

Guy alzò la spada per parare un colpo, ma l’avversario attaccò di nuovo, riuscendo a disarmarlo.
- Ti arrendi, Gisborne?
Guy lanciò uno sguardo allo sceriffo: l’uomo era a cavallo, i compagni di Robin Hood lo stavano tenendo sotto tiro e lui agitava un pugno, rabbiosamente, tenendo le redini con l’altra mano.
Gisborne corse verso lo sceriffo e saltò in sella dietro di lui.
- Ritorneremo, Hood! - Gridò Guy, minaccioso, poi lo sceriffo incitò il cavallo e i due uomini vestiti di nero fuggirono, tra le grida esultanti della folla.
Lo sceriffo condusse il cavallo dietro un muro che lo avrebbe nascosto alla vista del pubblico prima di fermarlo, tirando le redini. Guy smontò agilmente e lo sceriffo lo imitò poco dopo, affidando l’animale a uno dei ragazzi dello staff.
L’uomo allungò una pacca sulla spalla a Guy, sorridendo.
- Ottima interpretazione anche oggi. Sembri nato per interpretare questo ruolo.
Guy sorrise.
- Ormai ho una certa esperienza.
-Dipenderà anche dal nome. La gente non ci crede quando racconto che il mio collega che interpreta Guy di Gisborne si chiama come il personaggio. Ma forse ti sei appassionato alla leggenda di Robin Hood proprio perché ti chiami come uno dei protagonisti.
- Hai indovinato, James. Ma spero di non essere così malvagio.
L’altro scoppiò a ridere.
- Tu? Ma se sei l’unico dei nostri colleghi che non crea mai problemi o discussioni! Se non fossi malato così spesso, gli organizzatori del tour ti additerebbero a tutti noi come esempio da seguire. A proposito, come va? Nessun raffreddore in arrivo? Malattie infantili dai nomi impronunciabili?
Guy sogghignò.
- Spero di no, io e Miriam dobbiamo ancora riprenderci da quella della scorsa settimana.
- Gastroenterite?
- Già. I bambini sono stati male per mezza giornata, noi due ci abbiamo messo quattro giorni prima di riuscire a toccare di nuovo cibo. Alicia stava iniziando a pensare di portarci in ospedale.
- Non vi invidio, ma mi ricordo che quando i miei figli erano piccoli era così anche per noi. Almeno voi siete fortunati ad avere una dottoressa come amica di famiglia.
- Senza Alicia saremmo perduti. - Disse Guy, sorridendo, poi James rispose al cenno di uno dei membri dello staff.
- Lo spettacolo è finito, torniamo di là. Sistemati il costume, hai una fibbia della giacca storta, dobbiamo essere a posto per le foto.
Guy annuì e gli obbedì, raddrizzando la fibbia e togliendosi un po’ di polvere dal costume, poi lui e lo sceriffo tornarono a unirsi agli altri attori per permettere al pubblico di fare le foto con i personaggi dello spettacolo.
Quella, pensò Guy, era un’attività che sarebbe piaciuta al vero sceriffo di Nottingham, Vaisey si sarebbe esaltato a trovarsi al centro dell’attenzione della gente, solo che avrebbe sicuramente cercato di far piangere ogni bambino che avesse provato ad avvicinarsi a lui per scattare una foto.
Allontanò quei pensieri, lo sceriffo ormai apparteneva a un passato lontano e non poteva più far male a nessuno.
Guy si concentrò sul proprio lavoro, permettendo alla gente di scattare una foto insieme a lui, ma senza mostrarsi troppo gentile o entusiasta perché dopotutto lui era uno dei cattivi e il pubblico si aspettava che continuasse a interpretare la sua parte anche in quel momento.
Permise a un gruppetto di bambini di ammirare la sua spada e chiese loro se volessero entrare a far parte delle guardie del castello una volta cresciuti. I bambini ridacchiarono, poi videro l’attore che interpretava Little John e corsero da lui.
James si avvicinò a Guy, con un sorrisetto divertito.
- Tua moglie vuole una parte nello spettacolo, per caso?
Guy lo guardò, perplesso.
- Miriam? Non credo, perché me lo chiedi?
- Perché si è messa quel costume, allora? Oppure voi due avete qualche programma romantico una volta finito il tuo turno?
Guy seguì lo sguardo del collega e la vide aggirarsi ai margini della folla con addosso un lungo vestito rosso e l’aria sperduta. Con un tuffo al cuore si rese conto che quella non era Miriam.
Lanciò uno sguardo preoccupato al collega.
- Ti dispiace se vado da lei?
L’altro alzò le spalle, con un sorriso malizioso.
- Vai pure, tanto il nostro turno è finito cinque minuti fa. Divertitevi!
Guy si diresse a passo veloce verso la donna dall’abito rosso e per una volta fu felice che il suo personaggio fosse considerato cattivo perché così poteva intimare minacciosamente alla gente di sgombrare il passaggio e di lasciarlo passare suscitando soltanto risate divertite.
Raggiunse la donna e vide apparire il sollievo nei suoi occhi non appena anche lei lo riconobbe.
- Guy!
Gisborne si avvicinò a lei e la prese per un braccio, guidandola lontano dai suoi colleghi e dal gruppo di turisti. Si fermò solo quando arrivarono al parcheggio dello staff, per il momento deserto.
- Marian?! Cosa ci fai qui?!
La ragazza lo fissò, angosciata.
- Dove sono, Guy? Questo è il tuo futuro? Il posto dove vivi?
- Sì. Ma perché sei qui? È successo qualcosa?
Marian scosse la testa.
- Ero andata a Nottingham, al mercato e stavo per tornare a Locksley, quando mi sono trovata in mezzo a tutta quella gente e tu stavi combattendo con quell’uomo… Credevo che fossi stanco di combattere, che fossi cambiato!
- Era per finta, uno spettacolo per divertire il pubblico. - Guy estrasse la spada e la porse a Marian perché potesse esaminarla. - Guarda, è finta anche questa. È il mio lavoro, non faccio male a nessuno, ora.
La ragazza passò un dito sulla lama, ancora confusa.
- Come gli spettacoli dei giullari?
- Qualcosa del genere.
Marian si lasciò sfuggire una mezza risata.
- Proprio tu, Guy? Eri sempre così serio...
Gisborne sorrise.
- La vita ti porta in posti inaspettati a volte.
Marian si ricordò della propria situazione e lo guardò, di nuovo agitata.
- Perché sono qui? Voglio tornare a casa! Robin e i bambini mi staranno aspettando!
Guy le mise le mani sulle spalle e la guardò negli occhi.
- Lo so che fa paura, ma di solito succede per un motivo ben preciso, per un motivo importante. Quando avremo capito di cosa si tratta e avremo risolto il problema, tornerai a casa, ne sono certo. Vieni con me, ora.
- Dove?
- A casa mia.
Marian gli lanciò uno sguardo esitante prima di annuire.
Prima, guardandolo impugnare la spada contro il suo avversario, aveva avuto l’impressione di essere finita indietro nel tempo, invece che nel futuro, ma ora Guy sembrava solo rassicurante e inoffensivo.
Un tempo Marian aveva visto l’amore nel suo sguardo, una luce particolare che Guy riservava solo a lei, ma ormai quella luce sembrava essere scomparsa completamente, e le sembrava un po’ strano, non era abituata a un Guy di Gisborne che non fosse innamorato di lei.
Sussultò nel sentire un rumore acuto non troppo distante da lei, e fissò Guy, atterrita.
- Cosa è stato?!
Gisborne lanciò un’occhiata colpevole al telecomando che aveva in mano.
- Ho solo aperto l’auto. Scusa, non ho pensato che per te è tutto nuovo. - Aprì la portiera dal lato del passeggero, invitandola a salire. - È una specie di carro, siediti su quel sedile.
- Un carro? E i cavalli?
- Non li ha, è meccanico.
Marian pensò che, anche se quel veicolo le sembrava assurdo, non aveva altra scelta se non quella di fidarsi. Guy era l’unica persona che conoscesse in quel futuro spaventoso, doveva per forza accettare il suo aiuto. Sedette e sussultò quando Guy la legò al sedile con una striscia di stoffa nera.
- Cosa credi di fare?!
Guy sogghignò, mettendo in moto l’automobile.
- Calmati, è la cintura di sicurezza, guarda, la uso anche io. Serve per non farsi male in caso di incidenti.
- Incidenti? Sei sicuro di saper usare questo apparecchio?
- Ci ho messo parecchio tempo, ma ormai ho imparato abbastanza bene. E anche in passato non ho mai fatto troppi danni.
- Non troppi danni?! - Chiese Marian, allarmata, mentre l’auto si metteva in movimento, poi notò l’espressione di Guy e sbuffò, indignata. - Mi stai prendendo in giro?!
- Ovviamente sì. - Disse Guy, ridendo, poi tornò serio. - Puoi stare tranquilla, Marian, non permetterò che ti succeda nulla di male.

Marian si guardò intorno, esplorando con lo sguardo l’appartamento di Guy. Le sue stanze al castello erano arredate in maniera tanto essenziale da sembrare quasi vuote, impersonali, mentre la sua casa ora era praticamente l’opposto di quegli alloggi tetri: le pareti erano coperte di disegni maldestri, ma pieni di colori, e in mezzo alla stanza principale troneggiava un finto albero pieno di lucine colorate, ai cui rami erano appesi oggetti di ogni tipo. Sul pavimento e sul divano erano sparsi giocattoli fatti di uno strano materiale colorato e lungo una parete c’era un intero mobile pieno di libri.
- È diversa da come avrei potuto immaginarla…
Guy le rivolse un sorriso un po’ imbarazzato.
- È vergognosamente in disordine, ma né io né Miriam ci facciamo troppo caso. - Guy lanciò uno sguardo all’orologio, poi tornò a rivolgersi a Marian. - Puoi aspettarmi qui? Devo andare a prendere Meg a casa di Aisha, tra poco Fatma andrà a prendere a scuola Isabella e Robin ed è meglio che Meg abbia già mangiato prima che arrivino i suoi fratelli. Tornerò in un attimo.
Marian non aveva idea di chi fossero Aisha e Fatma, ma annuì meccanicamente e un momento dopo Guy era sparito.
La ragazza aveva l’impressione di essersi ritrovata in una specie di sogno assurdo dove tutto le appariva estraneo e anche Guy, l’unico elemento familiare, le sembrava quasi uno sconosciuto. Un tempo aveva creduto di conoscerlo bene, di poter prevedere le sue azioni e manipolarlo a suo piacimento.
L’esperienza le aveva dimostrato nel modo peggiore che Guy non era poi così prevedibile come aveva pensato, ma le sembrava incredibile che il cavaliere potesse trovarsi perfettamente a suo agio in un mondo così strano e assurdo e riuscire a utilizzare senza difficoltà quegli apparecchi meccanici che a lei sembravano quasi magici.
Osservò le luci che lampeggiavano sull’albero di Natale e si chiese come potessero funzionare senza usare il fuoco, poi si avvicinò alla libreria per guardare i libri, sempre più stupita.
Nel suo tempo solo i nobili più ricchi potevano permettersi di possedere uno o due volumi, mentre Guy ne aveva quasi una intera parete.
Un titolo dorato sul dorso di un libro attirò la sua attenzione: Robin Hood.
Marian allungò una mano, curiosa, ma si fermò subito, non osando prendere il volume.
- Guardalo pure se vuoi.
Marian si girò di scatto nel sentire la voce di Guy: il cavaliere era sulla porta e sorrideva, tenendo in braccio una bambina piccola che ridacchiava, una manina stretta intorno a una ciocca dei capelli del padre.
Marian si rese conto all’improvviso che la bambina era praticamente identica al suo figlio più piccolo.
- È tua figlia? Assomiglia così tanto al mio Guy…
- Tu e Miriam potreste essere due gemelle, deve essere per questo. Probabilmente sia Meg che Guy assomigliano di più alla madre che non a me o a Robin. Ti va di tenerla in braccio per un po’? Devo prepararle la cena.
Marian prese la bambina tra le braccia, sempre più perplessa.
- Lo fai tu?
- Certo.
- Ma sei un uomo!
Guy la fissò, divertito.
- E questo è un problema? Mi sorprendi, Marian. Pensi che un uomo non debba cucinare per la propria famiglia, quando tu eri la prima a non accettare i limiti che ti erano imposti come dama? Tu potevi combattere nei panni del Guardiano Notturno mentre io dovrei stare alla larga dalla cucina?
- Non intendevo questo, Guy. È che Robin non lo farebbe mai.
- Altri tempi, altra mentalità. Ho dovuto rivedere parecchie delle idee che avevo, quando sono arrivato qui. Ma cucinare è stato più che altro un atto necessario alla sopravvivenza, se non volevo morire avvelenato. Se è un talento ereditario, meglio che Robin continui ad affidarsi ai cuochi di Locksley.
Guy annuì con convinzione e Marian lo guardò, indignata.
- Mi prendi in giro?!
- Certo. - Rispose con aria innocente, poi accennò alla figlia. - Mettila lì, sul seggiolone, ho quasi finito.
Marian gli rispose con uno sbuffo molto poco femminile, ma sorrise a Meg e la mise seduta, mentre Guy si avvicinava con il piatto della cena e un cucchiaio, iniziando a imboccarla.
La ragazza lo guardò per un po’, ripensando al passato. Quel nuovo Guy di Gisborne era completamente diverso dal feroce cavaliere nero sempre pronto a obbedire agli ordini dello sceriffo, eppure Marian sapeva molto bene che anche allora Guy aveva avuto quel lato più tenero nascosto dentro di sé e che aveva permesso solo a lei di intravederlo.
Ora Gisborne non aveva più bisogno di indossare una maschera e sembrava sereno, libero di essere se stesso, senza alcun timore.
Era strano vederlo felice.
Marian sussultò nel sentire uno squillo acuto, ma né Guy, né la bambina sembravano preoccupati.
Guy si alzò in piedi e le porse il cucchiaio.
- Puoi continuare tu mentre vado ad aprire la porta?
Marian annuì. Occuparsi di Meg era una cosa che poteva fare senza troppi problemi. Anche dopo otto secoli, la figlia di Guy non era diversa da uno dei suoi bambini e dopo tre figli, ormai Marian aveva una certa esperienza.

Alicia suonò il campanello, un po’ ansiosa.
Guy le aveva lasciato un messaggio poco prima, chiedendole di venire appena possibile, ma non aveva specificato il motivo e lei si chiedeva cosa fosse successo, sperando che nessuno della famiglia fosse di nuovo malato.
Ormai si era abituata a curare i mille malanni stagionali che Guy e Miriam finivano immancabilmente per prendere dai bambini, ma l’ultima volta il virus che avevano preso era stato più debilitante del solito e l’aveva fatta preoccupare.
Quando Guy aprì la porta, lo esaminò rapidamente con lo sguardo: non sembrava pallido o sofferente, solo un po’ nervoso.
Per qualche motivo indossava ancora il costume che usava durante lo spettacolo ed era sudato e sporco di polvere e terriccio, chiaro segno che era tornato immediatamente a casa dopo aver finito il lavoro senza nemmeno passare dagli spogliatoi dello staff per lavarsi e cambiarsi come faceva di solito.
- Grazie per essere venuta. - Disse Guy, abbracciandola per sfiorarle la guancia con un bacio, poi si fece da parte per lasciarla entrare.
- Che succede, Guy? Come mai non ti sei ancora cambiato? State tutti bene? - Alicia scorse la ragazza che imboccava Meg, seduta al tavolo della cucina e la salutò. - Ciao Miriam.
- Ecco cosa succede: lei non è Miriam.
Alicia lo guardò, perplessa.
- È Marian. - Spiegò Guy.
La dottoressa si avvicinò alla ragazza, stupita e curiosa.
Aveva visto Guy soffrire e piangere per lei, lo aveva visto tormentarsi per i sensi di colpa per averla uccisa e si era rallegrata per la sua gioia quando poi era riuscito a salvarla. Quella donna era stata così importante nella vita del cavaliere e ora era lì, davanti a lei.
- È davvero identica a Miriam! Ma come mai è qui?
- Ti ho chiamata anche per questo, devi aiutarci a scoprirlo. Marian, lei è Alicia, la persona che mi ha salvato quando mi sono trovato in questo tempo. Senza di lei sarei stato perduto, sono certo che aiuterà anche te.
Marian guardò la nuova arrivata e le sorrise.
- Lady Alicia? Robin mi ha parlato di voi. Avete salvato anche lui, non è vero?
Alicia le rivolse un sorriso pieno di calore.
- Ragazza mia, non essere così formale, dopotutto fai parte della famiglia anche tu, no? Chiamami semplicemente Alicia e non preoccuparti, troveremo un modo di farti tornare a casa. Sei un po’ pallida, cara, ma è normale, questo tempo deve sembrarti molto confuso. Ma andrà tutto bene, vedrai, stai calma e sistemeremo tutto.. - Alicia si guardò rapidamente intorno, poi lanciò un’occhiata di rimprovero a Gisborne. - Guy? Non le hai nemmeno offerto un bicchiere d’acqua?!
- Non ci ho pensato, scusami, Marian. È stato tutto molto improvviso, non ho avuto modo di ragionare lucidamente.
Alicia lo interruppe con un buffetto delicato sulla guancia e sorrise.
- È comprensibile, ora vai a cambiarti mentre noi ci occupiamo di Meg e facciamo conoscenza.

Miriam sorrise nel veder arrivare Fatma e i bambini dall’estremità opposta della strada. I due bambini le corsero incontro e Robin le saltò in braccio, mentre Isabella si aggrappò al suo braccio, iniziando a raccontarle tutto quello che aveva fatto a scuola, in un monologo confuso ma pieno di entusiasmo.
- Sono stati bravi?
- Come al solito. - Fatma rispose allegramente, facendo l’occhiolino a Robin. - Serve qualcosa dal supermercato? Vado a fare la spesa per la nonna.
- Non preoccuparti, probabilmente ci ha già pensato Guy tornando dal lavoro.
- Allora a domani!
Fatma salutò tutti e tre e proseguì lungo il marciapiede, pescando un paio di auricolari dalla tasca dei jeans e iniziando a canticchiare, mentre Miriam e i bambini entrarono nel portone della palazzina.
Intralciata dal peso di Robin, Miriam suonò il campanello invece di cercare le chiavi nella borsa e si preoccupò quando fu Alicia ad aprirle la porta.
- Dov’è Guy? Non starà male di nuovo?! O sei venuta per Meg?
La dottoressa si affrettò a rassicurarla.
- No, non preoccuparti, non sta male nessuno, c’è solo stato un contrattempo.
Miriam la fissò, allarmata.
- Guy ha fatto un altro… viaggio? - Chiese, cercando di apparire tranquilla per non spaventare i bambini.
- Guy è di là, si sta cambiando e spero che stia anche facendo una doccia visto quanto era sporco di polvere e terriccio dopo lo spettacolo di oggi. Ma avete visite.
- Oh. Chi?
- Marian. È nella camera dei bambini con Meg, ora.
- Chi è Marian, mamma? - Chiese Isabella, curiosa.
Miriam cercò di pensare in fretta a cosa risponderle e inventò l’unica spiegazione che le sembrasse plausibile.
- È vostra zia. Io e lei siamo gemelle, ma siamo cresciute separate l’una dall’altra. Lei vive molto lontano da qui, per questo non l’avete mai incontrata. Ora restate con zia Alicia, io vado a salutarla, poi potrete conoscerla anche voi.

Marian cullò Meg, poi la mise nel suo lettino, sfiorandole la fronte con un bacio leggero. Nel farlo pensò ai suoi bambini e le venne da piangere.
Era così lontana da loro, otto secoli nel futuro, ed era orribile pensare che ormai tutta la sua famiglia era polvere, le loro vite, le vite dei suoi piccoli, appena all’inizio, già vissute e concluse. E così per i figli dei suoi figli…
Marian rabbrividì, rendendosi conto solo in quel momento dell’enormità della sua situazione.
Sedette pesantemente sul letto di uno dei figli di Guy e si strinse le braccia intorno al corpo, tremando. Aveva sempre creduto di essere coraggiosa, di non aver paura di nulla, e ora invece era terrorizzata.
Come aveva fatto Guy ad accettare quello che gli era successo? Come aveva potuto desiderare di restare in un tempo che lo separava per sempre da tutti quelli che conosceva?
Fu solo allora che si rese conto di quanto fosse stato solo per la maggior parte della sua vita. Nel dodicesimo secolo Guy era odiato, a nessuno importava di lui, mentre ora aveva una famiglia, amici pronti a preoccuparsi per lui e ad aiutarlo.
Sussultò nel sentire la porta che si apriva e si ritrovò a fissare una donna identica a lei, eppure completamente diversa.
Miriam. La moglie di Guy.
Si erano già incontrate quando lei e Gisborne erano arrivati a Locksley e avevano portato le medicine per i suoi figli, ma quella volta Marian era stata troppo angosciata ed esausta per fare conoscenza.
Anche ora era spaventata e sconvolta. Si rimproverò, imponendosi di essere forte, e invece si ritrovò in lacrime, a singhiozzare come una bambina, come non le succedeva da tanto tempo.
Da quando, molti anni prima, era morto suo padre.
Allora Guy aveva cercato di consolarla senza riuscirci, ma per un momento, per un solo breve momento, il suo abbraccio le aveva dato conforto, le aveva fatto credere che tutto sarebbe passato.
Ora invece si ritrovò stretta tra le braccia di sua moglie, ma la sensazione di calore era la stessa.
- Sfogati pure, ti capisco, - sussurrò Miriam accarezzandole i capelli – piangi quanto vuoi, ma non avere paura, troveremo il modo di sistemare tutto. Qui sei al sicuro. Fai parte della famiglia.